In tempi d'intensi cambiamenti e di conseguenti tensioni come i nostri, non sempre risulta facile al singolo individuo e alla collettività nel suo insieme rilevare le basi (magari rinnovate) su cui costruire il futuro, prossimo o remoto che sia. In assenza di "valori forti" e condivisi, quali potevano essere considerati quelli tradizionali, ci si deve in un qualche modo accontentare di elementi di riferimento "deboli", da accettare, rifiutare o modificare secondo le circostanze, privi di componenti coercitive. In sostanza, pur vivendo nell'era della comunicazione di massa, l'essere umano contemporaneo (ognuno di noi!) dispone sì potenzialmente di tutti i ritrovati della tecnica e della scienza, ma quanto alle scelte fondamentali si trova sempre di più abbandonato a se stesso. Deve fare affidamento più alle sue capacità che al sostegno altrui ed è costretto a compiere un faticoso itinerario in solitudine.
Sul piano filosofico e spirituale, in Occidente, è però da secoli che si contrappongono due visioni distinte di tale condizione: da una parte, si affermano posizioni chiare e ben definite, dal carattere obbligatorio e comune, che costituiscano il fondamento inequivocabile del vivere pubblico; dall'altra, si promuove un processo complesso ed inevitabile di maturazione personale e sociale che conduca al riconoscimento e alla valorizzazione delle singolarità. Da un lato, si pone la coesione universale a discapito della promozione delle particolarità; dall'altro, si collocano le individualità come diritti inalienabili, indebolendo i legami culturali, sociali e politici. Due figure emblematiche di simili prospettive diverse sono, ai giorni nostri, il filosofo torinese Gianni Vattimo (che riconosce il suo debito critico nei confronti del cristianesimo) ed il pontefice romano Benedetto XVI (le cui posizioni talvolta intransigenti sono note). L'opposizione tra le due attitudini di fondo non si limita ovviamente al campo umanistico o religioso, bensì investe in sostanza tutti gli ambiti dell'agire individuale e collettivo. Ne è un esempio il discorso politico, sia a livello internazionale che locale, dove l'ideologia ha spesso la meglio sulla progettualità ed il corto termine (leggi anche le scadenze elettorali) impedisce sovente di volgere lo sguardo in maniera sistematica sul possibile lungo corso.Tale opzione fondamentale, da un canto rispecchia il sentire profondo della società e quindi gli orientamenti essenziali della comune mentalità; d'altronde però, condiziona i cambiamenti generali e frena le iniziative a favore del bene collettivo. Perciò si registra a volte un vasto senso di frustrazione e si diffonde l'impressione che stiamo precipitando in un pericoloso vicolo cieco: è il caso al quale ho già a più riprese fatto riferimento della socialità nel nostro paese e del modo di affrontare le diverse forme di disagio che bussano alle nostre porte. Mi sembra pertanto indispensabile ritrovare la bussola per un bastimento che, in assenza di una direzione precisa, corre il rischio di frantumarsi in mille scialuppe.

Pubblicato il 

20.04.07

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