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Roma capitale di pace, coloratea di arcobaleno

di

Loris Campetti
Roma caput mundi, la capitale della pace. Finalmente l’Italia assurge agli onori della cronaca mondiale per un fatto di cui andar fieri. Tre, forse quattro milioni di uomini e donne vestiti con i colori dell’arcobaleno hanno riempito la città eterna per dire in casa (a Berlusconi) e fuori (a Bush) che nel mondo non c’è una sola superpotenza, ce ne sono due. Da una parte il governo guerrafondaio degli Stati Uniti che non cerca alleati ma servi, dall’altra l’universo pacifista composto di mille culture diverse, unite con una determinazione mai vista, neppure ai tempi del Vietnam: “no alla guerra senza se e senza ma”. È questo lo slogan, lanciato dal sestetto formato da don Luigi Ciotti, Sergio Cofferati, Flavio Lotti, Gino Strada, Tiziano Terzani e Alex Zanotelli, che ha portato in piazza no global e operai, comunisti e cattolici di tutte le parrocchie, ambientalisti e artisti, centri sociali e centrosinistra. Ma soprattutto, popolo. L’idea di mettere in cantiere una giornata mondiale per la pace, in realtà, era nata proprio in Italia nel mese di novembre, al Social forum europeo di Firenze dove si sono tenute le prove generali per la giornata del 15 febbraio. Il “Movimento dei movimenti”, poi, aveva raffinato l’idea di una risposta globale alle mire criminali e petrolifere di Bush nelle giornate di Porto Alegre, proposta che ha incontrato il consenso di sindacati, partiti democratici e associazionismo, dall’Australia al cuore dell’impero, dall’Asia alla vecchia Europa, quella dell’Ovest e quella dell’Est. “Un altro mondo è possibile” sembrava un appello utopico e ingenuo fino a pochi mesi fa, uno stato d’animo, un sogno di mezza estate. Quel sogno è diventato politica e comune sentire di interi popoli, a prescindere dal colore dei loro governanti. Si è visto bene in piazza a Roma, dove forse per la prima volta storie tanto diverse tra di loro sono riuscite non a convivere ma a mescolarsi, a contaminarsi in un meticciato sociale che può far pensare che un altro modo di far politica è finalmente possibile ed è la strada per costruire quell’altro mondo di cui andiamo vagheggiando. Per vedere le immagini di questa benedetta – anche in senso papalino, dato il sostegno del pontefice romano-polacco alla riuscita della protesta pacifista mondiale – giornata, gli italiani che non sono scesi in piazza sono stati costretti a viaggiare con il satellite o a sintonizzarsi con piccole emittenti private perché Rai e Mediaset hanno decretato l’oscuramento, una censura preventiva alla lotta contro la guerra preventiva all’Iraq. Ma le notizie non si fermano, le immagini prima o poi escono di prigione e alla fine il 15 febbraio romano è diventato best-seller. Italiani per passaporto o per destino migrante, turisti e immigrati nel Belpaese, frati e suore, bianchi e neri hanno costituito il cast del film più affollato e in alcuni tratti persino commovente della storia, non solo cinematografica, della penisola. Della penisola, nel senso che chi dalle isole maggiori e minori non è riuscito a raggiungere la capitale ha manifestato in casa, da Oristano a Cagliari. E chi non poteva per le ragioni più diverse lasciare la sua città ha fatto la stessa cosa, per esempio a Milano. Non si è trattato di una protesta strettamente di sinistra, ma di popolo, dicevamo. Si vedeva nei volti dei boy-scout e in quelli dei pensionati, degli operai della Fiat e dei dirigenti politici ancora una volta scavalcati dalla passione di coloro che non riescono più a rappresentare in Parlamento, aula sorda e grigia dove le percentuali sono ribaltate rispetto al paese reale. L’80 per cento degli italiani, quelli che hanno votato per l’opposizione ma per evidenti ragioni matematiche (e culturali) anche i sostenitori (ex?) della Casa delle libertà, sono contro la guerra “senza se e senza ma”, chiedono che non venga concesso a Bush, con o senza Onu, l’uso delle basi e dello spazio aereo per un’avventura che viene giudicata urbi et orbi un’avventura criminale. Non fu così nel ’91, al tempo della prima guerra del Golfo. Non fu così nel ’99 quando lo stato canaglia da abbattere si chiamava Serbia. Non fu così neppure in occasione dell’ultima guerra in Afghanistan. È maturata una coscienza collettiva con cui bene o male i governi, a partire da quello italiano, dovranno fare i conti. I padroni degli oceani rischiano di affondare nell’oceano pacifico del 15 febbraio. A Roma si è capito che la guerra si potrebbe anche fermare. Forse Bush la farà egualmente e ammazzerà migliaia di uomini, donne e bambini sopravvissuti ai crimini di una prima guerra e a quelli dell’embargo, ma non può non sapere che nulla sarà più come prima, la sua egemonia economica e criminale può essere spezzata, comincia a boccheggiare persino a casa sua, a New York e a San Francisco, nel ground zero, nell’associazione dei parenti delle vittime dell’11 settembre: “Not in my name”. Era impressionante il numero di statunitensi presenti alla manifestazione romana, accolti dai non americani senza astio, anzi con affetto e solidarietà. Nessun cartello con il volto di Saddam, tanti invece con quello di Abdullah Ocalan, simbolo di un’altra guerra e di uno sterminio etnico ancora in corso nel più fedele tra gli alleati atlantici di Bush: la Turchia. Chissà se l’opposizione al presidente Silvio Berlusconi riuscirà ancora a dividersi sulla guerra. Non è escluso. È escluso invece che il popolo della pace sia disposto a tornarsene a casa in silenzio. Venite a Roma, o a Milano, o a Firenze e Bologna, o nelle cento e cento città italiane, venite a vedere le fineste e i balconi addobbati con i colori dell’arcobaleno. Nessuno ha tolto le bandiere la sera del 15 febbraio, e se la risposta globale del 15 non sarà bastata a fermare la guerra l’appuntamento in Italia è già fissato. Sarà sciopero generale, la Cgil l’ha già annunciato.

Pubblicato

Venerdì 21 Febbraio 2003

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