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Salviamo lo sport dai “real ladrones y cabrones”

di

Libano Zanolari
Siamo alla stretta finale, alla resa dei conti: il braccio di ferro darà presto il suo responso: lo sport sarà in mano a bari, ladri, medici e dirigenti corrotti e ruffiani ("cabrones") oppure ritornerà alle origini, ossia alla nobile sfida della gioventù di tutto il mondo per stabilire attraverso la contesa agonistica (e non attraverso la guerra…) chi si merita la corona del vincitore, l'arco e il carro del trionfo. Secondo il mito e la storia che ci hanno lasciato gli antichi.
Uno dopo l'altro cadono gli eroi di cartapesta, disonesti sino al midollo: fuggono letteralmente "bei Nacht und Nebel", di notte e con la nebbia, come Marion Jones da Zurigo. Risorgono improvvisamente dalla cenere e vanno a vincere grazie alla chimica dopo essere arrivati esausti al traguardo (il ciclista Landis). Giurano di non aver mai assunto nulla di proibito e vengono smentiti da un diario in cui per 114 giorni, ora per ora, viene annotata la quantità e la qualità del doping: "Epo", ormone della crescita (Hg), testosterone, insulina: (Hamilton, olimpionico di ciclismo ad Atene). Assumono ormoni che portano il loro livello mille volte al di là della norma umana (Hunter, ex marito di Marion Jones).
Si fanno iniettare un misto di sostanze chimiche (Thg) dal costo di 30 mila dollari l'anno (Montgomery, Chambers). E chiudiamo qui per arrivare al dunque: da quando il presidente Bush, fra una guerra e l'altra ha trovato nel "Discorso all'Unione" lo spazio e il tempo per scagliare l'anatema: "stop steroids", gli Stati Uniti, pur tra sconcertanti  ritardi (vedasi Justin Gatlin pescato già in aprile) e reticenze, sembrano fare sul serio: non salvano più i loro (falsi) eroi. Lo stato (tutti gli stati) non possono più permettersi di tollerare la doppia morsa che stritola la gioventù: la droga da una parte, e il doping per chi fa sport dall'altra. Doping talmente diffuso e raffinato  da portare oltretutto sovente alla droga: un terribile circolo vizioso di cui si stanno accorgendo, dopo la solita sbornia di sciovinismo e retorica, anche i più miopi uomini politici. Allo Stato non resta che mettere sotto tutela lo sport, dal momento che lo sport ha fallito e tradito tutti i suoi ideali ed è stato imbecille al punto da non salvare il recinto dorato in cui conduceva una vita da privilegiato, amato e rispettato: nemmeno stesse eternamente banchettando in compagnia di dei e ninfe sull'Olimpo.
Gli unici a non aver capito cosa sta succedendo sono i giornalisti sportivi, che ora vengono sistematicamente messi a loro volta sotto tutela dai colleghi delle altre redazioni: troppo legati al carro e alla carovana (del ciclismo, dell'atletica, del calcio, ecc.). Troppo convinti che l'omertà è un codice non scritto da rispettare. E infine troppo convinti che lo sport consiste nella celebrazione dell'eterno derby "Cà da Sura-Cà da Sota": mentre le mura si stanno sbriciolando.

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Venerdì 25 Agosto 2006

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