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Ritrovarsi senza una casa

di

Veronica Galster
Persone senza un alloggio in Ticino, non è ancora emergenza, ma il problema esiste. Una realtà, quella di chi non ha una casa dove dormire, che non riguarda solamente gli stranieri di passaggio o i clandestini, ma che colpisce anche svizzeri e domiciliati. Chi sono queste persone? Perché si ritrovano in mezzo alla strada? Chi le aiuta?

I "senza tetto" non hanno un luogo dove ripararsi dalle intemperie, dormire, mangiare un pasto caldo e usufruire di servizi igienici. Insomma, sono persone che si ritrovano in mezzo alla strada. Quando si pensa a loro si pensa generalmente alle grandi città, ai cosiddetti "barboni" o ai clandestini. Purtroppo però, questo è un fenomeno che colpisce pure alle nostre latitudini, anche se resta ancora poco visibile.
«Dalla mia esperienza, - spiega fra Martino Dotta, frate capuccino che da anni aiuta le persone in situazione di disagio – direi che ci sono due tipi di situazione: chi è collocato in albergo, presso Casa Astra o presso la comunità Emmaus, e chi invece  fa capo ad amici e conoscenti o dorme dove può. Può sembrare impossibile, ma l'ultima categoria esiste anche in Ticino. A volte fa capo a case disabitate, con i rischi e i disagi che questo comporta (niente acqua, niente luce, rischio di crollo). Quello del non avere un alloggio è un fenomeno che tocca anche svizzeri e domiciliati, ragazzi giovani e nuclei familiari».
Si tratta di un fenomeno in aumento? Per fra Martino è difficile dirlo: «ci sono sempre più persone che si rivolgono a me, ma non saprei dire se è perché sono aumentate le persone nel bisogno oppure se questo è dovuto al fatto che sempre più gente mi conosce e sa di poter far capo a me in questi casi». Lo stesso discorso lo fanno gli operatori di Casa Astra, l'unico centro di prima accoglienza in Ticino, confrontati con un numero sempre maggiore di richieste, in parte dovute alla maggior conoscenza della struttura, nata nel 2004.
Nel 2010 Casa Astra ha ospitato 70 persone, 18 in più rispetto all'anno precedente. Sono invece state 164  le richieste che non ha potuto accogliere per mancanza di spazio o inadeguatezza della struttura (per una media di circa 14 al mese).
Sabina Beffa, collaboratrice scientifica della direzione della Divisione dell'azione sociale e delle famiglie al Dipartimento della sanità e della socialità (Dss) del Cantone Ticino, da anni  si occupa della questione. Secondo lei «non abbiamo segnali che ci dicano che il fenomeno è in aumento o che siamo di fronte a una situazione d'emergenza». Tuttavia, a parte uno studio empirico effettuato nel 2003 (e pubblicato nel 2004) su mandato della Divisione dell'azione sociale, non esistono raccolte di dati sistematiche o statistiche ufficiali che permettano di quantificare il problema. Già nello studio pubblicato nel 2004, veniva messo in evidenza come le stime quantitative presentate non tenessero conto della parte invisibile che, secondo gli operatori interpellati, era di gran lunga superiore a quella visibile. Secondo le cifre raccolte allora, erano circa ottocento le persone che in Ticino avevano vissuto in condizioni di precarietà abitativa nei dodici mesi precedenti l'inchiesta, e il fenomeno era considerato in crescita. Per quanto riguarda la sua ripartizione sul territorio Cantonale, nel 2004 non erano state evidenziate caratteristiche specifiche ad un comprensorio regionale, a parte per le zone di frontiera Chiasso e Mendrisio. Il problema dei senza tetto sembrava inoltre toccare in egual misura il Sotto e il Sopraceneri, con concentrazioni maggiori nelle città.
