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Il caso Graniti Maurino

Scioperano e vengono licenziati, ritratto di un padrone

di

Francesco Bonsaver

Qualcuno lo chiama «il re delle cave». Marzio Maurino è la terza generazione di una dinastia di cavatori iniziatasi nel 1894, quando Giuseppe Maurino acquistò la cava di Biasca allo scopo di fornire il materiale per la costruzione della ferrovia del Gottardo. Oggi, con una cinquantina di dipendenti che estraggono i blocchi, li segano e li lavorano negli impianti attivi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, Natale e Capodanno compresi, la Graniti Maurino è diventata una delle più importanti aziende nazionali del settore.

 

La materia prima arriva dal patrimonio naturale delle montagne ticinesi, estratto da due cave della Riviera e da altre due in Valle Maggia, di proprietà aziendale. La quarta generazione della dinastia è già programmata, col figlio Cesare che da qualche anno coadiuva il regnante Marzio Maurino.


Dalle testimonianze raccolte non si ricava l’immagine di un sovrano illuminato, ma piuttosto di un re assoluto. Il padrone, così definito dai suoi operai per l’atteggiamento autoritario, come quello di richiamare gli operai col fischietto e fedele al motto “io pago e io comando”, pare tenda a considerare i suoi dipendenti alla stregua delle pietre di cava. Cioè utili o scarti a dipendenza del suo arricchimento personale. L’esempio più illuminante è il trattamento riservato ai lavoratori più anziani. Con l’avanzare dell’età crescono le probabilità, se non la certezza, di ricevere il benservito. Superati i cinquant’anni, il posto è fortemente a rischio. Poco importa l’aver passato decenni a inghiottire polvere e spaccare pietre accrescendo il patrimonio di famiglia del padrone Maurino. Parlando con gli operai, essi si ricordano di ben pochi colleghi arrivati al prepensionamento senza essere stati in precedenza licenziati dalla Graniti Maurino. Le cifre delle testimonianze discordano leggermente, ma anche nei conteggi più ottimistici il numero dei dipendenti passati direttamente dalla cava al prepensionamento non arriva nemmeno alle cinque dita di una mano.


Ne sa qualcosa Ernesto Gomez. Dopo 23 anni alle dipendenze della Maurino quale scalpellino, nel 2012 riceve la lettera di licenziamento. Aveva 57 anni. Ancora tre anni e avrebbe potuto beneficiare del prepensionamento, la storica conquista sociale ottenuta nel 2003 a colpi di scioperi nel settore nazionale edile e affini. Sarebbe bastato licenziarlo l’anno successivo per non fargli diventare il prepensionamento soltanto un sogno. Due anni di disoccupazione non ne compromettono il diritto, tre sì. Nonostante i bei discorsi sulla valorizzazione dell’esperienza professionale dei lavoratori anziani, la cruda realtà è l’esclusione dal mondo del lavoro per chi supera la fatidica soglia. «Quando ti presenti per chiedere lavoro, i più gentili rispondono di non averne. Altri dicono chiaramente che sei troppo vecchio e gli costi troppo». Al pari di molti suoi coetanei, il destino di Gomez è segnato. Terminati i due anni di disoccupazione, ora è in assistenza. La scorsa settimana ha inoltrato la domanda per il pensionamento anticipato. Le possibilità sono ridotte. Se dovesse andar male, la prospettiva è l’assistenza fino ai 65 anni e poi una pensione modesta. Non certo la meritata tranquillità dopo una vita di duro lavoro.


Gomez non è un caso eccezionale tra gli ex dipendenti della Maurino Graniti. Di testimonianze simili ne abbiamo raccolte diverse, ma lo spazio in pagina stringe e rischieremmo di proporre “noiose” ripetizioni.
I due sindacati stanno ricostruendo nel dettaglio il numero dei prepensionati della Maurino e quantificare i licenziati sopra i cinquant’anni in quell’azienda. E tutto sembra convergere verso le testimonianze da noi raccolte.


Stando dunque agli attuali o ex dipendenti , la riconoscenza non pare di casa dai Maurino. Solo su un aspetto tutti convergono e sottolineano: «La paga è sempre stata puntuale». Quella che dovrebbe essere la normalità, diventa un fatto da lodare.


Un altro aneddoto di “gratitudine” lo racconta Nuno. Dopo nove anni alle dipendenze di Maurino, a fine luglio riceve la lettera di benservito. Nuno e i sindacati sono convinti sia stato licenziato per aver partecipato allo sciopero cantonale del 16 giugno. L’adesione alla mobilitazione per un contratto collettivo nel settore è stata alta nell’azienda di Maurino. Il padrone avrebbe minacciato più volte i suoi dipendenti: «Se scioperate, vi licenzio». Qualche settimana dopo l’agitazione, tre operai sono stati licenziati (si veda la rubrica di Giuseppe Dunghi a fondo pagina). José, Nuno e Marcio lavoravano alla Graniti Maurino rispettivamente da 13, 9 e 5 anni. La ditta nega la relazione tra il licenziamento e lo sciopero. Sostiene di averli licenziati perché costretta a sopprimere i turni aziendali, obbligata dalle regole contrattuali della Cnm. In realtà non è obbligata a eliminare i turni, ma deve retribuirli come da contratto. In ogni modo, per sostituire i tre fresatori, la ditta ne ha già provati altri cinque, impiegati a turni come i tre licenziati. Riassumendo, li licenzia perché dice di essere costretta a sopprimere i turni e li sostituisce con altri operai impiegati a turni.


Il sindacato ha denunciato la Graniti Maurino per licenziamento abusivo avendo motivato la disdetta con l’adeguamento alle regole contrattuali (pagamento delle indennità di turno) e per attività anti-sindacale, considerato il nesso evidente con la giornata di mobilitazione nel settore.
Ma torniamo all’aneddoto di Nuno sulla gratitudine della famiglia Maurino. Nuno, a dispetto della suoi trent’anni, conosce il granito come pochi, essendo cresciuto in una cava in Portogallo. È in grado di svolgere l’intera filiera, dall’estrazione alla lavorazione fino alla posa.


Qualche anno fa, un venerdì sera lo chiamano in ufficio per dirgli: «Abbiamo un problema. Mercoledì dobbiamo consegnare e posare sei balconi, interamente in pietra, base compresa. Abbiamo tutti i permessi. Ma ci siamo dimenticati di questa commessa. E se non li realizziamo entro mercoledì, la penale è altissima. Puoi farcela?» Nuno accetta. È un’opera complessa. Ci vuole la giusta inclinazione per smaltire l’acqua piovana e la superficie antisdrucciolo. Nuno sceglie due bravi colleghi, e lavorano quattro giorni senza sosta, fine settimana compreso. Mercoledì i balconi sono al loro posto. «Ha pagato tutte le ore, straordinari e supplementi compresi. Non un franco di più né uno di meno. Ma un grazie, quello no».


Nel luglio di quest’anno lo licenzia, dopo nove anni alle sue dipendenze e un figlio nato da appena quattro mesi. Nuno è convinto che lui e i suoi colleghi siano stati licenziati per la loro partecipazione allo sciopero. Non hanno mai nascosto al padrone il loro pensiero. «E lo rifarei», dicono senza esitazione. «In gioco ci sono i diritti di tutti. Anche dei nostri colleghi che vivono nel terrore di perdere il lavoro nella ditta di Maurino» conclude Nuno.

Pubblicato

Mercoledì 27 Agosto 2014

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