All'inizio dell'estate l'euro rispetto al franco era a 1,25. Oggi esso è a 1,14. Il 10 agosto aveva toccato il suo minimo storico di 1,04.  Le ripercussioni di questo improvviso rafforzamento del franco sull'economia d'esportazione e sul turismo sono in certi casi innegabili. Ma il corso artificiosamente alto del franco è anche un buon pretesto per i soliti liberisti per tornare alla carica con le ricette di sempre: più lavoro, meno salario, taglio ai contributi e alle prestazioni delle assicurazioni sociali, meno imposte e via dicendo. Davvero si risolve così l'attuale crisi monetaria? No, dice Andreas Rieger, copresidente del sindacato Unia.

Andreas Rieger, è d'accordo con chi sostiene che il franco svizzero è vittima dei successi della piazza economica svizzera?
No. Il franco è oggetto di speculazioni da parte di investitori istituzionali, di speculatori (in particolare gli hedge founds) e di banche che cercano il massimo della redditività con scommesse il più possibile sicure. Per gli scommettitori il franco dà buone possibilità di successo, in quanto effettivamente la nostra economia va bene. Ma l'origine dell'attuale sovraapprezzamento del franco non è la solidità della nostra economia, quanto piuttosto la speculazione sul mercato delle divise.
Una correlazione però c'è fra la forza della nostra economia e la forza della nostra moneta.
È vero che il franco è relativamente forte e stabile in quanto la nostra economia è relativamente forte e stabile attraverso i decenni. Ma un rapporto di cambio corretto dovrebbe situarsi attorno ad 1,45 o 1,50 franchi per un euro. Il corso attuale è chiaramente dovuto alla speculazione. Basta fare un confronto con gli anni passati: nel 2006 e nel 2009 la nostra economia funzionava bene, con tutti gli indicatori positivi, eppure il franco in rapporto all'euro con 1,55 era addirittura leggermente sottovalutato. In quel periodo la speculazione si faceva su altri oggetti. Da allora fondamentalmente la forza della Svizzera nei confronti delle altre economie nazionali non è cambiata.
È ancora e sempre colpa delle banche?
Anche della Svizzera, che non si è difesa. Un anno fa, quando il franco era a 1,40, l'Unione sindacale svizzera (Uss) ha suonato l'allarme, chiedendo di fissare un limite minimo di cambio in modo da non spingere il franco in una spirale speculativa. La risposta della maggioranza fu che bisogna lasciar fare al mercato.
Ora gli umori stanno cambiando.
Sì, molti si rendono conto che non tutto può essere lasciato in mano al mercato. E ora c'è una maggioranza favorevole ad interventi più decisi della Banca nazionale (Bn), come l'emissione di nuovo denaro o la fissazione di un limite minimo di fluttuazione del franco sull'euro.
I sindacati chiedono un limite minimo di 1,40. Come è stata definita questa cifra?
Ci siamo chiesti cosa occorre per evitare che la forza del franco porti a dei licenziamenti e che stabilisca un rapporto ragionevole fra le due divise. Le teorie al riguardo sono molto diverse, c'è anche chi dice che il rapporto corretto dovrebbe essere di 1,50. Se ci rapportiamo per esempio alla Germania, che è un'economia forte e verso la quale la nostra industria esporta molto, il tasso dovrebbe essere più alto. Abbiamo comunque concluso che 1,40 è il minimuo necessario. È questa la nostra prima priorità.
Come valuta il primo intervento della Bn all'inizio di agosto?
È un intervento tardivo e insufficiente, che non stabilisce un chiaro limite. È soltanto un segnale ai mercati, per dire loro che la Bn non avrebbe più accettato ogni tipo di speculazione sul franco senza intervenire. Ma un limite inferiore la Bn lo deve porre. Perché siamo sempre nel campo delle scommesse, dunque della psicologia.
E il pacchetto di misure presentato dal Consiglio federale?
Positivo è che finalmente anche il Consiglio federale dice che non si può lasciare tutto in mano al mercato. Quando però il governo propone la riduzione dei contributi alle assicurazioni sociali, fa solo confusione: perché il problema non è il costo del lavoro. Le misure devono essere molto più mirate. Una misura positiva sono ad esempio i 100 milioni per i progetti di ricerca e sviluppo nel campo delle tecnologie di punta, progetti che in questo periodo rischiano di non trovare i finanziamenti necessari e che quindi non sarebbero pronti fra due o tre anni per sostenere il rilancio della nostra economia.
Ampie cerchie del padronato chiedono una riduzione dei salari, un aumento del tempo di lavoro o un versamento dei salari in euro ai lavoratori provenienti dall'eurozona. L'opposizione del sindacato è di principio, o ci potrebbero essere situazioni particolari nelle quali un intervento puntuale di questo tipo potrebbe essere accettato?
