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“Sarò ancora presidente se...”

di

Gianfranco Helbling
Sono disposto ad assumere un ulteriore mandato di quattro anni alla presidenza del Partito socialista (Ps), ma ad alcune condizioni. Questo ha annunciato ieri Manuele Bertoli, facendo chiarezza sulle sue intenzioni in vista del congresso ordinario del partito, in programma per marzo. L'annuncio di Bertoli giunge nel pieno del dibattito (un po' confuso) su orientamento e organizzazione del partito nato nel Ps dopo il "caso Lurà" e la mancata elezione di Franco Cavalli al Consiglio degli Stati. Bertoli sulla sua ricandidatura e su questo dibattito prende posizione in un documento (cfr. riquadrato). Gli abbiamo chiesto di parlarcene.

Manuele Bertoli, come mai ha scelto proprio questo momento per annunciare la sua intenzione di rimanere alla testa del Ps?
Perché le elezioni di diretta competenza del partito cantonale – cantonali e federali – sono finite. Inoltre mi sembra giusto fare questo annuncio per tempo, in vista del Congresso di marzo.
Ha forse anche avuto l'impressione che ci fosse qualche speculazione sulle sue intenzioni?
No. Confesso che fino a poco tempo fa non ero assolutamente certo di voler rinnovare il mandato: non nascondo che gli avvenimenti dell'ultimo anno mi hanno un po' scoraggiato. I primi tre anni, quando il lavoro era molto politico e molto poco legato ad altre cose ero molto contento di poter svolgere questa funzione, poi le cose sono andate un po' diversamente...
Non è raro oggi percepire un po' di delusione per i risultati ottenuti dal partito socialista, che non sono poi così catastrofici. Non ha sbagliato nel porre troppo in alto l'asticella rispetto alla realtà?
Ha ragione a dire che i risultati non sono così negativi. Chi non pone l'asticella in alto non progredisce mai. Ad aprile il nostro partito ha dovuto puntare in alto, perché qualora la Lega, abbandonata dall'Udc, non avesse confermato il suo consigliere, cosa che poi ha fatto, noi eravamo in buona posizione per guadagnare il seggio, in lotta serrata con il Ppd. Nel caso di ottobre, invece, abbiamo combattuto la battaglia Cavalli e, visto l'ottimo risultato del primo turno, ci abbiamo provato fino in fondo. Questo anche se io inizialmente ero tra quelli che mettevano nella categoria dei miracoli un successo agli Stati.
Che cosa le dà ancora l'entusiasmo per sollecitare un secondo mandato malgrado le delusioni, da situare forse maggiormente sul piano personale che non politico?
Solo alcune questioni personali sono state deludenti. È la politica che mi appassiona, a me piacciono i temi, mi piacciono i dossier. Ma vedremo cosa vorrà il partito.
Dopo le elezioni di aprile lei aveva chiesto al partito un chiarimento che era poi stato avviato. La soddisfa quello che è avvenuto da allora?
In parte. Ho sentito alcune persone dire che il partito sta sbagliando questo e quello, ho sentito dire che si deve migliorare la comunicazione, ed è la critica principale che posso condividere, ma poi non ho sentito nulla di concreto che sia utile per indirizzare l'azione quotidiana del partito verso nuove direzioni.
Un po' come al Comitato cantonale di settimana scorsa: molti interventi per dire cosa si dovrebbe fare, ma poi quando è arrivata la trattanda sul preventivo 2008 la sala si è svuotata…
Questa non è purtroppo una novità. Nei quattro anni passati, sia ai Comitati cantonali, sia ai Congressi quando vi sono stati dibattiti su temi concreti si è discusso poco. Spesso invece si passa molto tempo a commentare l'attualità. A me spiace perché credo che il Comitato cantonale debba essere il luogo in cui emergono delle proposte concrete. Anche quando negli anni scorsi il Comitato cantonale ha discusso ed approvato gli obiettivi programmatici non vi è stata grande tensione.
Lei auspica che al Congresso di marzo ci sia un'altra candidatura alla presidenza accanto alla sua?
Non la auspico, ma di certo non mi darebbe fastidio. A condizione che sia sostenuta da una ragione politica, così come fu il caso nel Congresso del '96 quando si contrapposero Virginio Pedroni e Anna Biscossa, un confronto che prima di essere una contrapposizione di persone era una contrapposizione di orientamenti politici.
Lei nel documento che ha distribuito alla stampa afferma che la situazione politica ticinese è cambiata tanto da imporre un posizionamento diverso al partito socialista. Un posizionamento più verso il centro, dunque.
Un posizionamento meno antagonista. Con l'estromissione di Marina Masoni dal governo l'avversario principale del nostro partito è venuto meno: la situazione non è più semplice, ma mi pare che si possa discutere più apertamente con gli altri. Fino ad aprile non c'erano le condizioni minime di fiducia, condizioni che mi pare invece oggi ci possano essere, anche se tutto è ancora da verificare.
Però la destra c'è ancora ed è abbastanza in forma.
Diciamo che esiste, che è forte, ma che le manca la figura d'attacco. Si difende molto bene, ma è in difesa. Lo si è visto ad aprile, lo si è visto ad ottobre: Borradori e Lombardi erano entrambi a rischio e si sono salvati entrambi e alla grande. Ma oggi la destra non ha delle idee forti, non ha un progetto politico come ai tempi di Masoni.
Nel suo documento la discussione sul "Partito democratico", lanciata la scorsa settimana da Franco Cavalli, è di fatto liquidata…
A mio avviso in Ticino non ci sono le condizioni per un Partito democratico. Il contesto è diverso da quello italiano dove il partito democratico è il risultato finale di un processo di avvicinamento di soggetti politici esistenti. Diverso è anche il sistema politico: da noi non esiste il maggioritario per le elezioni, ma un forte elemento maggioritario lo abbiamo nelle frequenti votazioni popolari, dove l'elettorato si divide in due, fra sì e no. Inoltre siamo un Cantone quindi non possiamo prescindere da quello che accade nel resto della Svizzera. E la Svizzera è un paese molto proporzionale, non fosse che per la sua multiculturalità. Più che un Partito democratico sarebbe già un bel passo avanti poter costruire un luogo di dibattito che ho chiamato "circolo democratico", un punto di riferimento per tutti quelli che si riconoscono in un potenziale centrosinistra ticinese.
Concretamente come lo immagina?
Prima di immaginarmi come farlo vorrei capire se, al di fuori di noi, dell'estrema sinistra e degli ecologisti, ci siano davvero delle persone nei partiti di centro disponibili verso questo discorso a tutto campo, non come accade oggi con una disponibilità limitata a certi ambiti ben precisi. In Ticino dei forum simili già ci sono: penso all'Associazione per la difesa del servizio pubblico, a quella per la difesa della scuola pubblica, e poi alle organizzazioni ambientaliste, terzomondiste, sociali ecc… Si tratta di vedere se è possibile organizzare un gruppo più ampio, più complessivo, "generalista".
Dalla discussione in Comitato cantonale, in particolare dagli stimoli forniti da Franco Cavalli, è emerso uno sfilacciarsi della struttura di partito, alla base. Forse al Congresso ci si aspetterà una sua risposta in tal senso per rimediare al problema e rilanciare il partito dalle sezioni locali.
Il problema dell'organizzazione del partito esiste da quando è nato, 15 anni fa. In Ticino ci sono molte persone che fanno fatica a relazionarsi con il partito, pur essendo di sinistra, pur riconoscendosi nella sinistra. Noi abbiamo bisogno di una struttura forte sulla quale costruire vicinanze permanenti, di base, che riesca a far superare il pregiudizio negativo che gira attorno ai partiti. È un punto su cui dobbiamo lavorare molto, su cui intendo lavorare molto, ma che coinvolge direttamente tutti, non solo la dirigenza. In generale le elezioni comunali sono un buon momento per lavorare su questo punto, perché nei comuni vi sono improvvisamente molte energie locali che si liberano... Si dovrà fare in modo che si vada poi oltre il locale e che si impari a ragionare anche su un piano cantonale.

