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L'editoriale

Salari più alti e protetti

di

Claudio Carrer

Quello che celebriamo quest’anno non è un Primo Maggio tutto virtuale con strade e piazze deserte come è stato quello del 2020, ma non sarà nemmeno una “normale” Festa dei lavoratori, perché in questi luoghi, da 131 anni simbolo della lotta internazionale del movimento operaio, si potranno tenere soltanto delle piccole azioni con pochi partecipanti, supportate da iniziative nella realtà digitale. La situazione pandemica e le necessarie misure sanitarie non consentono di fare di più. Ancora una volta, le salariate e i salariati, in Svizzera come altrove, non possono incontrarsi per lottare uniti, per diffondere le loro ragioni, per vivere appieno lo spirito di questa giornata. Bisogna allora sfruttare ogni occasione alternativa che è stata pensata per sopperire alle circostanze, perché del Primo Maggio c’è quest’anno più bisogno che mai.


L’organizzazione internazionale del lavoro (Oil) calcola che dall’inizio della pandemia di coronavirus, a livello mondiale, siano stati soppressi 255 milioni di posti di lavoro: un massacro dalle conseguenze sociali ed economiche incalcolabili. Anche nella piccola e ricca Svizzera i lavoratori hanno subito danni enormi (si legga il servizio a pagina 6): sul piano dell’impiego con 450mila persone in più che dipendono dalle prestazioni dell’assicurazione contro la disoccupazione, su quello della qualità e della sicurezza del lavoro con l’esplosione del precariato, così come su quello dei salari dove si registra una forte pressione al ribasso e un allargamento della forbice retributiva tra le classi sociali (chi guadagna meno di 4.000 franchi al mese oggi ne dispone di 300 in meno e chi prende più di 10.000 intasca dai 3 ai 400 franchi in più). Di qui la necessità di disegnare una ripartenza sociale, il concetto che l’Uss pone al centro delle riflessioni e delle rivendicazioni da portare nelle piazze reali e virtuali in questo Primo Maggio. E la via può essere solo quella di rafforzare la sicurezza sociale e il servizio pubblico e di rientrare in una dinamica di aumenti salariali.


Una questione quella salariale su cui il movimento sindacale continua giustamente a essere inflessibile anche nell’ambito del dibattito attorno ai negoziati sul cosiddetto Accordo quadro istituzionale tra Svizzera e Unione europea, riaccesosi a margine del recente incontro a Bruxelles tra il presidente della Confederazione Guy Parmelin e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha confermato le difficoltà a trovare un’intesa e la situazione di stallo. Uno dei nodi è quello delle (peraltro insufficienti) misure a tutela del lavoro che la Svizzera ha introdotto per contrastare le derive della libera circolazione delle persone e che sono tanto indigeste all’Ue. Né con l’Accordo quadro né senza l’Accordo quadro sul sistema di protezione dei salari non si transige e nessun compromesso è possibile per i sindacati svizzeri: qualsiasi stato deve poter adottare (e adattare alle mutazioni del mercato del lavoro) e in piena indipendenza le misure per combattere il dumping sul proprio territorio.

 

È un principio che il movimento sindacale, oggi impropriamente accusato di “protezionismo” e di “conservatorismo” dalla destra economica, ripete da anni e che nello stato attuale delle cose, di fronte agli sconquassi che la pandemia ha prodotto e sta producendo nel mondo del lavoro, andrebbe se possibile applicato con ancora maggiore rigore, in Svizzera come in tutti gli altri paesi europei. Altro che sacrificarlo sull’altare dell’Accordo quadro!

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Giovedì 29 Aprile 2021

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