Una riduzione dei salari o un loro versamento in euro non li accettiamo. Sarebbero dumping salariale. Prendiamo il versamento dei franchi in euro: questo porterebbe di colpo a rendere più cara, quindi "troppo" cara, la manodopera locale. Quanto all'estensione dell'orario di lavoro, ci sono già criteri e condizioni ben precise nel settore dell'industria delle macchine entro i quali è possibile in casi eccezionali attuare una simile misura, purché siano d'accordo anche i sindacati e la commissione del personale. Del resto, le industrie d'esportazione sono in difficoltà perché il franco s'è apprezzato del 25 per cento, mentre un aumento del tempo di lavoro consentirebbe una riduzione del salario orario del 3 per cento, con però un aumentato rischio di infortuni e un peggioramento della qualità: questo dimostra che il problema non sono i salari, ma il franco. Ed è un problema che va risolto con gli strumenti di politica monetaria.
Il ricorso alla disoccupazione parziale può essere una misura efficace?
Sì, per esempio per quelle industrie che per metà esportano nell'eurozona e che ad un certo punto sospendono la produzione destinata a quel mercato, pur essendo piene di ordinativi, perché essa a causa del sovrapprezzamento del franco non è attualmente sostenibile. Ma anche per diverse strutture alberghiere. Molti dicono che questa euforia del franco nel giro di alcuni mesi rientrerà: già alcuni mesi però per diverse ditte possono essere troppi. Dopo il tracollo di Lehmann Brothers, alla fine del 2008, molte ditte annunciavano licenziamenti collettivi. Abbiamo allora fatto campagna perché si ricorresse alla disoccupazione parziale abbinata alla riqualifica professionale, con ottimi risultati: passata la crisi, quelle ditte hanno potuto riprendere la produzione con le stesse maestranze facendosi trovare pronte alla ripresa del 2009-2010, che è giunta abbastanza improvvisa. Si è evitata così una perdita definitiva di posti di lavoro e di competenze. Lo stesso vale nell'industria alberghiera: alla fine del 2008 abbiamo convinto diversi albergatori a ricorrere alla disoccupazione parziale anziché ai licenziamenti: questo alla ripresa del mercato turistico, in particolare con clienti provenienti dall'Asia, ha permesso loro di essere subito pronti e di conseguire ottimi risultati nel 2009 e nel 2010. Anche adesso la disoccupazione parziale può essere uno strumento utile. A condizione che non serva a mascherare dei problemi strutturali: il lavoro ridotto nell'industria tessile durante gli anni '90 spesso non era altro che un rinvio dei licenziamenti.
Rimane infine il problema dei prezzi alti all'importazione.
Anche qui qualche correttivo è senz'altro urgente. Ma si tratta di misure che non risolvono il problema. Tuttavia è inaccettabile che gli importatori che godono di una situazione di monopolio incassino profitti esorbitanti dovuti esclusivamente a questa loro posizione e al corso del franco. D'altro canto bisogna tenere presente che se, nel paniere della spesa con cui si calcola il rincaro, certi alimentari diminuiscono di prezzo, allora l'inflazione da 0,7 per cento  si avvicina a zero. Questo non risolve gli attuali problemi. Ma alla prossima tornata negoziale gli aumenti salariali saranno ancora piu modesti.
Come affronteranno in questo quadro i sindacati le trattative salariali d'autunno?
Partiamo dal presupposto che l'economia nel complesso va bene. Per il 2011 si continua a pronosticare una crescita attorno al 2 per cento.  Ci vogliono quindi degli aumenti sostanziali di salario. L'attuale incertezza certo colpisce tutta l'economia finanziaria, il mercato azionario, le casse pensioni, una parte dell'industria d'esportazione e del settore alberghiero. Ma il 90 per cento dell'economia attualmente non è toccato dal problema e può quindi versare gli aumenti che chiediamo.
È davvero seria la situazione delle casse pensioni?
Le perdite contabili registrate, in parte sulle divise, in parte sui pacchetti azionari, sono certo importanti. Ma sono provvisorie. Non è il caso di perdere la testa. Prenda l'esempio di Swatch, che vende come non mai, eppure in un mese le sue azioni hanno perso il 20 per cento del valore: è un'oscillazione che non ha nulla a che fare con l'economia reale. Ma anche qui si vede che il secondo pilastro, con i suoi investimenti, è molto instabile: l'Avs questi problemi non li ha.
E cosa dice a un lavoratore che per risparmiare fa la spesa in Italia e non in Ticino?
Dal punto di vista dei posti di lavoro in Svizzera fare acquisti supplementari all'estero non aiuta. Nella Svizzera orientale Migros comincia a chiudere qualcuna delle sue filiali. Ma il problema non si risolve sul piano individuale: non è il singolo che deve chiedersi se sia giusto fare la spesa in Italia oppure no. La soluzione è una politica economica che permetta alla gente di far fronte alle proprie necessità (lavoro, alloggio, acquisti ecc…) rimanendo nel proprio ambiente. Tutto il resto sono squilibri artificiali, come quello dovuto al superfranco, che dal punto di vista economico e da quello ecologico non hanno alcun senso.

Pubblicato il 

26.08.11

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato