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Scalpellini

di

Giuseppe Dunghi
Al Festival del racconto di Arzo tenutosi alla fine di agosto, Pierpaolo Piludu ha portato dalla Sardegna alcune pietre scolpite, il cui significato si capisce alla fine del suo spettacolo: le pietre non sono oggetti inanimati, hanno assistito alle vicende di generazioni e generazioni, sono state sfiorate da uomini e animali, sono servite a costruire case, mura, torri o semplicemente hanno caratterizzato il paesaggio. Le pietre hanno storie da raccontare, come il marmo che si è cavato per secoli ad Arzo fino al 2009. Ora quelle cave sono chiuse.
Nella tavola rotonda organizzata durante il festival per discutere una loro eventuale riapertura, l'architetto Edy Quaglia ha detto una cosa importante, inaspettatamente in sintonia con la visione poetica del narratore sardo. In sintesi: si potrà continuare l'attività estrattiva per soddisfare le esigenze di restauro delle numerose opere realizzate con quel materiale, ma a patto di rinunciare all'economicità, perché sarà una scelta di tipo culturale. Fin qui l'architetto. Detto in altre parole: sarà sempre un'operazione in perdita, da sostenere nella stessa maniera con cui si finanziano i restauri delle opere d'arte, cioè con il sostegno dei comuni, dei cantoni e della Confederazione. Dunque, a parte le immancabili riffe, lotterie e vendite di torte fatte in casa, con le nostre tasse.
È una cosa nobile finanziare la cultura con il contributo di tutti i cittadini in proporzione del loro reddito, senza dipendere dall'elemosina di banche, casinò e lasciti milionari di dubbia provenienza. La democrazia può permettersi il lusso di restaurare chiese, coltivare la memoria e ascoltare le generazioni che ci hanno preceduto. Ma c'è un ostacolo: da diverso tempo in Ticino (ma anche nel resto della Svizzera e un po' dappertutto in Europa) vincono le elezioni i partiti che promettono di abbassare le tasse. Il bravo ministro dell'economia o il bravo municipale è quello che spende meno, che fa stampare all'estero le pubblicazioni del suo dicastero e fa pavimentare le strade con il granito cinese per diminuire le imposte ai propri elettori. Le aggregazioni comunali, al di là di ogni considerazione sociologica, si fanno intorno al comune con il moltiplicatore più basso, l'evasione fiscale è giudicata un atto coraggioso, l'industria della prostituzione è diventata una delle componenti più importanti del prodotto interno lordo ticinese, ci stringiamo intorno ai casinò come i villaggi nell'alto medio evo intorno al castello del signore. Il modo di pensare si è talmente imbarbarito da non lasciare nessuno spazio né alla cultura né al lavoro decentemente retribuito. E gli scalpellini? Sono stati chiamati "ratt" senza che in questo cantone qualcuno reagisse, eccetto Paolo Bernasconi e Arnaldo Alberti.
Il mondo del lavoro, deriso e disprezzato, sta scomparendo per lasciare il posto al suo avversario storico, la rendita e la finanza. Un mondo popolato solo da impiegati di banca puliti e ubbidienti. Ma anche questi ultimi li stanno licenziando a grappoli. Resteranno allora solo gli strozzini, i lenoni e i biscazzieri. E forse i poeti.

Pubblicato

Venerdì 23 Settembre 2011

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