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Salari minimi, per l’Europa davvero unita

di

Silvano De Pietro
Quanto deve guadagnare una persona con il proprio lavoro per poter condurre un’esistenza dignitosa? Questa domanda è fondamentale, perché dalla risposta che un’economia e una società riescono a darle con i fatti dipende il controllo su realtà quali la nuova povertà (i “working poor”), le disparità salariali tra uomini e donne, l’occupazione, il lavoro nero, la produttività, la capacità concorrenziale, e così via. In altre parole: fissare ed imporre un salario minimo legale, o non farlo, significa influire in senso positivo o negativo sull’evoluzione di un’economia e sul suo grado di equità sociale. Questo, però, è un discorso di principio, generico. Sta di fatto che povertà e condizioni di lavoro precarie sono sempre più diffuse a livello europeo, per cui una precisa risposta alla domanda iniziale comporta che si tenga conto delle specificità economiche e politiche dei vari paesi d’Europa, nonché delle loro diverse opportunità e capacità di reggere la concorrenza mondiale. La questione del salario minimo non può quindi essere affrontata dai sindacati che insieme, in modo coordinato sul piano internazionale, altrimenti ognuno va per la sua strada ed il fenomeno del lavoro sfruttato e sottopagato continuerà a persistere. A questo scopo si è tenuto la scorsa settimana un convegno di sindacalisti e di economisti europei nella sede di Unia a Zurigo, per fare il punto della situazione sul continente (qual è l’efficacia del salario minimo legale in Francia? a che punto è il dibattito in Germania? quale bilancio trarre dalla campagna dell’Uss sul salario minimo?) e fissare la base comune per una politica europea dei minimi salariali. «Il movimento sindacale», ha detto il presidente dell’Unione sindacale svizzera (Uss), Paul Rechsteiner, «è cresciuto grazie a rivendicazioni molto concrete, relative alla dignità della persona, al principio dell’affermazione della maggioranza, ecc. Erano rivendicazioni concrete, di enorme importanza per la storia mondiale del movimento sindacale, e senza le quali tale movimento sarebbe stato impensabile. Un esempio lo è stato la lotta per la giornata lavorativa di 8 ore e, in seguito, la settimana di 6 giorni di lavoro. Ora, se questo concetto di orario di lavoro si è rivelato applicabile ovunque, lo stesso dovrebbe valere per il salario minimo, specialmente in quei paesi che si avvicinano tra loro nella cornice di uno spazio economico come quello europeo, dove la rivendicazione di un salario minimo è di centrale importanza». E quasi a voler indicare la via, Rechsteiner ha fatto riferimento alla campagna dell’Uss “nessun salario sotto i 3 mila franchi”, la quale «ha rappresentato una rivendicazione che hanno capito tutti e che ha immediatamente avuto degli effetti». La spiegazione si trova in una valutazione di detta campagna dell’Uss per il salario minimo, di Daniel Oesch, Roman Graf e Serge Gaillard. Lo studio, presentato al convegno zurighese della settimana scorsa, analizza lo sviluppo del settore a bassi salari in Svizzera dal 1998 al 2002, e conclude che un «un fattore decisivo per il successo della campagna sul salario minimo è stata l’eco positiva trovata nell’opinione pubblica». Questo non ha soltanto fatto bene all’immagine dei sindacati, ma ha anche contribuito a mettere sotto pressione imprese e settori con bassi salari. Combinata con le azioni sindacali e le trattative contrattuali, la campagna mediatica ha avuto quale effetto, nei cinque anni considerati, di far diminuire di circa 100 mila unità i lavoratori con salari mensili inferiori a 3 mila franchi, e persino di circa 200 mila quelli con salari inferiori a 3 mila 500 franchi mensili. Nessun altro paese europeo ha conosciuto una campagna ed un successo paragonabili, tenuto conto di tutte le differenze. Frank Bsirske, presidente del sindacato tedesco “ver.di” (Vereinte Dienstleistungsgewerkschaft, Sindacato unito dei servizi) ha ricordato che, come nei paesi scandinavi, in Austria e in Italia, anche in Germania i salari minimi sono definiti unicamente nei contratti collettivi di lavoro, quindi con ovvie differenze tra settori economici. Ne risulta che la politica salariale è sottoposta alle esigenze dell’economia, con conseguenze non proprio incoraggianti. In Germania «è passato il tempo del salario unico sufficiente per mantenere una famiglia: oggi, per farla