Come nel caso di Salman Rushdie, anche in quello delle “vignette sataniche” danesi il risultato è stato lo stesso: a furia di protestare contro la blasfemia, questa ha finito per propagarsi ai quattro angoli del mondo. Ora non c’è più paese, giornale, redazione di telegiornale e persona della strada che non sappia dell’oltraggio compiuto dai vignettisti danesi contro la religione musulmana. Questa prima osservazione a livello strategico. Tanto più l’Islam difende la sua sacralità e quanto più chi la irride o ne fa caricatura acquista importanza. La strategia difensiva dei musulmani è stata ancora una volta un boomerang, ed ecco che nell’ossessione identitaria di difendersi hanno dato forza ed efficacia all’attacco e alla satira che li osteggia. Ma il problema non è questo. Il problema è che ancora una volta ci troviamo di fronte a uno scontro fondato sul nulla. Vale a dire che invece di interrogarci su che cosa siano i fondamenti reali del “conflitto fra civiltà” – ovvero su quali differenze radicali esistano davvero nell’impostazione laica, occidentale della vita, rispetto a quella religiosa islamica – torniamo a discutere di facezie: di vignette, di velo, di carne di maiale, insomma di amenità. Questo è l’elemento che rattrista di più. Vedere come il dibattito in merito alla differenza fra “noi” e “loro” – che ha tutta la legittimità e urgenza di essere – non esca mai dalle pastoie della banalità. La colpa non è però da una parte sola. La colpa è di tutti, di chi approfitta di un casus belli inconsistente per farne un motore di vendita dei propri giornali o telegiornali, e di chi non capisce quanto poco importante sia l’oltraggio in chi lo sta commettendo. Personalmente ho una convinzione: che il vignettista danese che si è industriato a irridere il Profeta Maometto non abbia nessuna cognizione di che cosa questo suo atto possa significare (comincia a capirlo adesso). Nè d’altronde abbia alcuna cognizione tangibile, sensibile, profonda, di che cosa significa nell’Islam la raffigurazione del Profeta e l’iconografia in genere. Sono certissimo che lo abbia fatto con la stessa disinvoltura con cui avrebbe ritratto Bush o Blair, anzi, sono certissimo che nel suo rivendicare la propria “libertà di espressione” abbia persino provato un soprassalto di orgoglio: la fierezza di sfidare l’intolleranza islamica (in questo modo confermando che di intolleranza si tratta) con la presunzione dello spirito libertario occidentale. Altrettanto personalmente, però, ritengo che il vignettista in questione sia un idiota. Nel senso che se avesse soltanto una vaga cognizione di quale significato riveste, per qualsiasi musulmano, la raffigurazione del Profeta avrebbe senza dubbio evitato quell’impudente e gratuita provocazione. Detto questo non levo però all’idiota in questione (e al giornale che lo ha ospitato) le attenuanti del caso. Nessuno può pretendere che in Danimarca o in Norvegia si abbia una completa e sensibile consapevolezza di cosa senta un musulmano quando vede oltraggiata in quel modo la propria religione. Per quanto numerosi siano i musulmani di Scandinavia, una sensibilità siffatta non può essere di tutti, tantomeno di vignettisti che vivono nella crisalide del loro orgoglio satirico. Ma questo non toglie che l’atto sia, oggettivamente, sacrilego e sbagliato. E parlare di “libertà di espressione” quando si offende il sacro è una colossale stupidaggine. Nessuno si sognerebbe di parlare di “libertà di espressione” qualora qualcuno si mettesse a bestemmiare ad alta voce in una chiesa. Ebbene, più o meno, ritrarre – non importa in quale contesto o forma – il Profeta Maometto è come bestemmiare ad alta voce in una chiesa: un atto sacrilego che esprime mancanza di rispetto e una certa dose di ignoranza, stupidità e presunzione. Condanno dunque le vignette e il vignettista e reputo la loro pubblicazione un atto di mediocrità intellettuale. E condanno ancor più vivacemente la rivendicazione della “libertà di espressione” che ha fatto seguito alla reazione musulmana poiché ritengo inammissibile invocare la “libertà di espressione” laddove questa costituisca un’offesa alla sacralità. La “libertà di espressione” è tale non perché sia illimitata ma perché è limitata. La libertà illimitata prende un altro nome: bestialità. Gli uomini sono liberi entro i confini della loro cultura e intelligenza. Solo gli animali sono liberi e basta. Tuttavia ritengo ridicolo lo scandalo che tali vignette hanno suscitato nel mondo islamico. Ritengo esagerato e melodrammatico il corteo di proteste che vi ha fatto seguito. Come ritenni un po’ comico lo sgomento suscitato dai soldati americani che calpestavano il Corano. Insomma, per quale ragione i musulmani si impuntano a pretendere dall’Occidente una sensibilità nei confronti della loro religione se loro stessi non riescono ad accettare le “libertà” del laicismo? La vera sconfitta di questa faccenda è dunque l’empatia (capacità di mettersi nei panni dell’altro): i danesi non hanno capito quanto avrebbero offeso, e i musulmani quanto poco ritenevano offensivo il loro atto. Si sono tutti incazzati e... per che cosa? Per delle vignette! Se questo è il “conflitto fra civiltà” c’è forse da andare a controllare la data di scadenza delle civiltà: la “nostra” e la “loro”.

Pubblicato il 

10.02.06..

Edizione cartacea

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