«Si tratta di un fenomeno che esiste, ma che oggi è difficile da delimitare e quantificare», prosegue Beffa, che distingue in tre "categorie" le persone che si trovano in una situazione di questo tipo: chi si trova sul territorio cantonale senza un permesso di residenza valido (clandestini); chi è arrivato in Svizzera in cerca di lavoro, non l'ha trovato ed è rimasto senza soldi e senza un alloggio; e infine chi ha la cittadinanza svizzera o un permesso di residenza valido e si trova in un momento di difficoltà per motivi che possono essere di vario tipo.
Per le prime due categorie non esistono aiuti cantonali o comunali a lungo termine, trattandosi di persone destinate a lasciare il territorio. Gli svizzeri e gli stranieri con un permesso valido invece, possono far capo all'assistenza. Il passaggio all'assistenza però non è sempre automatico e scontato. Capita che i diretti interessati, per diverse ragioni, non vi facciano subito capo e la loro situazione si aggravi ulteriormente prima di ricevere gli aiuti del caso (vedi articoli a lato). Aiuti che a volte non bastano a risolvere i problemi, come testimoniano sia gli operatori di Casa Astra che fra Martino Dotta, che da anni si occupano di aiutare queste persone a trovare una sistemazione.
Cosa può portare a ritrovarsi senza un alloggio? Spesso la causa è una serie di fattori. C'è chi perde il lavoro, non riesce più a pagare tutte le bollette, accumula debiti, resta in dietro con il pagamento dell'affitto e riceve lo sfratto. Avendo accumulato debiti e non avendo un lavoro, diventa difficile trovare un nuovo appartamento, così il rischio di ritrovarsi "per strada" è alto. Solitamente chi si trova in questa situazione viene provvisoriamente collocato in albergo dall'assistenza, in attesa che si trovi un nuovo alloggio, una soluzione sicuramente migliore della panchina del parco, ma non ideale, specie per le famiglie.
Una parte di queste persone fa invece capo a Casa Astra, il centro di prima accoglienza di Ligornetto, che offre ospitalità e sostegno alle persone senza dimora e in difficoltà. «Gli ospiti svizzeri o con permesso C sono circa un quinto del totale», spiega Cyntia Salazar, operatrice di Casa Astra, che prosegue: «queste persone hanno generalmente problematiche legate: al rientro in Svizzera dopo un lungo soggiorno all'estero e al domicilio perso; all'abbandono del tetto coniugale; a problemi di lavoro e a problemi di salute. A Casa Astra li seguiamo nelle loro domande di assistenza collaborando con i servizi sociali del comune di domicilio e spesso, nonostante il diritto al sostegno del Cantone, rimangono da noi alcuni mesi prima di riuscire ad ottenerlo».
Sia a detta di Cyntia Salazar che di Sabina Beffa, una delle difficoltà maggiori per queste persone è proprio la ricerca di un alloggio. I proprietari di immobili sono molto reticenti verso possibili inquilini disoccupati e con debiti, anche quando l'Ufficio del sostegno sociale e dell'inserimento (Ussi) garantisce per il pagamento. Una difficoltà confermata anche da fra Martino Dotta, che per cercare di aiutare una parte di queste persone ha creato l'agenzia immobiliare Reab (recupero abitativo), che gestisce appartamenti destinati appunto a chi fatica a trovare un alloggio.

