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Diritti e lavoro

“Salario minimo di almeno 4.500 franchi al mese”

Le rivendicazioni per il 2023 dell’Unione sindacale svizzera: salari migliori, contratti collettivi e riduzione del tempo di lavoro

di

Federico Franchini

La tradizionale conferenza stampa di inizio anno dell’Unione sindacale svizzera (Uss) mette sul tavolo le principali rivendicazioni per il 2023. Dopo l’inflazione record che ha segnato il 2022 e le insufficienti compensazioni salariali, per i sindacati è il momento di chiedere nuovi aumenti degli stipendi che compensino realmente l’aumento dei costi della vita. Chieste anche misure per contenere i costi dei premi dell’assicurazione malattia e per ridurre l’orario di lavoro. Il 2023, inoltre, sarà un anno di lotta: il 14 giugno è infatti previsto un nuovo sciopero delle donne.

 

La crisi del potere d’acquisto sta colpendo duramente molte lavoratrici e molti lavoratori. L’esplosione dei prezzi e l’aumento dei premi per l’assicurazione malattia – non contemplati dall’indice dell’inflazione – stanno mettendo in difficoltà molte persone. Lo scorso anno, i sindacati hanno sì ottenuto aumenti salariali sostanziali in diversi settori per il 2023. Sono state contrattazioni difficili e dure che spesso, però, non hanno compensato l’aumento reale dei costi della vita.

 

Lo dimostra uno studio pubblicato dalla stessa Uss: tra il 2016 e il 2022, i salari medio-bassi sono diminuiti in termini reali. Di conseguenza, le persone a reddito medio-basso guadagnano attualmente meno – in termini reali - di quanto guadagnassero nel 2016. Al contrario, sempre secondo il rapporto, il 10% delle persone che guadagnano di più ha ricevuto aumenti generosi. Come dire, insomma, che la forbice salariale e la diseguaglianza continua ad aumentare in Svizzera.

 

Per i sindacati, quindi, la priorità per questo nuovo anno è quella di ottenere ulteriori aumenti salariali per recuperare questa diminuzione. In risposta al ritorno dell'inflazione, l'Uss chiede anche la reintroduzione della compensazione automatica dei salari in relazione all’aumento dei prezzi. “Un salario deve essere sufficiente per vivere” ha ribadito nella conferenza stampa di fine anno l’economista dell’Uss Daniel Lampart. In soldoni significa che nessun salario dovrebbe essere inferiore ai 4.500 franchi (5.000 per chi ha ottenuto un attestato federale di capacità).

 

Limitare l’aumento dei premi casse malati


Non calcolato nell’inflazione, vi sono i premi dell'assicurazione sanitaria: in media aumenteranno quest’anno del 6,6%. Nel 2023, per la prima volta, una coppia con due figli dovrà pagare più di 1.000 franchi al mese di premi di assicurazione sanitaria di base. Si stima che le famiglie e le copie a basso e medio reddito spenderanno tra il 13 e il 16% del loro reddito per i premi dell'assicurazione malattia.

 

Durante l'introduzione della Legge federale sull’assicurazione malattia negli anni novanta, il Consiglio federale aveva promesso che nessuno avrebbe dovuto spendere più dell'8%. Così non è andata. Poiché anche i premi dell'assicurazione sanitaria sono diventati troppo costosi per molte persone, è quindi necessario aumentare le riduzioni dei premi. Di recente il Parlamento federale ha però respinto delle proposte in questo senso, ma sia a livello cantonale che federale alcune iniziative lanciate dalla sinistra e dai sindacati cercheranno di limitare questo flagello.

 

Contratti collettivi e ruolo dei sindacati


In tutto il mondo, buoni contratti collettivi di lavoro (Ccl) e sindacati attivi garantiscono una distribuzione dei salari più equilibrata. Molti casi di dumping e discriminazione salariale possono essere evitati. Un’altra analisi pubblicata di recente dall’Uss dimostra inoltre che questi miglioramenti salariali non comportano in genere un aumento della disoccupazione. Oltre a impedire agli imprenditori disonesti di conquistare quote di mercato a scapito dei datori di lavoro corretti, i Ccl spesso prevedono una formazione di base o continua e altri vantaggi, contribuendo così alla qualità del lavoro e all'aumento della produttività.

 

Pierre-Yves Maillard, presidente dell'Uss, chiede quindi di continuare su questa strada: "Senza il lavoro svolto dai sindacati qui e altrove, l'unica risposta all'attuale inflazione sarebbe stata il giro di vite delle banche centrali, che sta alimentando la recessione. Ma i lavoratori si aspettano giustamente un'altra risposta a questa situazione, ovvero il rafforzamento del loro potere d'acquisto”.

 

Riduzione dell’orario di lavoro


I datori di lavoro chiedono sempre più eccezioni alle disposizioni di legge sull'orario di lavoro e sui periodi di riposo. Questi a scapito dei lavoratori, della loro salute e della loro vita familiare. Secondo gli imprenditori, la manodopera dovrebbe essere disponibile a tutte le ore e al costo più basso possibile.

 

La tutela della salute e gli orari di lavoro favorevoli alla famiglia non dovrebbero essere riservati a una minoranza privilegiata. Per i sindacati, i datori di lavoro devono quindi impegnarsi a ridurre l'orario di lavoro, tendenza d’altronde in aumento a livello internazionale. Invece in Svizzera, ancora oggi i dipendenti devono spesso ridurre l'orario di lavoro a proprie spese, e solo se possono permetterselo.

 

Il lavoro a tempo parziale è spesso necessario a causa dei figli e di altri obblighi di assistenza. Tuttavia, negli ultimi 30 anni, i datori di lavoro non si sono impegnati a ridurre l'orario di lavoro. Fino al 1990, il normale orario di lavoro è stato ridotto di circa una o due ore settimanali per decennio, con una retribuzione costante. Da allora, i lavoratori hanno dovuto pagare di tasca propria qualsiasi riduzione dell'orario di lavoro, optando per il part-time e quindi per una retribuzione inferiore.

 

La presidente di Unia, Vania Alleva, ritiene che, affinché l'uguaglianza possa finalmente progredire, non solo si debbano rendere disponibili orari di lavoro compatibili con la vita familiare e pianificabili in anticipo, ma anche "valorizzare i lavori a prevalenza femminile, che sono sempre meno pagati”.

 

Per questo motivo i sindacati hanno lanciato un nuovo sciopero delle donne per il 14 giugno 2023. Ne riparleremo senz’altro.

Pubblicato

Lunedì 9 Gennaio 2023

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