Gli scandali recenti (fiscogate, caso Stinca, mandati diretti, asfaltopoli…) non sono soltanto brutti episodi. Bisogna capire che la loro natura non è soltanto occasionale. Tutti questi episodi di malaffare, se debitamente collocati alla sommità del decennio che li ha preceduti, assumono un vero e proprio significato rivelativo. Manifestano la cattiva verità, in diversi gradi sempre latente e talvolta del tutto patente, delle forze di destra attive in questo arco di tempo. Gli scandali disvelano la logica di natura paradossalmente privata adottata da questa destra per gestire la cosa pubblica. Essi, in altre parole, non sono affatto soltanto incidenti di percorso: del resto qual'è, se c'è e se si è dato, lo scopo del loro percorso?
Fra lo sgravare fiscalmente, vero e proprio basso continuo di tutte queste legislature, e che in realtà è sempre stato anche e soprattutto uno sgravarsi, e l'arraffare a più non posso emerso alla fine di questo periodo (v. asfaltopoli), il loro agire ha attestato di modulare con metodica precisione un unico e identico canone: quello dell'accumulazione privata, di un'accumulazione palesante cioè che lo scopo della loro "politica" è ed è stato di natura sostanzialmente autoreferenziale.
Politica dello specchio, politica decaduta sempre di più in questi anni, sotto la spinta un'unica e medesima logica, a una sorta di "lavoro" che persegue utilità tendenzialmente individuali, ridotta a una tecnica fra le altre e che come queste può essere sedotta e di fatto è stata sedotta con una certa regolarità dal desiderio di possesso e di ricchezza, fino a considerare il proprio prodotto un valore di scambio, dimenticando che il fine "naturale" della politica dovrebbe piuttosto e molto diversamente consistere nella produzione di valori d'uso e ulteriormente nella costruzione di un bene che non si riduce né allo scambio né all'uso, ossia del "bene umano" come fine in sé.
Ma la loro autoreferenzialità è appunto l'altra faccia di una concezione strumentale e degradata della politica, propria di chi conosce e riconosce soltanto il mondo dell'economia aziendale-finanziaria e che ha fatto dell'indebita estensione dei confini di questo mondo fin dentro il cuore dello Stato, con ripetuti attacchi ad ambiti primari quali la scuola e i servizi sociosanitari, la sua paradossale missione pratico-politica.
Ora, gettando uno sguardo a ritroso, accompagnando la diagnosi dell'attualità con un adeguato esercizio di anamnesi, la catena di episodi in cui ci si imbatte e che concernono sempre destra liberale, leghisti e democentristi, spalanca il baratro, entro i loro specchianti ritratti, di una vera e propria crisi di senso.
Guardiamo i manifesti elettorali! In questo senso, e soltanto in questo, adesso sono davvero eloquenti! Viene da ricordare il titolo di una recente mostra, allestita pur senza intenzioni lungimiranti al Museo cantonale d'arte di Lugano: "L'immagine del vuoto"!
Una crisi di senso si apre quando chi è dotato di potere smarrisce le cause per cui esiste e per cui dovrebbe agire, smarrisce i principi da cui proviene la possibilità di legittimare razionalmente il proprio fare.
Max Weber a proposito sosteneva che si danno in definitiva due sole specie di "peccati mortali" sul terreno della politica : «mancanza di una causa giustificatrice (Ursachlichkeit) e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre coincidente con la prima)».
Laddove viene meno il legame con la dimensione fondante e giustificatrice, viene quasi automaticamente meno alla fine anche la consapevolezza che il rispondere delle conseguenze delle proprie azioni costituisce innanzitutto il dovere basilare dell'etica della responsabilità. E allora si potranno utilizzare tutte le astuzie e le tecniche politiche e avvocatesche per annacquare le risposte, per svicolare, per chiamarsi fuori in qualche modo. E si vedranno troppi politici rimpiangere di non possedere più qualcosa di simile al leggendario anello di Gige, l'anello che rendendo invisibili permette a chi lo porta di fare e di aver fatto senza essere visto. Ma l'impressione che ne deriva è appunto quella di un preoccupante vuoto di senso; il sogno di quell'anello essendo il vuoto della loro politica.
Il modello aziendalistico proposto per diversi settori che compongono lo spazio politico pubblico parla di questo vuoto. Al posto dei valori e del riconoscimento della priorità del bene pubblico in confronto al piano della contabilità, si preferisce quest' ultima, elevata a tirannico paradigma della razionalità politica. Ma con l'assolutizzazione del modello contabile aziendale, tutto ciò che è dotato di un valore incalcolabile – come lo è appunto il bene pubblico e i valori primari del rispetto e della solidarietà sociale – viene relegato al piano di ciò che è inessenziale e dunque sostanzialmente svalutato, ridotto al niente. In questa arte del niente eccelle chi si è specializzato nel sembrare giusto pur senza esserlo, ossia chi ha fatto della simulazione, che per gli antichi costituiva il postulato fondamentale della ingiustizia assoluta, la propria divisa. Lo vediamo bene nell'attuale campagna elettorale.
La destra liberale tra l'altro si appella al valore della "libertà": ma lo fa senza accedere mai alla distinzione fondamentale fra libertà e interesse, senza essere nemmeno sfiorata dal dubbio che la vera libertà non può che possedere una natura disinteressata, e in quanto tale è del tutto incompatibile, nella sua generosità, con l'autoreferenzialità, per definizione totalmente interessata al proprio, sempre subalterna, sempre al servizio e all'avara tutela della proprietà.

Pubblicato il 

23.03.07

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