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Lavoro & Giustizia

Sciopero legittimo, licenziamenti abusivi

La Graniti Maurino condannata a risarcire oltre 50mila franchi a tre operai lasciati a casa per aver partecipato alla protesta degli scalpellini nel 2014

di

Francesco Bonsaver

Una giustizia dal sapore amaro. Sette anni d’attesa per il verdetto della prima istanza, confermato dal Tribunale amministrativo cantonale l’anno successivo, pochi giorni fa. Sentenze in cui viene riconosciuto il licenziamento abusivo di tre operai quale ritorsione per aver partecipato a uno sciopero «legittimo». La Graniti Maurino di Biasca è stata quindi condannata al versamento di oltre 52mila franchi ai tre lavoratori difesi dal sindacato Unia.

Otto anni fa, i cavisti ticinesi riportarono le lancette degli orologi all’Ottocento, imbastendo un clima da guerra di classe degno degli albori industriali in opposizione alla giornata di sciopero indetta il 16 giugno 2014 dalle organizzazioni sindacali. Alla domanda di ripristinare il centenario Ccl da loro disdetto e salvaguardare il diritto al prepensionamento a sessant’anni, la risposta padronale furono cave presidiate da agenti privati e operai introdotti furtivamente a notte fonda nelle cave per impedire di aderire allo sciopero.


Nei giorni precedenti, alcuni datori non mancarono di minacciare gli operai dalle conseguenze del partecipare alla giornata di mobilitazione. Tra questi il titolare della Graniti Maurino di Biasca, che diede poi seguito alle minacce licenziando due settimane dopo tre operai che coraggiosamente avevano partecipato allo sciopero. Persone con famiglie a carico furono così lasciate a casa dopo anni trascorsi a spaccar pietre e respirare polvere per la famiglia Maurino. I tre operai, difesi dal sindacato Unia, denunciarono l’impresa per licenziamento abusivo chiedendo sei mensilità, l’indennità massima prevista dal Codice delle Obbligazioni in questi casi. Della vicenda ne avevamo riferito a suo tempo («Ritratto di un padrone», area n.12-29 agosto 2014).


A quasi otto anni di distanza, una giustizia estremamente lenta ha finalmente dato il responso, arrivato il 21 febbraio con la conferma del Tribunale amministrativo della prima sentenza formulata dal Pretore l’anno precedente. Ai lavoratori sono state riconosciute due mensilità a compenso del licenziamento abusivo quale ritorsione per la loro partecipazione a uno sciopero definito legittimo da entrambe le istanze giudiziarie.


Le due corti hanno ritenuto prive di fondamento le tesi dell’impresa che lo sciopero avesse infranto la pace sociale poiché la ditta era già sottoposta al Contratto mantello dell’edilizia (Cnm), obbligatorio in caso di assenza del Ccl cantonale. Sebbene lo fosse, i suoi dipendenti hanno continuato a lavorare su due turni e il sabato mattina senza ricevere le indennità e i supplementi previsti dal Cnm. Quei soldi furono versati retroattivamente solo l’anno successivo, quando l’impresa infine firmò un accordo con la Commissione paritetica sull’applicazione effettiva del Cnm.  


Ditta sconfessata pure nel suo tentativo di negare di aver licenziato gli operai quale ritorsione allo sciopero, invocando generiche difficoltà economiche dovute all’applicazione del Cnm (avvenuta quasi un anno dopo). Come appurato dalla giustizia ticinese, la ditta aveva potenziato il personale quando fu infine sottoposta al pagamento delle indennità e dei supplementi previsti dal Cnm.


La legge prevede che per definire abusivo un licenziamento, non occorrano prove certe, ma siano sufficienti una serie di indizi. I giudici delle due istanze hanno considerato «la vicinanza temporale tra lo sciopero e la disdetta un serio indizio della natura ritorsiva del licenziamento». Tanto più, osservano i giudici, che l’aver comunicato pochi giorni prima del 16 giugno alle maestranze che «una partecipazione allo sciopero non sarebbe stata tollerata», rinforza l’ipotesi della ritorsione. «Il solo fatto che Maurino debba pagare per un torto riconosciuto dalla Giustizia, ci rende felici» hanno commentato all’unisono gli operai una volta informati della decisione giudiziaria dai sindacalisti. Una sentenza non ancora definitiva al momento di andare in stampa, poiché il termine d’inoltro di ricorso al Tribunale federale scade proprio questo venerdì 25 marzo.


Con l’auspicio che altro tempo non vada perduto, soddisfazione la esprime anche il sindacalista Igor Cima, responsabile Unia di settore. «Siamo contenti per le due sentenze che, oltre a riconoscere i licenziamenti abusivi, definiscono entrambe legittimo lo strumento dello sciopero per difendere i diritti dei lavoratori». Amarezza invece «per i lunghi tempi della Giustizia e per le deboli tutele previste dalla legge in questi casi. Il riconoscimento di due mensilità d’indennità son poca cosa rispetto al danno subito da operai per aver difeso collettivamente i loro diritti. Queste sentenze evidenziano quanto sia importante tutelare tutti i lavoratori, non solo i delegati sindacali, dalle ritorsioni padronali. Un’esigenza molto sentita dai lavoratori, espressa nella risoluzione adottata dal Congresso di Unia il mese scorso» conclude Cima.


Rimediare a questa situazione, che espone a pericolo soprattutto i salariati più fragili e quelli impegnati sindacalmente, è infatti diventata una priorità per il movimento sindacale. Da anni se ne discute perché molto sentita dai militanti sindacali e ora la base del sindacato Unia ha deciso di passare all’atto in occasione del congresso a Bienne dello scorso 26 febbraio.


Fra i delegati sindacali, chiamati a scegliere quale progetto d’iniziativa popolare Unia debba sottoporre all’Unione sindacale svizzera (Uss), tra la protezione dai licenziamenti e quella di una riduzione generale dell’orario di lavoro, l’ha spuntata il primo tema con 104 voti contro 95. Nella risoluzione si chiedono sanzioni dissuasive contro i licenziamenti abusivi, quali il reintegro o, su richiesta degli interessati, un indennizzo pari a due anni di mensilità salariali.

Pubblicato

Giovedì 24 Marzo 2022

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