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Sciopero riuscito, ed è solo l'inizio

di

Stefano Guerra
Doveva essere una dimostrazione di forza. Lo è stata. Lo sciopero degli imbianchini e dei gessatori svizzero-tedeschi e giurassiani e dei pittori ticinesi – il più grande del ramo negli ultimi 40 anni – ha coinvolto oltre 2’100 persone. Oltre le più rosee aspettative, e nonostante «le massicce minacce di repressione da parte dei datori di lavoro», segnalava il Sindacato edilizia & industria (Sei) in una nota diffusa lunedì. In Ticino (si vedano gli articoli di questo dossier), gli imbianchini – chiamati allo sciopero oltre che dal Sei anche dall’Organizzazione cristiano-sociale-Ocst – hanno disertato i cantieri e dato corpo a un corteo di centinaia di persone nelle strade di Lugano, che ha fatto il paio con quello di Kloten. A Zurigo sono stati in 600 ad astenersi dal lavoro, indica il Sei, e si è scioperato anche nei grandi cantieri Hyatt e Ibm. Anche nella regione di Bienne e Soletta l’adesione è andata oltre le aspettative, mentre a Lucerna hanno scioperato pure i dipendenti dell’azienda del presidente dell’Associazione degli imprenditori di pittura e gessatura della Svizzera centrale. Ad incrociare le braccia non sono stati solo lavoratori in età di prepensionamento, ma anche giovani e apprendisti, tutti accomunati nel rivendicare nuovamente la possibilità di andare in pensione a partire dai 62 anni di età. Il messaggio al padronato è chiaro: il pensionamento anticipato a 62 anni va introdotto subito, e se i datori di lavoro non riconsidereranno la proposta del Sei entro oggi, 30 aprile (data limite fissata dal Segretariato di Stato dell’economia-seco per trovare un’intesa prima di chiedere la revoca della dichiarazione di obbligatorietà generale del Ccl scaduto a fine marzo), la lotta continuerà e si farà più dura durante il mese di maggio. Intanto, il successo dello sciopero di lunedì di fatto accresce la pressione sul padronato, che nel 2002 aveva promesso il prepensionamento rimangiandosi poi la parola. Non è da escludere pertanto che in tempi relativamente brevi le parti tornino a sedersi a un tavolo (in Ticino lo si è fatto mercoledì) per sbloccare una situazione di vuoto contrattuale dall’evoluzione incerta a partire dal prossimo 1. giugno, data dell’effettiva entrata in vigore della libera circolazione delle persone. E questo nonostante la baldanza di cui fa prova Peter Baeriswyl, il direttore dell’associazione padronale che lunedì relativizzava l’adesione allo sciopero, diceva che lo stesso «ci lascia indifferenti» e citava ad esempio il rapido assenso dato dal sindacato cristiano-sociale Syna a una proposta di prepensionamento che il Sei ha rifiutato. Lo si sapeva già da ore. «La stragrande maggioranza delle imprese non lavora e i lavoratori stanno confluendo a poco a poco nei punti di raccolta» scriveva in una e-mail spedita alle 7.50 alla stampa il segretario regionale del Sindacato edilizia & industria (Sei) Saverio Lurati. Ma l’esatta misura della massiccia partecipazione allo sciopero dei pittori ticinesi la si è avuta solo nel primo pomeriggio di lunedì a Rivera: i pittori che fuori dal ristorante alla Briccola hanno riscosso l’indennità di sciopero versata dai sindacati Sei e Ocst che li avevano invitati ad incrociare le braccia sono più di 300. Il primo sciopero nazionale del settore della pittura da quarant’anni a questa parte si è saldato in Ticino con una partecipazione superiore alle più rosee aspettative. In quasi tutto il Ticino (il Locarnese sembra essere stata un’eccezione, si veda l’articolo accanto), ditte chiuse e cantieri deserti. Qualche momento di tensione (come il licenziamento in tronco, poi rientrato l’indomani, di due apprendisti intenzionati a