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Sciopero, se ci vuole

di

Sabina Zanini
La pace del lavoro nell’edilizia è sospesa. Lo sciopero è ormai annunciato, resta solo da definire la data. Intanto già per oggi è in programma una manifestazione di fronte alla sede della Società svizzera degli impresari costruttori (Ssic) di Zurigo. Motivo della rabbia sindacale sono le decisioni dell’assemblea dei delegati della Ssic dello scorso 18 settembre. In quell’occasione gli impresari svizzeri hanno deciso di ritardare di almeno mezzo anno l’entrata in vigore del nuovo contratto collettivo di lavoro dell’edilizia, di vincolare il pensionamento anticipato alla dichiarazione di validità generale da parte della Confederazione (ciò che con i ricorsi di membri della stessa Ssic provocherà un ritardo di almeno un anno) e di ridiscutere l’ammontare delle pensioni. L’accordo fra sindacati e Ssic era stato laboriosamente raggiunto in extremis, alla fine di marzo di quest’anno. Era così stato elaborato un modello di pensionamento anticipato che avrebbe dovuto permettere ai lavoratori un ritiro graduale a partire dai 60 anni. Ora, dopo la decisione dell’assemblea dei delegati della Ssic, il Sindacato edilizia e industria (Sei) parla di una «violazione del principio della buona fede senza precedenti nella storia sociale della Svizzera». Questo, per il Sei, significa due cose: da un lato che «la Ssic non è più una controparte seria», dall’altro che ora «i sindacati sono liberi di interpretare a loro piacere i vincoli contrattuali siglati con un’associazione assolutamente inaffidabile». Ancora più espliciti i toni usati in un comunicato congiunto del Sei Ticino e Moesa e dell’Ocst, in cui si rileva che gli impresari sono «lacerati, sul piano nazionale, da battaglie interne» e che «ancor peggio, nelle loro fila, vi è un gruppo di falchi che vorrebbe rimettere tutto in discussione cancellando gli accordi e annullando il partenariato. Ciò che impedirebbe non solo l’entrata in vigore in gennaio del prepensionamento ma addirittura ci costringerebbe ad un nuovo negoziato su tutto il pacchetto»: si tratta di un comportamento «inammissibile e vergognoso, ma soprattutto disonorevole per una categoria di “imprenditori” che ad ogni piè sospinto reclama credibilità nei confronti delle istituzioni e dell’opinione pubblica», conclude il comunicato di Sei e Ocst. Di fronte all’ipotesi di veder svanire una conquista davvero storica, il prepensionamento a sessant’anni nell’edilizia principale, il clima è incandescente, come è facile immaginare. La scorsa fine settimana si è tenuta la conferenza professionale del Sindacato edilizia e industria (Sei). La delusione era palpabile. Ma se vogliamo davvero descrivere l’aria che si respirava alla conferenza, possiamo essere più precisi: «era palpabile la rabbia dei lavoratori, rabbia accompagnata da un senso di frustrazione». Con queste parole Saverio Lurati, segretario del Sei Ticino e Moesa, racconta le sensazioni colte a caldo nell’ambito di quella conferenza. Ed è significativo che alla fine della conferenza i delegati siano spontaneamente scesi in piazza a Berna. I lavoratori non riescono a capacitarsi del fatto che un accordo già stipulato non sia stato onorato. Lurati porta l’esempio di un lavoratore che ricordava i tempi in cui ci si accordava con una stretta di mano ma l’impegno veniva mantenuto. Mentre ora non bastano più neppure le firme. «È vergognoso questo comportamento da parte di un’associazione professionale che vuol essere credibile in tutte le occasioni», sostiene Lurati. Ma «c’è anche un aspetto di menzogna da parte degli impresari costruttori», continua Lurati, «adesso accampano la scusa di non poter garantire che il finanziamento del prepensionamento». La cosa riesce dubbia ai sindacati in quanto «già a settembre dell’anno scorso il padronato disponeva di uno studio di fattibilità del progetto». Insomma gli impresari hanno firmato l’accordo con cognizione di causa. Lurati non esita neppure a denunciare una situazione di furto: «ogni mese che passa sono dieci milioni di franchi tolti ai lavoratori, nel senso che sono soldi che non vengono versati nel fondo pensione come previsto». Per capire il senso del furto bisogna inoltre fare un passo indietro a quando ancora si era in trattativa. Quando si trattò di rinegoziare il nuovo Contratto collettivo per l’edilizia il sindacato portava avanti due rivendicazioni: il prepensionamento a sessant’anni, appunto, e adeguamenti salariali. Questi ultimi passarono in secondo piano per puntare soprattutto sulla prima richiesta. In questo senso Lurati ricorda che per ottenere il pensionamento anticipato «i lavoratori hanno fatto delle rinunce». In un comunicato diramato dal sindacato prima della conferenza professionale si paventava addirittura il rischio di dover rinegoziare l’intero pacchetto. «Noi vorremmo evitare che si arrivi a tanto», avverte Lurati, «perché ciò significherebbe ritardare l’entrata in vigore del prepensionamento di un paio di anni». Perciò i sindacati faranno pressione «affinché il pensionamento anticipato venga introdotto al più presto». Venendo