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Schmidheiny a Rio, «Berna condanni»

di

Claudio Carrer
Nonostante la condanna a sedici anni di carcere per disastro ambientale inflittagli lo scorso febbraio dal Tribunale di Torino nell'ambito dello storico processo per la strage italiana dell'Eternit e i nuovi procedimenti giudiziari all'orizzonte, il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny figura tra gli ospiti della Conferenza mondiale dell'Onu sullo sviluppo sostenibile (il cosiddetto Rio+20) che si tiene questa settimana a Rio de Janeiro (Brasile). Sulla sconcertante presenza, che in Italia ha suscitato numerose reazioni di protesta, dovrà ora esprimersi anche il governo elvetico.

Questo grazie all'intervento della consigliera nazionale ticinese e vicepresidente del Partito socialista svizzero Marina Carobbio-Guscetti, autrice di un atto parlamentare che costringerà il Consiglio federale a occuparsi, per la prima volta, dei guai giudiziari di Stephan Schmidheiny, uno degli uomini più ricchi e più potenti del paese che è stato non solo massimo dirigente della multinazionale della morte ma anche membro dei consigli di amministrazione di colossi come Abb, Nestlé, Swatch e Ubs.
Con la sua interrogazione, depositata negli scorsi giorni e sottoscritta da una quindicina di deputati (tra di loro anche il vicepresidente della Commissione della politica estera del Consiglio nazionale Carlo Sommaruga), Marina Carobbio-Guscetti chiede sostanzialmente al governo che cosa ne pensi della partecipazione dell'illustre concittadino a un importante vertice mondiale in cui si dibatte su come pianificare e tutelare il futuro del pianeta e se non ritenga che ciò «rappresenti anche un danno per l'immagine del nostro paese».
Salvo cambiamenti di programma dell'ultima ora, Schmidheiny e i rappresentanti della sua fondazione Avina (che si occupa di sviluppo sostenibile in America latina) dovrebbero prendere la parola a Rio nell'ambito di una conferenza in agenda proprio oggi, venerdì 22 giugno. La risposta del Consiglio federale, attesa entro un paio di mesi, non potrà dunque in alcun modo impedire questo scandalo, ma potrebbe rappresentare un segnale importante in un paese in cui si parla pochissimo dell'immane disastro causato dalla Eternit in tutto il mondo. Ovviamente, non ci si deve illudere perché stiamo pur sempre parlando del governo di un paese che ha regolamentato l'abbandono dell'amianto in funzione dei bisogni della Eternit e accordandosi sui tempi con la famiglia Schmidheiny (dettaglio tra l'altro riportato in un documento sequestrato dai magistrati Torino).
«Immagino che il Consiglio federale si limiterà ad affermare che la scelta dei partecipanti al vertice di Rio non è di sua competenza, ma degli organizzatori», concorda la stessa Marina Carobbio-Guscetti, continuando tuttavia ad auspicare che il governo esprima «una condanna severa del fatto che uno come Schmidheiny sia relatore in una conferenza sullo sviluppo sostenibile, a cui tra l'altro partecipa anche la Confederazione». «Non dobbiamo dimenticarci che stiamo parlando dell'ex padrone dell'Eternit, un marchio indissolubilmente legato alla Svizzera e conosciuto nel mondo per le malattie e i morti che ha causato e continua a causare», aggiunge la consigliera nazionale socialista, che avendo oltretutto lavorato come medico nel reparto di oncologia dell'ospedale di Bellinzona, ha avuto modo di condividere in prima persona le indicibili sofferenze dei malati d'amianto. È dunque pensando «soprattutto alle vittime e ai loro familiari» che ha deciso di rivolgersi direttamente al governo elvetico e far così giungere «l'eco della loro protesta e del loro sdegno anche in Svizzera».
Una protesta che l'Associazione dei familiari delle vittime dell'amianto (Afeva) di Casale Monferrato (la città piemontese dove la presenza di uno stabilimento Eternit ha già causato più di 1.800 morti per mesotelioma, una forma di cancro inguaribile che uccide nel giro di pochi mesi) ha voluto far pervenire anche ai vertici dell'Organizzazione delle nazioni unite (Onu) attraverso una lettera inviata direttamente al segretario generale Ban Ki-Moon. Lettera attraverso cui l'Afeva esprime tutto «il proprio sdegno in relazione alla partecipazione di Stephan Schmidheiny alla Conferenza di Rio patrocinata dall'Onu». «Stephan Schmidheiny, che si spaccia per filantropo della green economy, è stato condannato dal tribunale italiano di Torino per "disastro ambientale doloso permanente" a sedici anni di carcere e al risarcimento dei danni alle vittime e alle istituzioni», ricorda l'Afeva, incredula di fronte alla scelta di invitare un simile personaggio ad una Conferenza dell'Onu: «Come si può essere relatori in un convegno per lo sviluppo sostenibile quando si è stati condannati per disastro ambientale?» «Ci saremmo aspettati» che un simile evento «avesse propugnato la messa al bando in tutto il mondo della lavorazione di un minerale così dannoso e altamente cancerogeno», scrive ancora l'Afeva ribadendo la «richiesta di negare la partecipazione di Stephan Schmidheiny».
Una richiesta probabilmente caduta nel vuoto (al momento di mandare in macchina il giornale il meeting con Schmidheiny figurava nell'agenda degli appuntamenti sul sito ufficiale del Rio+20), ma giunta anche in Brasile attraverso il portavoce italiano di Legambiente, il quale ha dato lettura di un documento che ribadisce la richiesta di «non ammettere Stephan Schmidheiny o suoi emissari a questo consesso internazionale sull'ambiente» ed esprime la «riprovazione» per l'invito a lui rivolto.