prendere parte allo sciopero), ma nulla di trascendentale. «Un tasso settoriale di aderenti allo sciopero fra il 40 e il 50 per cento se lo sognano anche in Italia», commenta alla Briccola di Rivera il sindacalista del Sei Siro Petruzzella. Che aggiunge: «gli imbianchini in Ticino sono 854, ma se togliamo molti datori di lavoro proprietari di piccole ditte e i loro parenti, allora si può dire che buona parte dei lavoratori del settore oggi ha scioperato». Decine e decine di imbianchini sono confluite lunedì mattina a Rivera da diversi punti del cantone per l’assemblea generale indetta dai sindacati Sei e Ocst. La sala prenotata al ristorante alla Briccola ha dovuto per forza di cose essere disertata. I lavoratori del settore (fra cui molti giovani e apprendisti) e chi era con loro per solidarietà hanno così animato una colorata e chiassosa assemblea nel piazzale di una ditta di carpenteria di fronte al ritrovo pubblico. Al suono di fischietti e secchi di latta trasformati per l’occasione in tamburi, hanno approvato una risoluzione con cui prendono atto dell’«intransigenza padronale», rivendicano il pensionamento anticipato a 62 anni, chiedono la firma di un contratto collettivo che contempli anche adeguamenti salariali e delle vacanze, e si impegnano a proseguire la lotta dal prossimo 1. maggio «per tutto il tempo necessario e fintanto che gli impresari pittori rifiuteranno di tenere in debita considerazione le rivendicazioni avanzate dai sindacati». Saverio Lurati si è scagliato contro la «miopia» del padronato che pur lavorando gomito a gomito con i suoi dipendenti «non capisce quali sono le loro esigenze». Il prepensionamento ottenuto per gli operai dell’edilizia principale arriverà anche «per i falegnami, per gli elettricisti e per tutti gli altri lavoratori dell’edilizia», ha detto il segretario regionale del Sei a cui ha fatto eco Nando Ceruso dell’Ocst: «bisogna prepararsi a momenti di lotta dura non solo nel settore della pittura ma anche in quello pubblico, nel privato e nell’industria». Quello del padronato è «un comportamento vergognoso» che merita «una risposta forte», ha affermato dal canto suo il segretario dell’Ocst Paolo Locatelli prima che il presidente del Sei Fabio Tarchini ricordasse a tutti che il pensionamento anticipato è «un diritto sacrosanto». L’improvvisata assemblea all’aria aperta ha dato lo slancio alla carovana su quattro ruote partita dopo il pranzo alla volta di Lugano. Il biscione automobilistico si è insinuato nelle vie della città trasformandosi poi in un corteo di 400 e rotti persone che a piedi hanno raggiunto la sede della Camera di commercio in Corso Elvezia, dove hanno riservato una “calda” accoglienza (raffreddata dalla birra piovuta dalle mani di alcuni manifestanti) al ministro degli interni Pascal Couchepin, in Ticino per illustrare la posizione del Consiglio federale sull’11esima revisione dell’Avs e l’aumento dell’Iva. Alla vigilia dell’incontro di mercoledì fra padronato ticinese e sindacati (al momento di andare in stampa non ne conosciamo l’esito), lo sciopero di lunedì dimostra che anche i pittori ticinesi sono pronti a battersi per conquistare ciò che i loro colleghi romandi e basilesi (e i gessatori, piastrellisti e posatori di pavimenti ticinesi) hanno ottenuto senza dover scendere in piazza. ***** Roberto Gallina è soddisfatto. Lo sciopero è stato un successo: partecipazione oltre le aspettative, chiaro avvertimento al padronato. Lunedì a Rivera, è quasi mezzogiorno. Il segretario della sezione di Locarno del Sindacato edilizia & industria (Sei) osserva decine e decine di pittori sfollare dal piazzale di una ditta di carpenteria dove, al suono di fischietti e secchi di latta usati a mo’ di tamburo, si è appena conclusa un’assemblea di sciopero