sopravvivere, occorre che siano 2 o 3 i suoi membri che lavorano». Sempre più diffusi sono i fenomeni quali la nuova povertà, la precarietà ecc. Occorre una svolta, ha detto Bsirske: «Siamo giunti ad un punto di non-ritorno della nostra strategia». E la svolta dovrebbe essere un’azione coordinata sul piano europeo. Marie France Boutroue, consigliera confederale della Cgt (Confédération Générale du Travail) ha in effetti sottolineato l’efficacia che potrebbe avere un’azione coordinata europea: «C’è un legame diretto tra quello che si decide a livello europeo e quello che succede sul territorio». La sindacalista francese è tuttavia andata oltre il tema del convegno, sostenendo la necessità di una maggiore informazione reciproca e di un coordinamento sindacale europeo che vada ben oltre la questione salariale: occorre integrare in una politica comune tutti i diversi aspetti che i problemi del mercato del lavoro, della produttività, della concorrenzialità e della lotta alle nuove forme di povertà, chiamano direttamente in causa i sindacati. Il dito nella piaga l’ha messo però chiaramente il segretario confederale della Ces (Confederazione europea dei sindacati), Walter Cerfeda. Il ritardo nel coordinamento a livello europeo rispetto ai salari minimi «non è un problema di pigrizia o di distrazione, ma piuttosto un problema di divisione», ha detto Cerfeda. Il motivo sono le divergenze tra certi sindacati, come quelli scandinavi, tedeschi e italiani, contrari perché gelosi dell’autonomia del negoziato collettivo a livello settoriale, e gli altri sindacati con esperienze diverse, più favorevoli al negoziato collettivo unico. «È questa la ragione per la quale finora nelle risoluzioni del comitato esecutivo e nelle stesse decisioni congressuali della Ces non vi è alcun riferimento alle discussioni sul salario minimo. Ma credo che si debba rilanciare questa discussione», ha concluso Cerfeda, data l’urgenza che sta assumendo la questione «non per ragioni politiche, ma per ragioni sociali ed economiche». Tali ragioni sono essenzialmente il prolungato rallentamento economico dell’Europa, che spinge il padronato «a considerare la riduzione dei salari come un fattore di competitività per tentare di rilanciare le imprese europee sui mercati mondiali». Quindi, una crescente politica d’attacco al potere d’acquisto delle retribuzioni, «ovunque in Europa». Rimedi suggeriti da Cerfeda: scambio d’informazioni per una maggiore conoscenza del problema nei vari paesi; definire i criteri necessari per gestire una politica comune dei salari minimi; definire il rapporto tra la media salariale e una base al di sotto della quale si deve impedire il dumping sociale; definire le modalità d’intervento sui salari, se mensili o ad ora e se netti o lordi; prevedere la possibilità di progressione di un salario minimo a livello europeo, la sua indicizzazione e la sua relazione con i carichi sociali; riflettere sulle politiche di defiscalizzazione possibile. Un impegno notevole, come si vede, per giungere ad una politica coerente ed omogenea a livello europeo. Gli “stipendi da fame” non aiutano l’economia Al seminario di Zurigo sui salari minimi in Europa, è risultato di particolare interesse il confronto tra norme internazionali diverse fatto dal dottor Thorsten Schulten del “Wirtschafts- und Sozialwissenschaftliches Institut” di Düsseldorf. Innanzitutto, imporre dei minimi salariali nazionali deve avere degli obiettivi sociali e politici. Quelli sociali sono: la definizione di un livello minimo vitale socialmente riconosciuto, l’impedimento dei “salari da fame” che alimentano la povertà, la ripartizione equa dei redditi, la lotta alle disparità ed alle discriminazioni salariali. Quali funzioni politiche del minimo salariale legale vanno segnalate la composizione delle differenze strutturali tra capitale e lavoro e la compensazione della debole capacità sindacale d’imporre tariffe obbligatorie. Sul piano del dibattito economico, la corrente di pensiero neoliberale sostiene la teoria neoclassica del mercato del lavoro, secondo cui un salario minimo imposto per legge produce disoccupazione, poiché il livello di produttività degli occupati, specie se poco qualificati e giovani, viene a situarsi sotto la media. L’opinione opposta sottolinea invece i vantaggi dei salari minimi nella microeconomia (secondo la cosiddetta “teoria salariale dell’efficienza”, quindi: produttività più alta, minori tassi di