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Salari, top manager top secret

di

Can Tutumlu
Cosa rimane dell’onda degli scandali finanziari di Enron, Parmalat, Worldcom? O per restare a quelli più nostrani, “di casa nostra”: Swissair, Rentenanstalt, o ancora Crédit Suisse e Zürich financial services? Sul bagnasciuga non sono rimasti solo i buchi milionari di una cattiva gestione manageriale, le tasche vuote degli azionisti (casse pensioni comprese) e le migliaia di lavoratori che si sono visti svanire nel nulla il posto di lavoro. Su quello stesso terreno era rimasta la necessità di chinarsi sul problema della “buona gestione d’impresa” al di là delle ragioni del profitto. Allora a tutti sembrava necessario rendere più trasparente la gestione delle società quotate in borsa per scongiurare il pericolo di nuovi crolli finanziari. Ne era convinta anche la classe politica. E oggi? Oggi si possono tirare le prime somme di un dibattito sull’argomento infine approdato anche sugli scranni del Parlamento elvetico. Risultato? Dopo gli Stati anche il Nazionale ha deciso, mercoledì della settimana scorsa, di approvare una versione edulcorata di un progetto di legge che voleva la «trasparenza sulle indennità versate ai membri del consiglio di amministrazione e di direzione» delle società svizzere quotate in borsa. Con questa revisione del codice delle obbligazioni le indennità di alcuni di questi manager verranno rese pubbliche. Finalmente trasparenza quindi? Non proprio. area ne ha parlato con Dominique Biedermann, direttore della fondazione Ethos che gestisce quasi un miliardo di franchi per conto di svariate casse pensioni pubbliche. Biedermann che, nello spirito di Ethos secondo uno «sviluppo durevole», ha fatto della trasparenza e della buona gestione d’impresa un caposaldo irrinunciabile. Tanto che l’aprile scorso per poco non riusciva nell’impresa di impedire il doppio mandato di Peter Brabeck quale amministratore esecutivo di Nestlé che, allo stesso tempo, voleva ed è riuscito a farsi nominare presidente di quel consiglio d’amministrazione che dovrebbe controllarne l’operato. Insomma è finita che ora Brabeck controlla… Brabeck. Contro ogni logica di “buona gestione”. Ma cambierà qualcosa quando entrerà in vigore la legge approvata dalle Camere? Potranno finalmente gli azionisti elvetici dire la loro in merito agli stipendi dei top manager rossocrociati (i più pagati d’Europa)? Dominique Biedermann, le Camere hanno discusso un progetto di legge che vuole portare trasparenza sui salari dei top manager. Martedì scorso in Consiglio nazionale si è assistito ad un animato dibattito sull’argomento. Siamo infine giunti alla trasparenza? Diciamo che si è fatto un passo nella giusta direzione. Almeno qualcosa si è mosso, ma di trasparenza non si può certo parlare. Il vetro resta ancora opaco, s’intravede solo un barlume di luce. Iniziamo dalle buone notizie. Quali sono? Di buono c’è che finalmente nella legislazione elvetica ci sarà qualcosa in merito alla pubblicità della remunerazione dei manager delle imprese quotate in borsa. Finalmente i politici se ne sono voluti occupare. In questo momento la gestione “trasparente” d’impresa è affidata unicamente ad una speciale direttiva della borsa elvetica [entrata in vigore il 1° gennaio 2002, ndr] che prevede la pubblicazione di tre informazioni. Primo: in calce al bilancio la società quotata allo Swx deve rendere nota la massa salariale degli amministratori non esecutivi, si tratta di una cifra totale che non permette di conoscere i singoli stipendi. La stessa regola vale anche per la massa di stipendi del consiglio di amministrazione e degli amministratori esecutivi [ceo, ndr]. Un’ultima informazione deve uscire alla luce del sole: l’impresa deve comunicare lo stipendio più alto corrisposto ad un suo amministratore. Tutti sanno quanto guadagna il signor Vasella: è il manager più pagato di Novartis. Non sappiamo però quanto percepisce Peter Wuffli, anche se è ceo di Ubs. In queste condizioni non si poteva certo parlare di trasparenza. Sì, ma con la legge passata in Parlamento lo stipendio di Wuffli sarà reso pubblico. Non è così? Sì. Ma il progetto di legge portato alle Camere dalla Commissione incaricata prevedeva di andare più in là della direttiva di borsa e di quello che la maggioranza parlamentare ha infine deciso di adottare. Si tratta di una grande occasione mancata. Prima era il nulla, adesso almeno abbiamo qualcosa. Quali sono i progressi? Di buono c’è che ora si potrà conoscere la