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San Martino

di

Giuseppe Dunghi
Quando Venanzio Fortunato scrisse la vita del vescovo di Tours, nel 575, quasi due secoli dopo la sua morte, la fama e il culto del santo erano già diffusi in Francia, Spagna, Italia e in Oriente. San Martino era considerato protettore dei campi e dei raccolti, degli animali domestici, di pastori, mugnai, soldati, albergatori, detenuti e sinistrati, cappellai, fabbricanti di spazzole e maioliche, ciabattini, bottai, ed era invocato per guarire dalle malattie della vista, dagli eczemi, dalla risipola e dalla dissenteria. Merito di un gesto compiuto alle porte della città di Amiens nell'anno 331, quando faceva parte della cavalleria romana stanziata a difesa dei confini dell'impero: la spada che divide in due il mantello per riparare dal freddo un mendicante.
Solo quel gesto? In realtà il fascino del vescovo di Tours derivava da qualcosa di più profondo: una concezione del cristianesimo diversa da quella costantiniana. Martino, come i contemporanei Ambrogio a Milano, Ilario di Poitiers, il vescovo spagnolo Priscilliano, Sulpicio Severo, Paolino di Nola, Paolino di Périgueux, voleva una chiesa povera, lontana dai palazzi, schierata con gli umili, che fosse da esempio al mondo attraverso la pratica dell'ascetismo e la semplicità della vita monastica. La stessa scelta che aveva compiuto in Oriente all'inizio del IV secolo Antonio abate, che si era ritirato nel deserto non per amore della sabbia e delle cavallette, ma per stare lontano il più possibile dallo sfarzo della corte episcopale di Alessandria e da Costantinopoli.
A partire dal secolo XI tale ideale si trasformò in una richiesta popolare. I patarini e poi i catari reclamavano strutture di potere religiose e civili non al servizio dei milites, i nobili, ma dei cives, la popolazione delle città. La Chiesa scambiò quei movimenti sociali per movimenti ereticali e li perseguitò con tutte le sue forze fino allo sterminio. Da allora l'immagine di San Martino a cavallo, come quella risalente ai primi del Duecento sulla facciata del duomo di Lucca (la prima statua a tutto tondo della scultura italiana), assunse un altro significato: solo metà, non tutto il mantello, solo fin qui, non oltre, per dare ai poveri bisogna essere ricchi. Soltanto il francescanesimo è riuscito in qualche modo a tener viva una concezione di Chiesa sotterranea, calda, aperta, che giunge fino al manzoniano Fra Cristoforo.
Poi è arrivato papa Wojtyla: le virtù cristiane sono sette, 4 "cardinali" (cioè importanti), prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, e 3 "teologali" (cioè specificamente cristiane), fede, speranza e carità; dunque la carità, intesa nel suo senso più bieco di elemosina, è più importante della giustizia. Ed ecco delegittimata la Teologia della liberazione, l'ultimo tentativo nella storia di praticare l'ideale del vescovo di Tours. Senza neppure proclamare una crociata come al tempo degli albigesi, ma con un semplice gioco di parole, come si addice all'epoca del pensiero debole.
Una domanda ai ministri cattolici imbarcati in massa nel governo di Mario Monti: il vostro San Martino è quello vagamente minaccioso, avaro e ligio al potere del duomo di Lucca o quello vero, semplice, amico dei poveri, spregiatore della ricchezza e per questo odiato in vita dai vescovi della Gallia?

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Venerdì 25 Novembre 2011

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