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Processo Eternit

Schmidheiny accusato di omicidio

Dopo la condanna a 18 anni, Guariniello prepara un nuovo processo

di

Claudio Carrer

La Corte d'appello del Tribunale di Torino ha pronunciato lunedì il verdetto di secondo grado del processo Eternit. Il magnate svizzero ed ex padrone della multinazionale dell'amianto Stephan Schmidheiny è stato condannato a 18 anni di reclusione per disastro ambientale doloso permanente. Le motivazioni saranno note tra circa tre mesi, ma i suoi avvocati difensori hanno già annunciato ricorso in Cassazione, massima istanza giudiziaria italiana.

Intanto però il procuratore Raffaele Guariniello che ha condotto le indagini sta per emettere una nuova richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Schmidheiny: questa volta per omicidio, conferma in un'intervista ad area, realizzata pochi minuti dopo la lettura della sentenza d'appello.

 

«La giustizia non è un sogno. Questa sentenza ci dice che non è azzardato sognare». Il procuratore Raffaele Guariniello, il grande artefice di questo processo, sorride. Non appena il giudice dichiara che «l’udienza è tolta» è su di lui che si avventano giornalisti, fotografi e cineoperatori. E anche il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli va subito ad abbracciarlo e a ringraziarlo per il lavoro svolto: «Sono orgoglioso di far parte di questa Procura e dei risultati che ha saputo ottenere», dichiara.

 

Guariniello si dice chiaramente «soddisfatto» per l’esito del processo d’appello, che non solo ha confermato l’impianto accusatorio ma che ha inasprito la pena di due anni rispetto al primo grado. Un fatto insolito: normalmente capita il contrario: «La gravità dei reati è eclatante, così come la capacità a delinquere dell’imputato, che è arrivato addirittura allo spionaggio per capire le mosse del sottoscritto. Devo dire che Stephan Schmidheiny mi ha battuto su una cosa: s’informava sui miei processi perché aveva capito prima di me che lui era colpevole», commenta Guariniello, sottolineando anche «l’importanza del reato per cui è avvenuta la condanna: disastro doloso ambientale, cioè un disastro che ha colpito non solo i lavoratori, non solo quelli che hanno varcato la soglia di quei quattro stabilimenti Eternit, ma anche molti cittadini che hanno vissuto intorno. Nessuno si può sentire al di fuori di questo processo perché c’è in palio la tutela dell’uomo e della sua salute. Importante è poi anche il riconoscimento del carattere permanente del reato e dunque dell’attualità del silenzioso disastro causato dall’amianto».

 

Guariniello confessa però anche di avere il «cuore pieno di rabbia» quando pensa alle «tante tragedie sul lavoro, con o senza l’amianto di mezzo, dimenticate dalla giustizia». Spera dunque che questa sentenza apra «grandi prospettive per altre realtà, come per esempio quella di Taranto, per l’Ilva».

 

L’avvocato di Schmidheiny Astolfo Di Amato ha definito la sentenza “una pugnalata all’economia italiana”, sostenendo che condannando a 18 anni uno che ha investito 75 miliardi di vecchie lire rischia di tenere lontano gli investitori stranieri…

Se non vengono a investire in Italia imprese di questo tipo è meglio.

 

Molti media e commentatori svizzeri hanno già avuto modo di definire questo processo “una farsa”. Come replica?

Beh, se le farse sono di questo tipo ben vengano le farse!

 

Conferma che per Stephan Schmidheiny è imminente una nuova richiesta di rinvio a giudizio per il reato di omicidio?

Sì, aspettavo solo questa sentenza. Adesso, in un processo Eternit bis, dobbiamo occuparci anche dei morti: per ora ci siamo concentrati sui reati collettivi, ma rimangono gli omicidi. Non solo in relazione alle vittime nei quattro stabilimenti italiani della Eternit, ma anche a quelle che hanno lavorato all’estero: in Svizzera (i più), in Francia, in Brasile, che saranno prese in considerazione in un processo “ter”.

 

Può indicare una data ipotetica d’inizio di questi nuovi processi?

Per l’Eternit bis sui lavoratori in Italia siamo in dirittura finale. Esso prenderà in considerazione i morti fino a una certa data. Quelli che moriranno più in là (perché purtroppo è così) rientreranno nel processo successivo.

 

E l’Eternit ter riguardante i lavoratori italiani morti che avevano lavorato in Svizzera e in altri paesi come procede?

Noi facciamo le rogatorie in Svizzera e in altri paesi per capire le condizioni di lavoro negli stabilimenti, ma le risposte che arrivano sono assai deludenti. Dobbiamo quindi raccogliere informazioni attraverso altri canali e questo richiede del tempo.

 

Nell’Eternit ter ci sarà una richiesta di rinvio a giudizio per il fratello di Stephan Schmidheiny, Thomas, per il periodo in cui è stato alla testa di Eternit Svizzera?

Figura nel registro degli indagati.

 

C’è chi parla di un mandato di cattura internazionale per Stephan Schmidheiny. Si tratta di un’ipotesi realistica?

Aspettiamo le motivazioni della sentenza. Poi si vedrà.

Pubblicato

Giovedì 6 Giugno 2013

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L'editoriale
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Claudio Carrer

Se Stephan Schmidheiny non fosse un ex industriale senza scrupoli che ha lucrato sulla pelle di lavoratori e cittadini e  che in passato ha ricoperto incarichi in seno a società del calibro di Ubs, Abb e Nestlé, ma un ladro seriale pizzicato a rubare in un grande magazzino milanese, la notizia di una sua condanna avrebbe sicuramente ottenuto maggiore eco sui media svizzeri e non avrebbe provocato alcuna reazione innocentista.

 

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«In nome del popolo italiano, la Corte di appello ha pronunciato la seguente sentenza...». Sono le 15.29 quando il giudice Alberto Oggè incomincia la lettura del verdetto. L'aula è gremita in ogni ordine di posto, la tensione è palpabile: tra i familiari e i rappresentanti delle associazioni delle vittime giunti in massa a Torino è diffuso il timore che qualcosa possa andare storto, che in pochi minuti si vanifichino anni di battaglie per la giustizia. E le prime parole di Oggè (che fa riferimento a una «parziale riforma» della sentenza di primo grado e a un’assoluzione «per non aver commesso il fatto» in ordine a una parte delle accuse), complici anche le difficoltà per un profano del diritto di comprendere il linguaggio tecnico-giuridico, non fanno che accrescere la paura.

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I media svizzeri hanno dato scarso risalto alla condanna di Stephan Schmidheiny: nessuna testata, tranne il Tg della Rsi, l’ha messa in prima pagina o nei titoli di apertura.

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