Luigi, 55 anni, ticinese: «in poco tempo ho perso tutto»

Luigi ha gestito per vent'anni un negozio di parrucchiere nel mendrisiotto, le cose andavano bene, ma ha deciso di mollare tutto e partire. Da quel momento la sua vita è cambiata radicalmente, finché ha perso tutto e si è ritrovato per strada.

Luigi Antonio Leoni, 55 anni, ticinese. Oggi fatica a sbarcare il lunario e si è ritrovato a dover far capo all'assistenza, ma la sua vita non è sempre stata così. «Gestivo il mio negozio di parrucchiere a Mendrisio e, dopo 20 anni, mi è venuta l'idea di chiudere baracca e trasferirmi all'estero». Così è partito per l'Italia, dove ha lavorato per alcuni anni un po' come parrucchiere e un po' in alcune scuderie ad accudire i cavalli (una sua passione), ma sempre in nero «perché lì non ti mettono in regola», spiega.
Dopo l'esperienza in Italia decide di trasferirsi a Malaga, nel sud della Spagna «e lì la cosa è andata bene per un anno, ma poi ho deciso di tornare in Italia perché le paghe erano bassissime e non ce la facevo».
Dopo qualche tempo che si trovava nuovamente in Italia, a Luigi è stato proposto di tornare in Svizzera e aprire un salone di parrucchiere a Coldrerio: «è andata malissimo. Ho aperto a ottobre 2008 e ho chiuso a maggio dell'anno dopo, perché il negozio non funzionava. A quel punto ho fatto lo sbaglio di tornare nuovamente in Italia, perché l'idea di far capo all'assistenza non mi piaceva».
Luigi ha quindi passato altri due anni in Italia, ma il lavoro scarseggiava e le paghe erano basse. «Sono arrivato ad un punto dove non avevo l'acqua alla gola, ma peggio. – racconta - Mia cugina dalla Svizzera ha saputo della mia situazione e mi ha vivamente consigliato di tornare in patria dove avrei potuto chiedere aiuto all'assistenza».
«Così ho fatto e tramite un assistente sociale del mio comune d'origine, sono approdato a Casa Astra». Essendo stato fuori dalla Svizzera per diversi anni, Luigi aveva infatti perso il diritto al domicilio nell'ultimo comune di residenza ed è stato il comune d'origine che ha dovuto attivarsi, anche se, come racconta, «inizialmente ha cercato di schivare l'oliva».
L'arrivo a Casa Astra non è stato facile dal punto di vista psicologico «ho dovuto prendere atto che non avevo proprio più niente, Casa Astra era l'ultima spiaggia e questo mi ha turbato parecchio, mi sentivo veramente molto male», spiega. Non aveva molta scelta però: «ho 55 anni, nessuno mi assume alla mia età, anche se ho un buon curriculum lavorativo. Preferiscono prendere un giovane, pagare meno contributi, e io mi trovo a dover per forza di cose entrare in questo meccanismo, senza avere nemmeno il diritto alla disoccupazione perché lavoravo in proprio e all'estero ero in nero».
Luigi è arrivato a Casa Astra il 20 dicembre del 2010 e ne è uscito il 15 marzo del 2011. «Forse essendo svizzero sono stato un po' avvantaggiato nella trafila burocratica», dice. Adesso abita a Chiasso, fa sempre capo all'assistenza e continua con la ricerca di un lavoro «ma non riesco a trovare niente. La cosa è abbastanza deprimente perché non è che uno dice bene, prendo i soldi dell'assistenza che mi paga l'affitto e la cassa malati e sono felice e beato. No. Non è assolutamente così. Il rischio di andare in paranoia è grande, ti dici che a questo punto non servi più a niente e è difficile riuscire ad incanalarti ancora nella strada del lavoro».
La speranza però è sempre l'ultima a morire e Luigi non sembra averla persa del tutto: «il mio lavoro mi piace e mi è sempre piaciuto, quindi continuo a cercare e spero di trovare ancora qualcosa prima o poi. In ogni caso, ci tengo a dire che se non ci fosse stata una struttura come Casa Astra sarei finito sotto un ponte, qui invece ho ricevuto un'ottima accoglienza e un grande aiuto, sia umano che pratico. Mi hanno aiutato a rialzarmi, ma anche a sbrigare tutte le pratiche necessarie per l'assistenza».

«Mi è crollato il mondo addosso»

Stefano* è un cittadino svizzero sulla cinquantina. Aveva un ristorante e viveva con la moglie e i figli nella casa che avevano comperato. Poi gli affari hanno cominciato ad andare male, ha perso molti soldi e accumulato debiti. A quel punto anche il rapporto con la moglie si è deteriorato, fino ad arrivare alla separazione. Senza soldi e senza casa, Stefano racconta come si è ritrovato "dalle stelle alle stalle".