remunerazione individuale di ciascun membro del consiglio di amministrazione oltre allo stipendio più alto. Ma non si potrà andare al di là dell’ammontare globale dei salari percepiti dai membri della direzione generale. Perché questa limitazione? Non c’è alcuna ragione plausibile. Ma il progetto di legge non si è arenato solo su questo punto. La Commissione voleva che passasse anche l’idea di rendere pubblico il rapporto dei parenti stretti dei manager con l’impresa. Le faccio un esempio. Prendiamo il caso – non così ipotetico – di un amministratore che ha un certo stipendio. La famiglia di questo manager diventa proprietaria di una villa da favola che acquista accendendo un prestito ipotecario concesso, di solito a tasso preferenziale, dalla stessa impresa per la quale lavora il manager. Affinché questa informazione resti segreta è sufficiente intestare alla signora la proprietà. Ma non basta: i parlamentari non ne hanno neppure voluto sapere di rendere pubblico lo stipendio degli ex amministratori. Davvero non capisco. Cosa vogliono nascondere? Cosa si vuole nascondere? Gli azionisti hanno diritto alla trasparenza. Eppure i parlamentari, per quanto riguarda i parenti stretti dei manager, hanno deciso che le indennità vanno rese note qualora queste «non sono conformi alla pratica di mercato». Non è vero che sono un segreto come ci ha detto lei… È lo zuccherino per mandare giù la pillola amara. “Non conformi alla pratica di mercato”. Non vuol dire nulla, è una formulazione ambigua e ridicola. Chi decide che la tale prestazione ai familiari del manager non sono conformi alle regole di mercato? È una domanda a cui nessuno sa rispondere, è semplicemente un’idiozia. Durante il dibattito Dominique de Buman (Ppd) ha rimproverato ad una sinistra indignata che il suo partito non ha mai digerito questo progetto «demagogico». Signor Biedermann per quale motivo il pubblico dovrebbe conoscere i salari dei top manager? Non si tratta solo di “demagogica curiosità”? Sono scandalizzato da affermazioni come queste. Ci sono ancora troppi politici che non hanno colto il problema. Bisogna ripartire tutte le volte dall’abc. Forse è bene ricordare a questi signori che le imprese quotate in borsa hanno un enorme impatto sul tessuto sociale, non sono semplici società anonime. Sono aziende che appartengono ad un largo azionariato. Novartis non appartiene al signor Vasella, appartiene agli azionisti. E gli azionisti siamo tutti noi che vediamo investite le nostre pensioni in queste imprese. Siamo noi a pagare eppure non possiamo mettere becco nei nostri affari. Lei non ci trova nulla di strano? È demagogico affermare che le informazioni sulla trasparenza non sono necessarie. C’è chi non vuole imparare dagli errori del passato. Un altro punto sul quale la maggioranza del Consiglio nazionale ha fatto orecchie da mercante è l’esplicitazione della politica di remunerazione all’interno di queste imprese. Non si è voluto in sostanza lasciare agli azionisti la facoltà di votare sulla meccanismo che decide il salario dei top manager, “loro dipendenti”. Perché? Il problema resta sempre lo stesso. Chi decide infine? Oggigiorno non sono gli azionisti a poter decidere e non lo potranno fare neppure domani con il disegno di legge passato alle Camere. Noi della fondazione Ethos, ma non siamo i soli a pensarla così, non chiediamo di votare all’assemblea degli azionisti su ogni singolo stipendio. Ci piacerebbe però sapere quale è il meccanismo per il quale viene corrisposto un certo salario. Se domani Novartis fallisce quanta responsabilità e quale salario verrà assegnato ai suoi manager? È previsto un bel bonus di uscita? In Inghilterra e in Olanda gli azionisti hanno il diritto di votare la politica salariale dell’impresa. In Svizzera i nostri politici hanno deciso, a torto, che non è conveniente farlo. Cosa serve conoscere lo stipendio dell’amministratore X se poi non si può comunque fare nulla. Lei può dirmi che lo si può criticare, ma gli azionisti restano comunque con le mani legate. Chi decide quanto guadagna il top manager? La politica salariale è votata all’interno dello stesso consiglio d’amministrazione. Quindi Vasella decide quanto guadagna…Vasella? In pratica sì. Non posso immaginare che un membro del consiglio di amministrazione di Novartis voti contro il salario da 20 milioni e passa all’anno del suo ceo. E le cose non cambieranno con la legge voluta dal Parlamento.

Pubblicato

Venerdì 7 Ottobre 2005

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