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Salute e lavoro: la flessibilità, un pericolo

di

Denise Chervet
Ci vogliono far credere che la flessibilità del tempo di lavoro è un «atout» per i salariati e le salariate, che permetterà di meglio conciliare la vita professionale e quella privata. Ma di chi vogliono prendersi burla? La realtà è tutt’altra cosa. La flessibilità come scelta è soltanto destinata a coloro che hanno il potere di esigere dagli altri che si adattino ai loro bisogni: è quella del «cliente-consumatore-re» che vuole essere servito velocemente, a qualsiasi ora; è quella del padrone che vuole ammortizzare rapidamente le sue macchine... Nella realtà di tutti i giorni l’operaio, la venditrice, la donna delle pulizie possono raramente utilizzare la flessibilità in funzione dei loro bisogni. Al contrario, devono adattarsi e tornare prima dal lavoro quando non ce n’è per poi lavorare il sabato o la sera per recuperare le ore mancanti. Tutto ciò causa uno stress enorme perché i lavoratori e le lavoratrici devono giostrarsi con gli obblighi familiari e sociali, devono fare i conti con la stanchezza dovuta ad eccessive ore di lavoro, devono far fronte al sentimento di non essere padroni del loro tempo, della loro vita. Questo stress, di cui soffrono tantissime persone nella nostra società, è fonte di molta sofferenza, malattie e astensionismo. E la flessibilità del tempo di lavoro favorisce anche l’isolamento. Quando non si sa a che ora si finisce di lavorare, la partecipazione alla vita associativa o ad altre attività, come i corsi di lingua, è praticamente preclusa. L’impegno e la militanza diventano rari poiché il lavoro esige una disponibilità totale. Tutto ciò ha pure delle conseguenze sulla democrazia: il sistema di milizia fa fatica a trovare dei volontari per i consigli comunali, il corpo dei pompieri, l’allenamento dei giovani calciatori. Ciascuno per sé, insomma, davanti alla televisione. O due passi di corsa da soli quando piove. La democrazia ha così perso un elemento vitale: gli aperitivi all’uscita della fabbrica, le pause durante le ore di lavoro, gli incontri del sabato...ossia tutti quei momenti di aggregazione così preziosi per i salariati e le salariate che permettevano loro di riflettere, di confrontarsi con gli altri, di essere degli attori e non soltanto dei consumatori o dei soggetti chiamati ad eseguire. L’essere umano è sociale. D’isolamento ci si può anche ammalare. Per la salute degli individui e della democrazia è importante favorire dei ritmi sociali comuni: le serate libere e i finesettimana di congedo da dedicare alla vita privata ed associativa devono essere la regola. Una regola da cui ci si deve scostare soltanto per assicurare dei bisogni sociali: la salute, la sicurezza, l’informazione.

Pubblicato

Venerdì 5 Ottobre 2001

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