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Sartre, mai così attuale

di

Matteo Cerutti
Il 21 giugno 1905 nasceva a Parigi Jean-Paul Sartre. I media francesi hanno dedicato durante tutto l’anno ampio spazio al centenario, domandandosi a più riprese – memori anche dell’altro estremo biografico, pure “giubilare” (Sartre morì infatti 25 anni fa) – che cosa resti del pensiero e della lezione di colui che Bernard Henri Lévy ha definito l’Homme-Siècle: il quotidiano Libération ha per esempio preparato un inserto speciale di ben 72 pagine. Anche le massime istituzioni culturali hanno voluto approfittare del 2005 per ripercorrere un secolo di storia intellettuale; tale è infatti la proposta dell’importante mostra su Sartre allestita alla Bibliothèque Nationale de France e visitabile anche in rete. E alle nostre latitudini, che cosa resta di Jean-Paul Sartre? Credo che in buona parte valgano anche per la realtà elvetica le risposte date al quesito da Chiara Ristori su Liberazione del 15 marzo (“Che cosa resta di Sartre? Una lezione di libertà”). La giornalista si chiede in primo luogo che cosa sia andato perso: soprattutto il teatro, da tempo assente dalle scene e, probabilmente, anche la narrativa, poco praticata dagli studenti, se si eccettui La nausea. Anche il monumento filosofico in cui si propongono le principali tesi dell’esistenzialismo, L’Essere e il Nulla (scritto nel 1942 e pubblicato nel ’43) appare oggi pressoché dimenticato. La Ristori conclude che, al di là delle singole opere, occorre avvicinarsi all’eredità sartriana come ad un «lascito di un uomo da riscoprire nell’interezza della sua esperienza e della sua esistenza, [...] un pensiero còlto nella sua insistenza quasi maniacale a stabilire le condizioni di una libertà capace di resistere a tutte le sue negazioni», poiché – per citare una frase dello stesso Sartre – «l’importante non è ciò che gli altri fanno di noi, ma ciò che facciamo noi stessi di ciò che è stato fatto di noi». Ho potuto tuttavia verificare che, anche quest’anno, gli studenti che si apprestano a sostenere gli esami orali di maturità nel liceo in cui insegno non hanno tralasciato di inserire nella lista delle opere da preparare individualmente Les jeux sont faits, del 1947. Non so se questa sceneggiatura (il film, invero assai poco riuscito, fu diretto da Jean Delannoy ed in Italia ebbe come titolo Risorgere per amare) sia anche in Ticino tra i libri prediletti dai maturandi; lo è però da tempo nella Svizzera orientale, accanto a La Peste dell’altro sempreverde Camus e ad un paio di scritti dell’autore contemporaneo qui più à la page, Patrick Modiano. Mi sono interrogato sulle ragioni di questa scelta. Prescindendo da quelle più eminentemente pragmatiche (possibilità di “riciclare” appunti ed esperienze di studenti degli anni passati) e da quelle connesse a interessi storico-culturali propriamente “germanici” (il libro è ambientato in un paese immaginario, dove regna una dittatura; Sartre nel 1933 è a Berlino, dove legge e medita Husserl e soprattutto Essere e tempo di Heidegger, uno dei testi fondatori dell’esistenzialismo), credo di poter affermare che la scelta di Les jeux sont faits è motivata semplicemente dalla modernità della vicenda narrata, dalla sua immutata capacità di proporre ad un adolescente motivi di riflessione e di emozione. L’intreccio è piuttosto noto, ma mi permetto di rammentarlo brevemente. La storia si svolge alla vigilia di una rivolta contro una dittatura fascista. L’operaio Pierre, uno dei cospiratori contro il regime, è ucciso a colpi di arma da fuoco da un membro della milizia del Reggente. Contemporaneamente, Ève, la moglie del capo della polizia, è avvelenata da suo marito, perché ostacola la sua relazione con la cognata Lucette. Pierre ed Ève si incontrano nell’aldilà e si innamorano: sognano di ritornare nel mondo dei vivi, dove avrebbero un corpo per amarsi. Ottengono da un’impiegata del registro dei morti il permesso di vivere ancora una giornata, poiché sono davvero fatti l’uno per l’altra. Se nel corso delle ventiquattro ore successive penseranno esclusivamente al loro amore, riceveranno in premio la possibilità di una nuova vita. Ma appena giunti sulla terra, i due dimenticano i loro propositi: Pierre cerca senza successo di dissuadere i suoi compagni dalla rivolta; Ève non riesce a sottrarre sua sorella Lucette all’influenza negativa di suo marito. La loro promessa di pensare solo all’amore non è stata mantenuta; “les jeux sont faits, on ne reprend pas son coup”, recita un’espressione del gioco d’azzardo: i due non hanno potuto sopprimere il loro passato. Muoiono di nuovo e si separano, vinti a poco a poco dall’indifferenza. I grandi temi evocati da questa sceneggiatura, la possibilità di compiere delle scelte, la responsabilità individuale per le conseguenze di tali scelte, gli ideali di libertà per cui vale la pena di combattere e morire (Pierre si batte per la libertà del proprio paese, Ève per quella di un altro essere umano), rappresentano forse la parte più consistente dell’eredità e dell’attualità di Jean-Paul Sartre; anche e soprattutto oggi, dove va ribadita instancabilmente alle giovani generazioni l’esistenza di un’alternativa alla scelta di annullarsi nel pensiero globalizzato ma minimalista.

Pubblicato

Venerdì 24 Giugno 2005

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