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Scajola: licenza di uccidere

di

Loris Campetti
Licenza di uccidere. Non è un film di James Bond, Sean Connery non c’entra. È la realtà italiana. L’ordine dato dal ministro degli interni alle migliaia e migliaia di poliziotti, carabinieri, finanzieri, guardie forestali nei terribili giorni di luglio a Genova, durante il G8 è stato rivelato solo sette mesi dopo dallo stesso titolare del Viminale, Claudio Scajola. L’ordine era proprio quello: bisogna difendere il G8 a ogni costo, anche a costo di sparare contro chi tenti di violare la zona rossa dove lavorano blindati gli otto premier che pretendono di governare il mondo, direttamente (Bush) o a mezzo servizio (gli altri sette). Decisione presa, spiega in forma «colloquiale» Scajola ai giornalisti al seguito, in un aereo di ritorno dalla Spagna, subito dopo la morte (l’assassinio da parte dei carabinieri) del giovane Carlo Giuliani. Il clima era diventato talmente incandescente che sarebbe potuta scattare qualche provocazione. Parola di ministro. Contro chi dovevano sparare le forze dell’ordine, se non al cuore dei trecento mila manifestanti contro il G8 e la globalizzazione neoliberista che avevano invaso la città di Genova? Per carità, non mi avete capito, reinterviene e questa volta non più colloquialmente il ministro Scajola nel tentativo di archiviare la risposta indignata dei promotori delle manifestazioni di Genova, nonché delle forze di opposizione che alle Camere erano appena state liquidate con una indecente decisione della maggioranza di governo di impedire l’apertura di un’inchiesta parlamentare proprio sui fatti verificatisi nel capoluogo ligure. Quali fatti lo sa tutta l’opinione pubblica mondiale, che non ha dimenticato il corpo esangue di Carlo Giuliani, le cariche forsennate contro un popolo di ragazzi, donne, lavoratori, studenti, i pestaggi nelle caserme e nelle carceri, le centinaia di arresti mentre spie, provocatori, infiltrati e black bloc continuavano a mettere a ferro e fuoco il centro di Genova, nel più totale disinteresse delle cosiddette forze dell’ordine. Non avete capito, dice dunque il ministro degli interni: io intendevo dire che bisognava proteggere il presidente degli stati uniti Bush dagli attacchi di Bin Laden. Ed ecco che tornano come d’incanto le minacce di aggressione aerea sulla zona rossa e i missili italiani puntati verso il cielo solcato da aerei assassini, e marines pronti a sventare attacchi via mare, salvo poi essere usati per caricare i manifestanti pacifici fuggiti sulla spiaggia per salvare la pelle dalle cariche di terra e dai candelotti lacrimogeni. Ecco che tornano i temuti sacchetti pieni di sangue infetto, ecco i tombini saldati per difendere i G8 e le loro scorte dagli assalti dei terroristi di Al Quaeda provenienti dalle fogne della città. E di nuovo, il ministro mescola black bloc e terroristi, Vittorio Agnoletto e Osama Bin Laden. Avete visto le Twin Towers, adesso capite cosa abbiamo rischiato? Ce l’aveva detto il premier egiziano Mubarak che a Genova il capo dell’impero del male Osama avrebbe tentato di uccidere Bush a Genova. L’ordine di far fuoco e uccidere, precisa ancora Scajola, l’ho dato (ma tutti negano di averne avuto notizia, dal sindaco di Genova fino ai vertici di Polizia e Carabinieri) subito dopo la morte (l’uccisione) di Carletto Giuliani. E allora, in base a quale altro ordine precedente era stato colpito a morte quel ragazzo con in braccio un estintore, in procinto di rilanciarlo verso la camionetta da cui era stato gettato? Il padre di Carlo, sindacalista della Cgil, non si rassegna. Con una forza data dalla rabbia, dalla disperazione personale che mai offusca la lucidità politica e il bisogno di giustizia, Giuliano Giuliani non cessa di chiedere e di accusare, come ha fatto sua moglie a Porto Alegre all’inaugurazione del campo che porta il nome del ragazzo assassinato fuori dalla zona rossa, in una piazza di Genova mentre manifestava disarmato. Dunque, il massacro di ragazzi e ragazze nella scuola Pertini, a manifestazioni finite, a G8 concluso, era finalizzato a prevenire l’attentato di Osama? Più di sessanta giovani feriti e più di novanta arrestati (arresti mai confermati dalla magistratura) nel cuore della notte con un’operazione cilena, per salvare i potenti della terra? Ma allora, se il nemico era il terrorismo internazionale come giura Scajola, come mai gli esponenti del governo e i dirigenti della Casa delle libertà continuano a dire che la commissione d’inchiesta parlamentare non si può fare perché tutti hanno visto chi erano i nemici, i cattivi, cioè i trecento mila di Genova che volevano – vogliono – costruire un mondo migliore, quell’altro mondo possibile e necessario? E perché Scajola non le ha dette prime quelle cose, al Parlamento, ai giudici di Genova, ai cittadini italiani, ai genitori di Carlo? Il messaggio di Scajola, in realtà, è chiarissimo, ed è rivolto a quel pezzo non piccolo di società italiana che non s’è rassegnata a subire passivamente la distruzione delle regole democratiche e lo smantellamento della Costituzione materiale e formale da parte di Berlusconi e del suo governo fascista (a Genova era Fini il maestro d’orchestra), razzista e padronale. Quando il ministro degli interni dice: a Genova ho dato l’ordine di sparare, in realtà dice che i morti in piazza, contro le proteste di piazza, fanno parte del gioco, rientrano nella normalità. Ai sindacati, alla Cgil, agli insegnanti e agli studenti che si battono contro il ripristino della libertà di licenziamento senza giusta causa e la privatizzazione della scuola, contro la cancellazione dello Statuto dei lavoratori, Scajola dice: fate attenzione, non ci fermeremo di fronte a nulla. A la guerre comme à la guerre. Neppure il terribile Scelba, nel dopoguerra anticomunista dell’Italia, era arrivato a tanto. Certo, chi arriva a minacciare l’uso delle armi per spezzare il dissenso e la protesta popolare mette in mostra la sua debolezza. Una debolezza, però, che uccide, come ha ucciso Carlo Giuliani. Berlusconi e il suo governo stanno togliendosi la maschera. Il volto che mostrano non è accattivante ma impressionante. Riuscirà a restituire la vista alle opposizioni di sinistra e di centrosinistra? Le minacce di Scajola sull’ordine pubblico, quelle del ministro Maroni contro i diritti dei lavoratori e del sindacato e le leggi della Repubblica, del ministro della (pubblica?) istruzione contro la scuola sembrano aver mosso un pezzo importante di società italiana. Manifestazioni di massa da settimane attraversano le nostre città, in difesa del popolo dei migranti e dei diritti di tutti. Persino gli intellettuali stanno risvegliandosi in difesa della «giustizia giusta, uguale per tutti» e puntano il loro dito indice contro l’inerzia, la litigiosità, la subalternità culturale del gruppo dirigente dell’Ulivo. L’ha gridato il regista Nanni Moretti in faccia ai Fassino e ai Rutelli: «Con questi gruppi dirigenti non andremo da nessuna parte». Eppure da una parte bisognerebbe andare, lo sentono e lo dicono in tanti: bisognerebbe uscire da una realtà che sembra un incubo, ma è tutt’altro che virtuale. Bisogna costruire un’alternativa credibile a un Berlusconi che mostra agli elettori italiani, all’Europa e al mondo intero la sua vera faccia. Una faccia che fa paura.

Pubblicato

Venerdì 22 Febbraio 2002

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