"Siamo socialdemocratici"

Dopo l'uscita di scena di Marina Masoni il Partito socialista (Ps) «deve giocare a fondo la carta della concordanza come unica modalità per uscire dalla crisi finanziaria dello Stato». È questa una delle tesi al centro del documento di Manuele Bertoli che indica le coordinate per un suo secondo quadriennio di presidenza del partito. Conseguenza: va detto «forte e chiaro» che l'imposizione fiscale in Ticino, in particolare per le persone fisiche, è troppo bassa, ma, d'altro canto, anche il Ps dev'essere pronto «a sostenere la riduzione di alcune spese».
Per far questo il partito deve collocarsi in maniera chiara e inequivocabile «nel solco della socialdemocrazia europea»: in altri termini non c'è spazio per il "Partito democratico", l'idea lanciata la scorsa settimana da Franco Cavalli di un nuovo soggetto politico che oltre ai socialisti raccolga in particolare i radicali e i democristiani di sinistra. Tuttavia per Bertoli «è necessario quantomeno sperimentare luoghi d'incontro dove sia possibile coniugare le istanze della socialdemocrazia con quelle della sinistra più radicale, degli ecologisti, delle correnti più aperte dei partiti centristi».
Infine Bertoli chiede che il Ps nel prossimo quadriennio si riconosca in alcune priorità: la politica del lavoro (in particolare per limitare gli effetti negativi dei bilaterali), il servizio pubblico (creazione del polo energetico ticinese attorno all'Aet e alle aziende pubbliche di distribuzione), politica ambientale (riconversione energetica del patrimonio immobiliare), politica sanitaria (terza, coraggiosa tappa della pianificazione ospedaliera) e politica istituzionale e del territorio (aggregazioni anche negli agglomerati di Locarno, Bellinzona e del mendrisiotto).

Pubblicato

Venerdì 14 Dicembre 2007

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