A vederli lì, fissati per sempre in fotografie dalla composizione classica e dalla tecnica impeccabile, sembrano venire da lontano, da un’epoca remota. In realtà i volti che raccontano le mille e più storie dell’esposizione fotografica “Il lungo addio” sono stati colti all’alba del nostro oggi, quando la Svizzera viveva il miracolo della piena occupazione e centinaia di migliaia di italiani lasciavano il Mezzogiorno per trovare qui un lavoro e forse la fortuna. Quella in corso allo Stadthaus di Zurigo fino al 23 aprile è infatti una storia raccontata lungo 138 fotografie dell’emigrazione italiana in Svizzera a partire dal 1945 e si protrae fino alla fine degli anni ’70. È la storia della prima generazione di immigrati italiani. Curata dall’ex direttore dell’Istituto svizzerodi Roma Dieter Bachmann, dove è stata presentata per la prima volta nel maggio dello scorso anno, questa mostra è stata proposta in seguito negli Abruzzi e a Coira prima di giungere a Zurigo. Poi sarà presentata in Turgovia, in Engadina, a Bienne, a Berna e a Venezia. In Ticino invece “Il lungo addio” non si vedrà: lo stesso Bachmann l’ha proposta a diverse istituzioni culturali, ma nessuna di loro ha dimostrato interesse. Come se la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera non riguardasse il Ticino. Dieter Bachmann spiega nel bel catalogo che accompagna la mostra che il bisogno di realizzarla «è nato da motivazioni come la curiosità, la vergogna, il desiderio di ringraziare in questa maniera»: è un commosso e sorprendente omaggio. Le 138 fotografie che costituiscono “Il lungo addio” sono state selezionate fra un gruppo di circa 500 immagini d’autore scovate in scatole e archivi sparsi fra Italia e Svizzera, più spesso dimenticate che conservate. Perché nessuno, fino ad oggi, sembrava avvertire la necessità di guardarle, per non dire di esporle. Ma l’obiettivo della mostra non è scientifico, la pretesa di raccontare la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera con luoghi, date e cifre non c’è (ne fa fede qualche imprecisione nel catalogo stesso). Si voleva semmai raccontare una storia, una storia possibile fra milioni, un’immaginaria storia di nessuno che diventa storia di tutti. Una storia fatta di umiliazioni, tante, troppe: la povertà al proprio paese, il dolore nel doverlo lasciare, la valigia di cartone e i viveri nel “cestino da viaggio” del Ministero italiano del lavoro, i controlli sanitari all’entrata in Svizzera, la vita stipati nelle baracche, i rigori del lavoro sui cantieri di montagna o agli altiforni, con gli svizzeri sempre a guardare e commentare, l’incertezza se si può restare o se si deve già rientrare, la moglie costretta a rimanere in Italia con i figli che non si sono visti nascere, eppoi magari un ritorno prematuro, quindi fallito, dunque la vergogna di una nuova partenza. È una storia di emozioni. Ecco perché le fotografie esposte vanno a cogliere soprattutto momenti privati, quasi intimi dei soggetti ritratti, quando anche in pubblico per un momento ignoravano la quotidianità del lavoro per lasciarsi andare ad una nostalgia, un piccolo piacere, un ricordo, una speranza. Ed ecco perché la mostra è anche sorprendente: perché in essa si abbandona l’iconografia ufficiale dell’immigrazione italiana in Svizzera, che vedeva gli immigrati confinati in orgogliose foto di gruppo con sfondo di enormi cantieri idroelettrici o di grossi altiforni da inaugurare. Poi più nulla. Perché, come dice Bachmann nel catalogo, «c’erano, ma non c’erano»: erano condannati all’invisibilità, alla clandestinità sociale se non giuridica. Ne è una significativa testimonianza il ricordo di Villi Hermann che pubblichiamo in queste pagine. Gli scatti di grandi fotografi come Werner Bischof, Gianni Berengo Gardin, Giancolombo, Rob Gnant, Uliano Lucas