agli strumenti della pressione oggi si tiene una manifestazione a Zurigo che Lurati definisce «un primo approccio con una delegazione contenuta». Ma sicuramente a fine ottobre o inizio novembre «sarà decretata una giornata di sciopero». Uno sciopero da organizzarsi in tempi alquanto stretti dunque. Questo testimonia «la volontà di voler chiudere la partita quanto prima», conclude Lurati. “Sì abbiamo sbagliato” di Sabina Zanini Un accordo mancato, i sindacati furenti che dichiarano interrotta la pace del lavoro e minacciano lo sciopero. Come sta vivendo questo clima chi sta dall’altra parte della barricata, quella che si è ritirata dall’accordo? Abbiamo sentito Edo Bobbià, segretario della sezione ticinese della Società svizzera degli impresari costruttori (Ssic), al quale abbiamo girato alcune domande che in fondo devono arrovellare tanti lavoratori delusi. Signor Bobbià, avete firmato un accordo preciso sul prepensionamento nell’edilizia ma ora rischia di non andare in porto: non temete di generare un clima di sfiducia anche per quanto concerne le trattative future? Il rischio effettivamente c’è. Vorrei però precisare che la sezione ticinese è rimasta piuttosto perplessa di fronte all’accordo raggiunto e a quanto in seguito è successo. Quando si mette in cantiere una cassa pensioni di queste dimensioni bisogna essere sicuri dei passi successivi. La direzione centrale ha commesso degli errori che ora paghiamo. A parer mio si tratta di errori commessi in buona fede che però è difficile correggere. Avrei preferito che si fosse seguita una procedura più corretta. È peccato perché in questo periodo, almeno in Ticino, stavamo collaborando bene coi sindacati per quanto concerne le problematiche connesse agli accordi bilaterali o alla concorrenza globalizzata. Prima ancora di siglare l’accordo erano disponibili i dati di uno studio che verificava la fattibilità del finanziamento del prepensionamento. Ora gli impresari costruttori invocano quei dati per dimostrare che il pensionamento anticipato nei termini pattuiti non potrà essere finanziato a lungo termine. Non giungono un po’ tardi tali rimostranze? I dati dovevano essere conosciuti, non c’è dubbio. Ma una volta accortisi dell’errore, cioè della difficoltà di realizzare il progetto, gli impresari avrebbero dovuto fare un passo indietro. In effetti quando abbiamo potuto visionare i dati ci siamo resi conto che la cassa per il fondo pensione non aveva grandi possibilità di sopravvivere così come concepita. Innanzitutto la base di incasso, costituita da associati e non, non era chiara. Oltre a ciò c’era una prospettiva di pensionamento dal punto di vista numerico che non corrispondeva alla situazione reale. Insomma erano state previste meno partenze di quelle reali. Questo si spiega col fatto che si trattava di una cassa generosissima. Ma con un difetto: non era destinata a sopravvivere. La nostra sede centrale se ne è resa conto e ha deciso di cercare un rimedio correndo però i rischi che ben sappiamo. L’assemblea dei delegati Ssic del 18 settembre secondo me ha agito bene: c’è stata una vittoria delle colombe sui falchi. Dico questo perché non dobbiamo dimenticare che all’interno della Ssic c’è chi affosserebbe volentieri persino il Contratto collettivo di lavoro. Comunque sia, a maggioranza qualificata è stato deciso di mantenere la possibilità di prepensionamento nell’edilizia. Nonostante i ritocchi da noi proposti si dovrebbe arrivare ad una soluzione socialmente valida. Se i sindacati accetteranno queste modifiche potremo realizzare una cassa che davvero durerà nel tempo. Qualche nostro delegato chiedeva di partire ugualmente con la cassa così com’è. Salvo dichiarare fra due o tre anni che i soldi sono finiti. Al di là delle critiche che in parte ci siamo meritati era comunque più saggio fermarsi ora per poter assicurare una prospettiva di durata più lunga alla cassa. Sarebbe stato peggio ingannare i nostri collaboratori ventilando una prospettiva di pensionamento che magari non sarebbe arrivata. I sindacati hanno dichiarato sospesa la pace del lavoro: non vi spaventa la minaccia di uno sciopero? È diritto del sindacato far pressione. Però non riuscirei a capire se volesse persistere. La cassa così come proposta dall’assemblea dei delegati Ssic ha una possibilità di sopravvivere anche se dovesse slittare l’entrata in vigore fino al primo di luglio. È importante rimarcare un altro fatto. La stessa assemblea avrebbe autorizzato la commissione delle trattative di concedere un aumento reale dei salari per compensare il fatto di esser venuti meno all’accordo stipulato. Insomma, nonostante tutto si cerca di procedere con onestà. Fatico invece a comprendere la violenza. E temo che, al di là della prima reazione stizzita, alla lunga si rischia di turbare le buone intenzioni della maggior parte dei delegati. Le prospettive conflittuali alla lunga non giovano a nessuno. Tanto meno ai lavoratori che aspettano di andare in pensione. Bisogna dar prova di pazienza in questo momento economicamente non facilissimo.

Pubblicato

Venerdì 27 Settembre 2002

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