che la sala del ristorante alla Briccola, dall’altra parte della strada, non ha potuto ospitare: troppe le persone confluite a Rivera da tutto il cantone. Gallina – che è anche membro della delegazione ticinese alle trattative nazionale per il rinnovo del Contratto collettivo di lavoro (Ccl) – si augura che «il messaggio sia passato»: «la forte partecipazione dimostra la preoccupazione della categoria di restare senza contratto alla vigilia dell’entrata in vigore della libera circolazione delle persone. I datori di lavoro dovrebbero capire che i dipendenti vogliono non solo un miglioramento come il pensionamento anticipato – come in tutti gli altri settori edili e para-edili – ma anche la salvaguardia del settore stesso», dice nell’intervista concessa lunedì mattina ad area. Roberto Gallina, le rivendicazioni del Sei non sono troppo onerose per le piccole imprese? No. Il modello che noi difendiamo è già applicato con successo in diversi cantoni, in Vallese e nel canton Vaud ad esempio. È stato studiato in maniera approfondita per tutta la Romandia e ci abbiamo messo molti mesi per farlo proprio perché volevamo essere sicuri delle sue implicazioni finanziarie. Da un’analisi dettagliatissima del numero di dipendenti, della loro età, dei livelli salariali, un istituto scientifico indipendente ha concluso che il modello romando costerebbe uno 0,2 per cento in più se applicato al resto della Svizzera. Sono 10 franchi in più al mese… Ma la situazione del settore nella Svizzera tedesca e in Ticino non è diversa da quella romanda? Non c’è diversità. E poi l’onere del prepensionamento verrebbe ripartito su tutto il settore, non sulle singole imprese. Infine, il contributo richiesto è quattro volte inferiore rispetto a quello dell’edilizia principale. Ma non è eccessivo chiedere un ulteriore sacrificio ai lavoratori che negli ultimi anni hanno già visto assottigliarsi la busta paga? Parlerei di ottimo investimento piuttosto che di “sacrificio”. In ogni caso, per calibrare la nostra posizione, il pacchetto di rivendicazioni comprende anche un aumento salariale. E per dare maggior agio alle imprese proponiamo un rinnovo del Ccl fra tre anni, non fra due. Gli impresari temono che al momento del rinnovo del Ccl i sindacati chiedano loro un ulteriore contributo al prepensionamento. Lo studio a cui ho accennato prima conclude che il modello è sostenibile per i prossimi 15 anni. Non dimentichiamo poi che un contratto c’è se due parti lo firmano. Se un giorno si vorranno introdurre cambiamenti, sarà solo sulla base di un accordo che lo si potrà fare. Il padronato accusa il Sei di manipolare i lavoratori e di non informarli dell’entità dei “sacrifici” a cui dovranno acconsentire per andare in pensione prima. È vero? Del prepensionamento si parla da anni. Il Sei dallo scorso autunno illustra ai lavoratori il modello romando. Certo, il prepensionamento nell’edilizia principale è più attrattivo e da parte dei lavoratori c’è stata una maggior rispondenza iniziale. Ma lo sciopero di oggi dimostra che anche i pittori vogliono il pensionamento anticipato. Quale influsso avrà lo sciopero sul prosieguo delle trattative? Per noi questo sciopero è da un lato la prova che è possibile mobilitare anche i lavoratori del settore della pittura (la partecipazione in termini percentuali è stata addirittura maggiore che nell’edilizia principale a suo tempo), dall’altro un segnale di avvertimento: se il padronato lo capisce, bene, altrimenti ci saranno altre misure più dure. Quali? Al momento non vogliamo svelare le nostre strategie, ma potrebbe esserci un’escalation numerica, oppure il blocco di qualche cantiere importante senza alcun preavviso.

Pubblicato

Venerdì 30 Aprile 2004

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