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Santiago, bracciante messicano, Washington

di

Anna Luisa Ferro Mäder
Le case dei ricchi sobborghi americani si addobbano a festa. Non è raro passare davanti ad abitazioni abbellite con ghirlande appese non solo alla porta di casa, ma anche ad ogni finestra. C’è chi orna la lunga palizzata che segna il confine con fiocchi, immancabilmente rossi, e lunghi rami di pino adeguatamente intrecciati o con centinaia di lampadine che illuminano magicamente la notte. Nessuna donna di casa americana si dà la pena di preparare tutto questo. Basta andare in uno dei tanti punti di vendita che all’inizio di dicembre spuntano come funghi lungo le arterie più frequentate per trovare tutto pronto. Si scopre allora che ci vogliono almeno 50 dollari per comprare un pino di medie dimensioni e 15 dollari per una ghirlanda con fiocco rosso. Facile capire cosa si può spendere quando le finestre da abbellire sono dieci o più. E’ l’America dell’abbondanza. Pochi sanno che a tagliare i pini di natale e a preparare ghirlande e festoni sono lavoratori o lavoratrici latinos, vale a dire messicani o centroamericani. Sono per la maggior parte stagionali. I più fortunati sono arrivati con un regolare permesso. Altri sono al nero. Durante l’anno peregrinano da uno stato all’altro in cerca di lavoro. C’è chi raccoglie le mele, chi le pere, i lamponi o i mirtilli. Molti di quelli che si sono spinti all’est hanno trascorso l’estate nelle ampie piantagioni della South Carolina a raccogliere tabacco. In autunno si spostano a nord: vanno nella North Carolina o in Virginia a tagliare alberi di Natale in attesa che cominci in Florida la stagione per la raccolta delle arance. Ormai sono solo i latinos a fare questi lavori, perché la paga è troppo bassa per permettere ad un americano di vivere decentemente e di mantenere una famiglia. Tra di loro c’è Santiago Guel. Ha 38 anni. Da quattro anni lascia ogni anno in primavera il Messico e la famiglia per venire a lavorare come bracciante negli Stati Uniti. D’estate raccoglie tabacco. In ottobre, si sposta in Virginia. Raggiunge tanti altri latinos che come lui vengono arruolati nelle piantagioni a tagliare alberi di natale. È un lavoro duro e tutt’altro che ben pagato. Si comincia alla mattina presto e si termina alla sera dopo aver scaricato i camion pieni di alberi e di rami tagliati durante le ore di luce. In un mese Santiago guadagna circa mille 200 dollari. Per spendere poco divide l’alloggio con altri messicani. Risparmia più che può. I soldi li manda alla moglie e ai due figli di 11 e 16 anni che sono rimasti in Messico. La maggiore studia e Santiago spera che il futuro le riservi un lavoro meno faticoso di quello che deve fare lui tutti i giorni. Anche i genitori e il suocero di Santiago vivono un po’ meglio grazie ai soldi che arrivano dagli Stati Uniti. Le autorità americane sanno benissimo che molti di questi lavoratori sono pagati male. Lo hanno constatato gli ispettori del lavoro. Negli ultimi anni il dipartimento del lavoro ha ordinato ad alcune imprese della Virginia di rimborsare 55 mila dollari a 300 dipendenti che di fatto erano stati pagati meno del minimo salariale previsto per legge (5,5 dollari all’ora) o troppo poco per le ore di straordinario. I datori di lavoro si giustificano come possono. Accusano la concorrenza di essere troppo dura e di costringerli a risparmiare sui salari. Alcuni affermano che i dipendenti sono lavoratori autonomi e quindi i compensi esulano dalle disposizioni sul salario minimo. C’è chi ammette candidamente di non aver pagato per anni le indennità per gli straordinari ritenendo che fosse del tutto legale. Tutto questo mentre il mercato è in continua espansione e i prezzi in salita. Anno dopo anno i proprietari delle piantagioni incassano ottimi guadagni. I salari degli stagionali invece segnano il passo. Sono stati i sindacati e organizzazioni di difesa dei diritti civili a denunciare casi di sfruttamento. Non è raro incontrare lavoratori che affermano di lavorare 70 e più ore alla settimana e di essere pagati a cottimo. Dei 20 lavoratori intervistati recentemente dalle autorità, la metà ha affermato di essere talvolta pagata meno del salario minimo e a parte tre di loro tutti gli altri hanno dichiarato di non aver ricevuto il supplemento previsto per le ore straordinarie. Queste inchieste e questi controlli hanno prodotto alcuni risultati. Adesso si parla apertamente del problema, anche sulla stampa ad alto tiraggio. I lavoratori sono diventati più consapevoli dei loro diritti. Alcuni datori di lavoro hanno migliorato le condizioni di alloggio e salariali dei loro dipendenti. Santiago guadagna poco più di 7 dollari all’ora. In questi giorni riprende la strada per il Messico. Passerà le vacanze e i mesi invernali nel suo paese. In primavera ritornerà a lavorare in America con la speranza di guadagnare di più e di potere magari un giorno portare con se la famiglia.

Pubblicato

Venerdì 20 Dicembre 2002

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