fluttuazione, ecc.) e nella macroeconomia, dove rappresentano una barriera contro la deflazione, una stabilizzazione della domanda, un limite alla concorrenza sleale ed uno stimolo all’innovazione ed all’incremento della produttività generale. Nel confronto internazionale, i modi di definire ed imporre i minimi salariali sono diversi. Viene fatto per legge negli Stati Uniti e nella maggioranza dei paesi dell’Ue. Si tende allo stesso scopo mediante i contratti collettivi nei paesi scandinavi, in Germania in Austria ed in Italia. In Svizzera invece vige un sistema misto. Da noi comunque il salario minimo di tremila franchi (1’950 euro mensili) chiesto dai sindacati è il più alto in assoluto a confronto con quelli di tutti gli altri paesi europei e degli Usa (il più basso è in Romania: 72 euro; negli Usa: 688). Quanto alle ripercussioni, gli economisti hanno costatato che il salario minimo negli Usa non ha alcun influsso sistematico sull’occupazione. In Gran Bretagna tra il 1999 e il 2004 il salario minimo è aumentato del 35 per cento, mentre la disoccupazione è scesa del 25 per cento. Altri studi empirici (come quello dell’Ocse del 1998) mostrano risultati contraddittori, per cui si può concludere che, da un lato, il ruolo del salario minimo rispetto al livello dell’occupazione viene molto sopravvalutato, e dall’altro lato che il salario minimo può contribuire ad una più equa ripartizione dei redditi. Venti milioni di “working poor” nell’Unione europea Il 15 aprile scorso, tre membri della Fondazione Hans-Böckler, un istituto di ricerche economiche e sociali di Düsseldorf, e tre membri della Denknetz Online (Rete di riflessione) animata su Internet da sindacalisti svizzeri, hanno firmato insieme a due ricercatori dell’Ires (analogo istituto di ricerca) di Parigi un documento intitolato “Tesi per una politica europea dei minimi salariali”. Insieme, l’istituto di ricerca tedesco e la rete di riflessione svizzera hanno organizzato il seminario sulla politica dei salari minimi in Europa tenuto a Zurigo il 21 e 22 aprile, al quale hanno presentato le loro “Tesi per una politica europea dei minimi salariali”. In breve, ecco le considerazioni che questo documento espone in 14 punti. Il salario è la fonte principale di reddito per la stragrande maggioranza dei lavoratori, quindi il suo ammontare è determinante per il loro livello di vita e per la loro stessa dignità umana e civile. Ciò nonostante, esso è divenuto un puro fattore di costi economici, una variabile nel gioco della concorrenza internazionale, mentre è sempre minore il suo ruolo regolatore della domanda e dell’offerta. Questa pressione sui salari, producendo disoccupazione, indebolisce la forza protettiva dei sindacati, mentre i mercati del lavoro che attraversano le frontiere aggirano gli standard vigenti. Le differenze salariali continuano infatti ad aumentare: le fasce di retribuzione sopra la media tendono sempre più verso l’alto, mentre quelle dei salari bassi conoscono una grande espansione. Già nel 2000 gli occupati che nell’Ue percepivano salari bassi erano il 15 per cento (20 milioni), la maggioranza dei quali donne. Un crescente esercito di “working poor”, che costituisce una delle sfide centrali in Europa, in grado di minacciare i principi sociali, etici ed economici su cui si fonda il modello sociale europeo. Questo succede perché con la loro politica dei bassi salari le imprese si sottraggono alla loro responsabilità sociale, mentre ne scaricano i costi sociali sulla collettività e sullo stato, in piena contraddizione con quanto affermato e garantito nella Carta sociale europea e nella Carta europea dei diritti dei lavoratori. Da qui l’importanza di una politica comune che definisca ed imponga il salario minimo. Questa deve avere come scopo di impedire il dumping salariale e l’espansione della nuova povertà causata dai bassi salari. Non si tratta di stabilire dei salari minimi uguali su tutto il continente (occorre tener conto delle notevoli differenze di sviluppo economico tra i diversi paesi d’Europa), ma soprattutto di stabilire in ciascun paese una norma minima per i gruppi salariali inferiori alla media. Tale minimo dovrebbe essere almeno il 50 per cento della media salariale nazionale, e salire poi al 60 per cento. Nella formulazione di una tale politica, i sindacati europei dovrebbero ricoprire un ruolo preminente.

Pubblicato

Venerdì 29 Aprile 2005

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