e molti altri si affiancano a immagini di autori anonimi che hanno documentato, certo con altri scopi, la vita di fabbrica o gli alloggi economici degli operai della Sulzer. Attraverso il loro sguardo si ridà finalmente visibilità ad un’intera generazione di italiani in Svizzera. Quasi 4 milioni di lavoratori che hanno fatto ricco questo paese vi si possono ritrovare. I protagonisti di questa storia sono loro, e sono loro a raccontarla con gli sguardi impauriti o rassegnati, con i pochi sorrisi che potevano permettersi e le spalle spesso piegate dalla fatica. Gli svizzeri in questa storia non ci sono: forse però oggi la sapranno ascoltare. Dieter Bachmann, lei è il curatore della mostra fotografica “Il lungo addio” dedicata all’emigrazione italiana in Svizzera: come è stata accolta questa esposizione al suo debutto all’Istituto Svizzero di Roma? Per quel che riguarda il pubblico direi molto bene, quasi in maniera sorprendente. Direi che delle attività che ho organizzato nei miei tre anni di attività all’Istituto Svizzero, questa mostra è stata quella che ha raccolto il maggior successo di pubblico. Ha infatti colpito i visitatori sul piano delle emozioni, toccandoli in modo diretto: molti italiani hanno in qualche modo rivisto la loro storia o quella di un loro stretto parente. Sono invece state del tutto assenti le autorità: né funzionari del Ministero né autorità cittadine si sono fatti vedere all’inaugurazione. E la spiegazione è semplice: tutti oggi sanno che l’emigrazione per l’Italia è stata per oltre cent’anni un fenomeno di massa, per cui oggi prevale un sentimento di vergogna. E oggi le autorità fanno oltremodo fatica a confrontarsi con la necessità di riconoscere che il loro paese ha costretto all’emigrazione milioni di persone. E come reagiscono i visitatori di origine italiana che vivono in Svizzera? In genere cominciano ridendo, poi passano ad una fase più onirica, per finire sulla riflessione. Visitando la mostra svolgono quindi un percorso di riconoscimento della propria storia. E questo corrisponde all’itinerario logico sul quale abbiamo strutturato l’esposizione, come se fosse un racconto: si comincia nella povertà del Sud, si passa poi alla partenza da casa, quindi c’è il viaggio, poi l’arrivo a Chiasso con i controlli sanitari d’entrata, seguito dalla scoperta della Svizzera, il nuovo lavoro, le montagne, l’incontro con la gente del posto e così via. Le fotografie esposte hanno due facce che non è sempre facile distinguere: da un lato colpiscono per il loro contenuto, dall’altro sono d’elevata qualità artistica. Ora non c’è dubbio che nell’approccio alla mostra dei visitatori italiani che vivono in Svizzera prevalga l’aspetto del contenuto. Ma al momento di selezionare il materiale da quale criterio s’è fatto guidare: da quello del contenuto o da quello artistico? La mia prima priorità è stata quella di trovare del materiale fotografico su un fenomeno molto conosciuto ma non ben documentato: le ricerche sono quindi partite in direzione dei contenuti. È stato solo in un secondo tempo che ho fatto una rigorosa selezione secondo criteri formali, artistici. Alla fine è risultato decisivo un criterio strettamente qualitativo: le 138 fotografie esposte sono state selezionate perché rispondono ad un bisogno di raccontare un aspetto specifico del fenomeno migratorio, e lo fanno sulla base di elevati canoni estetici. Questo rigore spiega perché dalla mostra è del tutto assente la xenofobia, che pure ha avuto in passato una grande importanza per l’immigrazione italiana in Svizzera, basti pensare all’iniziativa Schwarzenbach contro l’inforestieramento. La xenofobia non è infatti documentabile se si vogliono seguire i criteri della fotografia d’arte: si può semmai fare del fotogiornalismo, della cronaca o, con altri mezzi