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Scholé

di

Giuseppe Dunghi
Le statistiche dicono che in Svizzera otto economie domestiche su dieci posseggono un computer. Siamo una società in rete, possiamo connetterci, se lo desideriamo, con tutti i luoghi del mondo in qualsiasi momento e a un costo irrisorio.
Per usare il computer è necessaria una presa di corrente. Per disporre di una presa di corrente occorre pagare le bollette dell'energia a fine mese, e inoltre avere a disposizione un tavolo, una lampada, dei mobili, un locale riscaldato in inverno e ventilato in estate, pagare l'affitto. Bisogna disporre di un reddito, avere un lavoro, insomma essere solvibili. Inoltre avere un impegno lavorativo non troppo faticoso dal punto di vista fisico, tale da permettere di stare davanti allo schermo la maggior parte della giornata, poiché l'informazione istantanea esige ovviamente attenzione e presenza ad ogni istante. È evidente allora che soltanto chi lavora nel settore terziario ha la possibilità di usufruire fino in fondo degli orizzonti comunicativi offerti dal computer. La statistica dunque può essere interpretata nel senso che nel nostro paese otto economie domestiche su dieci appartengono al settore terziario
E il settore primario, e il secondario? Per quanto riguarda l'agricoltura, ha ormai un ruolo poco più che folcloristico: nel Mendrisiotto non c'è mais a sufficienza per decorare il capannone di Gioventù Rurale alla sagra di San Martino. Se non fosse protetta come un malato in cure intense, sarebbe già scomparsa, nonostante il rispetto e l'affetto con cui guardiamo gli ultimi contadini. Riguardo all'industria, cioè il settore che si occupa di trasformare i prodotti della terra e delle miniere per renderli fruibili, mai come oggi è guardata con disprezzo, convinti come siamo che i manufatti si possano ottenere a costo sempre più basso, eliminando manodopera, diminuendo le paghe o importando a prezzi inferiori: il consumatore prima di tutto! I 45.000 frontalieri che lavorano in Ticino vengono a gettare calcestruzzo, tirare su muri, intonacare, stendere asfalto, scavare gallerie, posare i tubi delle fognature, ma scompaiono dopo le cinque di sera. Non ci importa che cosa fanno dopo quell'ora, se usano o no il computer, non entrano nelle statistiche. In Italia il settore secondario è rappresentato ormai soltanto dai volti impauriti dei lavoratori cinesi nel momento in cui i carabinieri li sorprendono stipati nei seminterrati a fare scarpe e borsette, cucire vestiti, imbottire divani. I nuovi schiavi.
Nell'antica Grecia il lavoro, soprattutto quello pesante, era svolto da schiavi tenuti in vita col cibo appena sufficiente ad arrivare al giorno dopo, morivano giovani. Gli uomini liberi potevano così impegnarsi nell'amministrazione della città, nella filosofia, nella scienza, attività queste chiamate σχολή, cioè ozio, libertà dal lavoro. Anche in latino l'otium era l'occuparsi di politica e di cultura, il contrario di negotium, cioè il lavoro, gli affari, le preoccupazioni meschine. Poi vennero i Benedettini, che rivalutarono il lavoro e insegnarono che  è possibile provvedere dignitosamente alle necessità materiali di una comunità e nello stesso tempo dedicarsi alla cultura e alla preghiera.
Ora a quanto pare siamo tornati a considerare il lavoro come un'attività penosa, che deve essere svolta da persone senza diritti. Siamo ritornati praticamente al lavoro servile e alla σχολή per i privilegiati.

Pubblicato

Venerdì 18 Dicembre 2009

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