«Quasi il 10 per cento dei lavoratori nell’Unione europea vive in povertà. Dobbiamo cambiare le cose». Ad affermarlo non è un sindacalista, ma il Commissario Ue per il lavoro e i diritti sociali Nicolas Schmit. I salari necessitano di una «dinamica positiva», altrimenti «non vale la pena lavorare»: ha cambiato di tono il linguaggio che oggi si parla a Bruxelles, dopo che per decenni la Commissione Ue ha predicato “moderazione salariale” e flessibilità dei contratti collettivi.


Concretamente la Commissione propone una direttiva sul salario minimo che stabilisce un quadro legale uniforme fatto di norme minime. Essa riguarda da un lato i salari minimi legali esistenti in 21 dei 27 paesi dell’Unione, ma, tenuto conto delle grosse differenze (dai 311 euro della Bulgaria ai 2.145 del Lussemburgo), non fissa naturalmente un importo. Come obiettivo la direttiva indica il 60 per cento del salario mediano di un paese, il che, seppur in forma non vincolante, corrisponde alle rivendicazioni dei sindacati europei. In alcuni paesi (si pensi a Spagna e Germania i cui salari minimi si situano sotto il 50 per cento del valore mediano) si assisterebbe ad un vero balzo degli stipendi. Si calcola che in tutta l’Ue siano più di 20 milioni i lavoratori che ne potrebbero beneficiare.

 

Ma la proposta di direttiva non si limita ai salari minimi legali, che compensano lacune solo nella parte bassa della scala salariale. In aggiunta servono salari minimi differenziati da negoziarsi nell’ambito della contrattazione collettiva. «Ccl per tutti è la soluzione ottimale»,  ricorda Nicolas Schmit. Il problema è che nella metà degli Stati Ue ce ne sono troppo pochi: nei paesi dell’Est quali la Polonia, l’Ungheria, la Romania o le Repubbliche Baltiche i lavoratori sottoposti a Ccl si aggirano attorno al 20 per cento. Ma anche in Germania, conosciuto come un paese della contrattazione collettiva, sono solo il 54 per cento, più o meno come in Svizzera. La prevista direttiva Ue prescrive che paesi con una copertura inferiore al 70 per cento debbano avviare un “piano d’azione” per la promozione dei Ccl. Il che sarebbe prezioso anche per la Svizzera.

Pubblicato il 

05.11.20..
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