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Processo Eternit bis

Schmidheiny condannato anche a Napoli: 3 anni e 6 mesi per omicidio colposo

Il miliardario svizzero è stato ritenuto colpevole di un solo decesso per amianto.

di

Claudio Carrer

Il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny è stato condannato ieri, mercoledì 6 aprile, dalla Corte di Assise di Napoli a tre anni e sei mesi di carcere per omicidio colposo in relazione alla morte per amianto di un ex operaio della Eternit di Bagnoli. La pubblica accusa sosteneva la tesi dell’omicidio intenzionale. Per altri 6 casi al centro di questo filone dell’Eternit bis, a seguito della riqualificazione del reato, i giudici hanno sancito l’avvenuta prescrizione. E per uno è stato assolto perché il fatto non sussiste.

 

Per l’ex patron dell’Eternit, si tratta indubbiamente di un bello “sconto di pena”, ritenuto che i sostituti procuratori di Napoli Anna Frasca e Giuliana Giuliano avevano chiesto una pena di 23 anni e 11 mesi di reclusione, sostenendo la piena consapevolezza dell’imputato circa i rischi per la salute legati all’esposizione all’amianto e la sua accettazione della morte delle vittime. Ma si tratta pur sempre di una condanna per omicidio e non di un’assoluzione che invocavano i suoi legali.

 

Gli altri filoni
Una condanna che va ad aggiungersi a quella inflittagli nel 2019 dal Tribunale di Torino: 4 anni per omicidio colposo aggravato per la morte di un ex operaio dello stabilimento Eternit di Cavagnolo e di una cittadina che abitava nelle vicinanze. Stephan Schmidheiny, si legge nelle motivazioni di quella sentenza, «era ben consapevole della pericolosità dell’amianto» ma, «in nome della sola produttività commerciale e del profitto, decise di scaricare i costi umani e ambientali» connessi al suo utilizzo «sulle popolazioni e sui territori dei comuni che ospitavano gli stabilimenti» Eternit. Una sentenza chiaramente impugnata dall’imputato. Attualmente è in corso il processo d’Appello, che dovrebbe arrivare a sentenza a breve.


La sentenza dei giudici partenopei rappresenta un allineamento alla decisione del giudice dell’udienza preliminare di Torino del 2016 che portò allo spacchettamento del processo Eternit bis in quattro tronconi e l’attribuzione della competenza territoriale (in funzione del luogo di residenza delle vittime) ad altrettante sedi giudiziarie: Torino per i casi legati alla fabbrica di Cavagnolo, Napoli per quelli di Bagnoli, Reggio Emilia per quelli dello stabilimento di Rubiera e infine Vercelli, competente per il filone più importante dell’Eternit bis, perché riguarda la tragedia di Casale Monferrato, già sede del più grande stabilimento Eternit in Italia e luogo dove si è consumata e si sta consumando una strage infinita, con già oltre 3.000 morti e ancora oggi, a 35 anni dalla chiusura della fabbrica, un nuovo decesso e una nuova diagnosi di mesotelioma (il tipo di cancro da amianto che colpisce soprattutto la pleura) ogni settimana.


Una strage al centro del processo che attualmente si sta celebrando davanti alla Corte d’Assise di Novara (non essendo tecnicamente possibile a Vercelli) e dove Schmidheiny è accusato (come lo era Napoli) di omicidio volontario plurimo aggravato, in relazione alla morte di 392 persone, (62 lavoratori e 330 semplici cittadini, del Monferrato Casalese), vittime delle polveri di amianto disperse negli ambienti di lavoro e di vita dalla sua fabbrica. Iniziatosi il 9 giugno 2021, il processo, salvo imprevisti, dovrebbe arrivare a sentenza tra ottobre e novembre.

 

Le reazioni
Essendo l’ipotesi di reato, la medesima del processo di Napoli, la sentenza dell’altro giorno era molto attesa a Casale Monferrato, in particolare dalle tante parti offese e dall’Afeva, l’Associazione dei familiari e delle vittime dell’amianto, da quarant’anni in prima linea nella battaglia per la bonifica del territorio, per la ricerca sul mesotelioma e, appunto, per la giustizia. Abbiamo chiesto una reazione a Bruno Pesce, leader storico di questa battaglia: «È una decisione non del tutto inaspettata, perché un conto è ciò che vede e chiede una procura e un conto è la decisione di una giuria, che durante il dibattimento viene sottoposta a tutta una serie di considerazioni della difesa che tendono a mettere in dubbio il dolo e persino la colpa. Spesse volte si dà più retta al dubbio e si evita di considerare appieno la responsabilità dell’imputato». «E poi in genere – prosegue Pesce – quando una strage è compiuta da un’impresa viene considerata e inquadrata in modo ben diverso da quando gli autori di reato sono persone “normali”».


Questo perché?
Perché sono reati perpetuati per anni e anni, anche sulla base del fatto che, trattandosi di attività economiche che rispondono dunque anche a esigenze occupazionali e sono gestite da importanti multinazionali e da figure potenti, godono di una certa accondiscendenza. E chi dovrebbe intervenire chiude gli occhi, contribuendo così a far credere nell’impunità chi conduce la propria attività imprenditoriale in maniera criminale. Poi, quando si arriva al nocciolo della giustizia, i fattori che ho evocato suonano come attenuanti. È così che vanno le cose.

 

Pubblicato

Giovedì 7 Aprile 2022

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