«Avevo un ristorante, ma è andato male e ho perso un sacco di soldi», racconta Stefano. «Ho provato in tutti i modi ad aggiustare le cose, ma invece di aggiustarle andavo sempre più a fondo e non sapevo più cosa fare. Ad un certo punto mi sono ritrovato in una via senza uscita e mi è crollato il mondo addosso».
Fallito il ristorante, Stefano non aveva diritto a far capo alla disoccupazione, in quanto lavoratore indipendente. Quando poi le cose con la moglie hanno cominciato a non funzionare più, con un sacco di debiti e senza nessuna entrata, al momento di lasciare il tetto coniugale le sue possibilità di trovare un appartamento erano praticamente nulle.
«Mi sono annunciato al mio comune di domicilio per ricevere l'assistenza. Inizialmente il municipio mi ha detto che non poteva pagarmi la pensione e mi ha chiesto una serie di documenti. Una volta forniti tutti i documenti necessari, mi hanno detto "aspetta". Sì, aspetto, ma dove dormo intanto?». Per qualche giorno si è stabilito a casa del figlio, ma «avevo già rovinato la mia vita, non volevo rovinare anche la sua, non era giusto essergli di peso. Dovevo trovare un'altra sistemazione», spiega.
«Conoscevo un'assistente sociale e le ho chiesto aiuto, perché non sapevo più dove sbattere la testa. Lei mi ha detto che avevo due possibilità: il dormitorio di Lugano (nel frattempo chiuso, ndr), aperto solo la notte fino alle 8 di mattina e il cui costo era di 20 franchi a notte, oppure Casa Astra, aperto tutto il giorno e dove il costo sarebbe stato a seconda delle mie possibilità».
Stefano ha quindi deciso di contattare Casa Astra: «era un venerdì del 2009, il 5 agosto». In quel momento a Casa Astra non c'erano posti disponibili, così si è accordato per incontrare uno degli operatori il mercoledì successivo. «Mercoledì quando sono arrivato a Casa Astra ero spaventato. A 53 anni mi sono ritrovato a cambiare completamente stile di vita, a dover dormire in camera con altre tre o quattro persone che non conoscevo, non sapevo come comportarmi, ma ho iniziato a rimboccarmi le maniche». A Casa Astra Stefano dice di aver trovato un sostegno importantissimo per risollevarsi e riprendere fiducia, per trovare la forza di ricominciare a vivere.
In questa situazione ci ha vissuto da inizio agosto fino a dicembre dello stesso anno. La prima volta che ha contattato l'Ufficio del sostegno sociale e dell'inserimento (Ussi), che avrebbe dovuto decidere per l'assistenza, era il mese di luglio. Il primo appuntamento Stefano è riuscito ad ottenerlo solo a novembre: «cosa avrei fatto in quei quattro mesi se non ci fosse stata Casa Astra?», si chiede oggi.
«Quando a novembre sono andato all'Ussi per il colloquio mi sono sentito messo sotto interrogatorio, non è stato piacevole, ma almeno ho potuto iniziare a cercarmi un appartamento», prosegue Stefano, che spiega come l'ostacolo maggiore nella ricerca fosse il fatto di non avere un lavoro: «l'agenzia immobiliare o il proprietario vogliono delle garanzie che non potevo dare in quanto disoccupato e indebitato». A questo ci ha però pensato l'assistenza, inviando una lettera nella quale garantiva il pagamento dell'affitto per lui «e così ce l'ho fatta, a gennaio 2010 ho cominciato a vivere nel mio appartamento».
E ora? «Adesso non sono più in alto mare, anche se sono sempre in cerca di un lavoro. Ne avevo trovato uno, mi piaceva anche se non era il mio mestiere, ma dopo un mese mi hanno lasciato a casa. Perché? Perché ho debiti. Ho dovuto presentare l'estratto dell'Ufficio esecuzioni e fallimenti al datore di lavoro, che in risposta mi ha mandato una lettera di licenziamento. Ma se uno non ha un lavoro come fa a pagare i debiti?». Stefano però non si perde d'animo e conclude dicendo che «finché c'è vita c'è speranza, e io la speranza non la perdo».

*Nome di fantasia

I dati che non ci sono

Nel tentativo di quantificare il fenomeno dei senzatetto in Ticino, area ha chiesto agli Uffici cantonali preposti se avessero dei dati in merito, almeno riguardo a quante persone vengono collocate ogni anno nelle pensioni perché si ritrovano senza un alloggio. Gli unici dati disponibili risalgono al 2003 (vedi articolo centrale).
Secondo Sabina Beffa, collaboratrice scientifica di direzione della Divisione dell'azione sociale e delle famiglie, sarebbe impossibile risalire a questo tipo di dati, non si può nemmeno sapere se siamo nell'ordine delle decine o delle centinaia di persone coinvolte. Al tempo stesso però, dopo aver affermato che non esiste modo di risalire a questi dati, spiega che «a livello di numeri, non abbiamo una situazione di emergenza». Interpellato da area in quanto ex direttore della Divisione dell'azione sociale e delle famiglie (dal 1997 al 2009), Martino Rossi si dice stupito del fatto che l'Ufficio del sostegno sociale e dell'inserimento (Ussi) dica di non poter risalire a quante persone colloca ogni anno nelle pensioni: «questi dati esistono e l'Ufficio dell'assistenza li ha, non capisco perché dicano il contrario».
A quanto pare però non è solamente area ad avere difficoltà nel ricevere questi numeri, è infatti da alcuni anni che anche gli operatori di Casa Astra fanno la stessa richiesta all'Ussi, ma senza esito.
Il 23 marzo 2011 è anche stata fatta un'interrogazione parlamentare in tal senso da Pelin Kandemir Bordoli, Chiara Orelli Vassere e cofirmatari. Nell'interrogazione, tra le altre cose, si chiede al Consiglio di Stato di «fornire i dati riguardanti tutte le persone collocate dai servizi sociali Cantonali e Comunali in pensioni e alberghi». Questo per riuscire a quantificare il disagio legato alla perdita dell'alloggio. Per ora non è ancora arrivata nessuna risposta.
Come mai il Cantone è così reticente a fornire questi dati, che interessi ha? Forse che il fenomeno è più ampio di quello che si vuole far credere? O magari il collocamento nelle pensioni è più costoso di un eventuale finanziamento di strutture di prima accoglienza?

Pubblicato

Venerdì 27 Gennaio 2012

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