Per le vittime nemmeno un franco

Non si sono mai lasciati interrogare, non hanno presenziato a una sola udienza del processo di Torino e ora si sottraggono all'esecuzione della sentenza, rifiutandosi di pagare i risarcimenti dovuti a centinaia di parti civili.

I due imputati del processo Eternit, il barone belga Jean Louis de Cartier de Marchienne e il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, continuano a sfidare la giustizia italiana, che lo scorso 13 febbraio li ha condannati a 16 anni di reclusione ciascuno e al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali derivanti dai reati da loro commessi in Italia in qualità di massimi dirigenti della multinazionale dell'amianto Eternit (omissione dolosa di cautele anti-infortunistiche sui luoghi di e per disastro doloso permanente). La Corte ha in particolare stabilito che una parte dei risarcimenti (per un ammontare complessivo di circa 115 milioni di franchi svizzeri) vanno liquidati con il pagamento di «provvisionali immediatamente esecutive», cioè subito e indipendentemente dal fatto che ci sarà un processo di appello.
Pochi giorni dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza, De Cartier e Schmidheiny hanno nuovamente manifestato tutto il loro disprezzo per la giustizia, facendo sapere, ovviamente tramite i loro legali, che non intendono versare alcun indennizzo. Secondo indiscrezioni, a determinare questa scelta sarebbe stato il novantenne barone belga, il quale, assolutamente contrario ad accordi con le parti offese, avrebbe di fatto costretto Schmidheiny (che pareva più possibilista) ad allinearsi a lui su questa posizione rigida. La condanna al pagamento delle provvisionali è infatti «in solido» sta scritto nella sentenza. Ciò significa che se il miliardario elvetico dovesse decidere di pagare, si troverebbe a versare l'intera cifra e dovrebbe poi eventualmente rivalersi sul belga.
E mentre i due condannati fanno i loro calcoli, le centinaia di vittime cui spettano i risarcimenti stanno cercando, anche con l'aiuto del Governo di Roma, di superare enormi ostacoli procedurali ed economici che frenano il recupero delle provvisionali stabilite dal verdetto.

Ecco come far valere le pretese in Svizzera

Qual è la procedura prevista in Svizzera per recuperare da Stephan Schmidheiny i risarcimenti che lui si rifiuta di versare? Interpellato da area, l'Ufficio federale di giustizia (Ufg) ci ha fatto pervenire queste spiegazioni: «Secondo la cosiddetta Convenzione di Lugano (concernente la competenza giurisdizionale e l'esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, ndr), le pretese di risarcimento di carattere civile derivanti da una sentenza penale italiana possono essere fatte valere in Svizzera se secondo il diritto italiano sono considerate almeno provvisoriamente esecutive», scrive l'Ufg precisando di non essere «in grado di valutare se nel caso concreto le cose stanno così». Noi sappiamo però che le cose stanno così. Dunque «le persone danneggiate possono far valere le loro pretese direttamente in Svizzera. In prima istanza la dichiarazione di esecutorietà avviene, senza che il debitore venga sentito, dal Tribunale di esecuzione del suo luogo di domicilio o nel luogo dove viene eseguita l'esecuzione forzata. Sulla base della dichiarazione di esecutorietà, il giudice può disporre il sequestro dei beni del debitore. Contro la dichiarazione di esecutorietà il debitore può inoltrare ricorso all'istanza cantonale superiore. Ricorso che ha effetto sospensivo, ma non in relazione ad un eventuale sequestro dei beni. Contro la decisione della seconda istanza è possibile un ricorso al Tribunale federale».


Pubblicato

Venerdì 22 Giugno 2012

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