espressivi, ad esempio della letteratura (come ha fatto Max Frisch). L’esposizione “Il lungo addio” propone lavori di fotografi molto famosi (da Werner Bischof a Rob Gnant, da Uliano Lucas a Giancolombo e a Gianni Berengo Gardin) accanto ad altri di autori assai meno conosciuti: come è arrivato ad ognuno di loro? Con il classico metodo a valanga: da un fotografo risali ad un altro, una fotografia ne richiama altre dieci, e così via. Di fatto sono partito dagli scatti di Rob Gnant. È anche lui che mi ha aperto la strada verso l’Italia segnalandomi i lavori di Gianni Berengo Gardin. E in un certo senso la prima fotografia selezionata, attorno cui tutto poi s’è articolato, è stata proprio quella scattata da Berengo Gardin alla stazione di Milano nel 1976. Archivi in cui questo genere di materiale fotografico è raccolto sistematicamente invece non ce ne sono. In Italia ci sono sì due o tre archivi dell’emigrazione, in particolare quello di Lucca, ma materiale interessante per questa mostra di fatto non ne avevano: da un lato perché si concentrano sull’emigrazione del periodo a cavallo fra ‘800 e ‘900, dall’altro perché sono ben documentati sull’emigrazione verso l’Argentina e gli Stati Uniti ma sono poco interessati a quella verso la Svizzera e gli altri paesi europei. In mostra ci sono lavori di fotografi sia svizzeri che italiani: ha notato a dipendenza della nazionalità dell’autore un approccio diverso al soggetto dell’immigrazione italiana in Svizzera? È una domanda difficile, alla quale si deve rispondere con una certa prudenza. In linea molto generale direi che i fotografi italiani erano più coinvolti dal soggetto fotografato, i loro lavori sono tendenzialmente più emozionali e risultano quindi spesso più emozionanti. I fotografi svizzeri avevano invece un approccio più documentaristico, il loro occhio era più distaccato. Da questa distinzione non bisogna però trarre conclusioni sul piano qualitativo: in particolare i fotografi svizzeri hanno saputo vedere in profondità cose che i loro concittadini dell’epoca non hanno saputo cogliere. Dall’epoca in cui sono state scattate queste fotografie, quindi soprattutto dal periodo compreso fra gli anni ’50 e gli anni ’70, ad oggi, come è cambiato il modo di guardarle, di rapportarsi ad esse? Quello di chi visita la mostra “Il lungo addio” è uno sguardo all’indietro su un periodo molto vicino, ma comunque concluso. Da un lato infatti l’emigrazione italiana in Svizzera non è più un fenomeno così di massa e tanto doloroso, dall’altro la xenofobia degli svizzeri colpisce piuttosto cittadini di altre nazionalità (dopo gli italiani ci sono stati i tamil, poi i balcanici e oggi gli africani). Nel frattempo è quindi intervenuta una pacificazione fra immigrati italiani e svizzeri. Guardando queste fotografie riviviamo dunque una storia che conosciamo bene, sapendo però di non esserci più dentro: molti svizzeri si riconoscono in quel passato così prossimo, ma sanno anche di esserne guariti. L’approccio di oggi a quelle foto è quindi del tutto nuovo. Le faccio l’esempio di una fotografia molto significativa che abbiamo in mostra, “Nell’atrio della stazione centrale”, scattata da Rob Gnant a Zurigo nel 1964. Vi si vedono diversi capannelli di italiani per i quali quel luogo era un punto di ritrovo importante in città. Ebbene, all’epoca gli svizzeri erano molto infastiditi da quel genere di scene, le consideravano una scocciatura se non un’indecenza perché veniva intralciato il passo dei viaggiatori che avevano fretta. Oggi il commento più tipico alla vista di questa stessa fotografia è «quelli erano tempi, guarda gli italiani come si ritrovavano in stazione, che vita sociale avevano, era un’altra vita»: prevale quasi la nostalgia.

Pubblicato il 

12.03.04

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