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Scienza e soldi

di

Sylvie Coyaud
C’era una volta nei Pirenei un vecchio osservatorio che doveva chiudere per raggiunti limiti di età. Siccome era sul Pic-du-Midi dal quale la vista è favolosa, la Regione, l’università di Tolosa e alcuni privati trovarano i soldi per restaurarlo con due scopi: accogliere il pubblico e fare ricerca, soprattutto sulla corona solare. Questa si guarda di giorno, le stelle invece si guardano di notte, quindi l’osservatorio sarebbe rimasto sempre aperto e agibile. I turisti sono accorsi, e ora il ristorante è diventato troppo piccolo. Allora gli amministratori hanno pensato di costruire una tavola calda. Purtroppo la sua cucina emetterebbe un fumo unto — perché produrrebbe patate fritte in gran quantità — appena a 15 metri sotto il telescopio che serve a inseguire le comete. Per gli astronomi è una catastrofe: l’aria calda e grassa farà tremolare le immagini che non riusciranno più a mettere a fuoco, e imbratterà la fragile superficie dello specchio del telescopio, così difficile da pulire senza danneggiarlo. Non vogliono cacciare via i turisti dal tempio della scienza, anzi: sanno che sono loro ad aver salvato il Pic. Propongono invece l’apertura di una tavola fredda, mentre i locali si attrezzano con cappe e filtri per l’aria. Se vi sembra ragionevole, per favore, firmate il loro appello (www.bdl.fr/picdumidi.html). Così aiuterete un po’ di scienza a sfuggire alla morsa del business-oriented. Soltanto un po’, per salvare il resto, occorrerà ben più di una firma. Da vent’anni i governi occidentali spingono gli scienziati delle università e dei centri di ricerca pubblici a farsi finanziare da aziende attraverso delle joint-ventures. I risultati sono brutti. Faccio solo un paio di esempi ma ne ho altri. Mesi fa, scrivevo qui del ragazzo americano Jesse Gelsinger, morto durante un esperimento clinico di terapia genica in cui era volontario, ma che non avrebbe dovuto parteciparci date le sue condizioni. L’esperimento era condotto dal genetista Jim Wilson, il quale aveva legami economici con la ditta che aveva messo a punto la tecnica per la terapia. Questo nessuno e tanto meno Jesse lo sapeva. Ad aprile David Healy, specialista della depressione, doveva andare a lavorare all’università di Toronto. Ma tra la firma del contratto e quella della sua entrata in vigore, ha pubblicato ricerche che indicano una maggior incidenza di suicidi tra i pazienti depressi trattati con il Prozac. Il centro universitario che l’aveva assunto è finanziato dalla casa farmaceutica Eli Lilly. A Healy ha detto di starsene pure a casa. Indovinello: quale casa farmaceutica vende il Prozac? Meno male che molti ricercatori trovano queste cose inaccettabili. Il mese scorso hanno varato il progetto Integrity in Science (www.cspinet.org/ integrity) che elenca accanto al nome di certi scienziati i loro legami con aziende e con organizzazioni non profit però molto successo economico sia l’integrità della scienza stessa.

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Venerdì 15 Giugno 2001

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