Quando qualcosa di nuovo appare all’orizzonte, c’è la tendenza ad identificarlo secondo modelli già conosciuti, ad attribuirgli una fisionomia e delle caratteristiche che ci permettano di afferrarlo secondo schemi predefiniti. Rischiamo così di non comprenderlo nella sua reale portata e di non aprirci a ciò che quel fenomeno intende trasmetterci. Una premessa per dire che quanto stiamo osservando in questi giorni è qualcosa che merita di essere ascoltato ed osservato con attenzione. Stiamo parlando della mobilitazione in ambito scolastico che sta impegnando in questi giorni, oltre ai docenti e genitori, gli studenti. Di fronte all’emergenza, alla prospettiva di una scuola “dimezzata” la protesta sta montando in tutte le scuole del Cantone e grazie anche ad una forza finora sottoascoltata: gli studenti appunto. Sit in, scioperi, assemblee: questi gli strumenti per far sentire la propria voce. Strumenti conosciuti, ma nuovi i linguaggi e i modi con cui la loro lotta s’imposta. All’assemblea degli studenti del Liceo Lugano1 (LiLu1), c’erano 540 allievi convenuti per discutere, capire e confrontarsi sui famigerati tagli che incombono sulla scuola. Ad aiutarli ad approfondire il tema, sono stati invitati Marco Baudino del Vpod, alcuni docenti e il direttore della scuola, Gianfranco Cereghetti. «Per anni la maggioranza degli studenti – dice Elena Nuzzo, studentessa del Liceo e membro del Comitato studentesco – ha accettato pressoché passivamente quanto passava sulla loro testa, raramente si è mobilitata e la sua protesta per lo più si esauriva in lamentele sfogate nei corridoi della scuola. Oggi al nostro interno sta nascendo una nuova consapevolezza, ci stiamo muovendo concretamente per dire basta a questo attacco contro la socialità e la scuola. E stiamo agendo affinché anche all’esterno si conosca il nostro pensiero. Ciò che rivendichiamo è una scuola diversa, vogliamo un’alta qualità dell’istruzione e non accettiamo che proprio la scuola, che dovrebbe essere un pilastro portante di ogni società, venga costantemente peggiorato». E che che sia nata una nuova consapevolezza era palpabile venerdì scorso. Emergeva chiaramente dalla discussione sulla “Presa di posizione dell’assemblea degli studenti del LiLu1 sui tagli”. I ragazzi intervenivano non solo per dare il loro assenso ma per analizzare e contestare frasi a parer loro non condivisibili da tutta l’assemblea. Così aggettivi come “insostenibile, arrogante e distruttiva” associati alla "logica dell’economia", vengono di comune accordo eliminati. Ma anche quando il documento critica la scuola perché «tende a trasmettere a studenti passivi una serie di nozioni teoriche senza richiedere loro un minimo sforzo di rielaborazione o di riflessione su quanto appreso», qualcuno non ci sta. «Con questa frase – interviene un ragazzo – non facciamo altro che tirarci la zappa sui piedi! Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità. Se siamo passivi ciò dipende anche da noi, quante volte non ci siamo interessati a ciò che ci veniva insegnato? O quante volte abbiamo assunto una posizione di comodo». Il dibattito si fa vivo quando si discute sul pericolo della manipolazione “esterna” della loro protesta e si afferma con determinazione la propria indipendenza. «Non facciamoci manipolare!»: esorta una studentessa. E qui si tocca un punto dolente. La protesta è solo di sinistra? «I tagli ci riguardano tutti, sia a destra che a sinistra». Risponde una studentessa del Comitato. Non un insulto vola tra gli studenti anche quando la divergenza di opinione si fa accesa. E c’è il coraggio delle proprie idee anche di fronte a chi è lì sì dalla loro parte ma nel pieno del suo ruolo di rappresentante dell’istituzione scolastica: il direttore Gianfranco Cereghetti. Direttore e docente che a sua volta, invitato, interviene per pronunciarsi contro quei tagli le cui conseguenze avrebbero ripercussioni gravissime. Ma un liceale si alza e lancia una stoccatina al suo indirizzo: «Quando ci siamo mossi per i nostri problemi, voi docenti non eravate dalla nostra parte e tendevate a frenarci, ora che toccano i vostri soldini, siete più disponibili». Insomma, i ragazzi ribadiscono l’importanza dell’indipendenza delle loro decisioni anche in un contesto di mobilitazione unitaria. La consapevolezza di cui stanno prendendo possesso va di pari passo con la consapevolezza dei docenti di avere negli studenti dei soggetti responsabili. «Non può che rallegrarci – dice ancora Cereghetti – il constatare come gli studenti siano sempre più interessati a quanto sta loro intorno. Lavorano e dedicano molte delle loro energie nell’approfondire le questioni che impegnano loro e noi nella protesta. C’è una riconquistata coscienza civile in loro». Intanto si vuole che la mobilitazione, che vedrà gli studenti impegnati in azioni di nuovi scioperi e manifestazioni, poggi su basi sempre più chiare. Qualcuno critica le modalità con cui si è svolto il primo sciopero del LiLu1 lunedì 20 ottobre e si rivolge al Comitato organizzatore: «Lo sciopero dev’essere libero. C’è stato chi tra voi quel lunedì ha bloccato le porte per non fare entrare chi voleva seguire le lezioni». Pronta la risposta: «Sono metodi inaccettabili e dobbiamo impegnarci affinché la libertà di scelta di ognuno sia rispettata». Informazione, indipendenza e diritto ad essere ascoltati: ecco le parole d’ordine che passano in assemblea. E il documento che gli studenti hanno preparato contro le misure di risparmio a danno della scuola è la testimonianza che quello che sta crescendo non è una massa vociferante e innocua ma una forza pensante non più disposta a vedersi menomare il proprio futuro da una politica pericolosamente miope. Il grande fronte della protesta Le lezioni si fermano, la mobilitazione no. In queste vacanze per i morti, studenti, sindacati e docenti stanno preparandosi allo sciopero previsto per il prossimo 12 novembre. Le adesioni ufficiali si concretizzeranno dopo i vari plenum dei docenti, assemblee di genitori e di sindacati (quali l’Ocst) che ancora non si sono espressi in merito. Ma è la particolarità del fronte che si sta compattando che merita un’attenzione particolare. Un fronte ampio e trasversale, un po’ sulla falsa riga di quello che si era venuto a creare in difesa della scuola pubblica oltre due anni orsono. I diversi sindacati si ritrovano a condividere la stessa lotta contro i tagli alla scuola e così anche associazioni di genitori e di docenti. Attori di diversa colorazione politica che, con accenti e modalità a loro peculiari, esprimono lo stesso concetto: questi tagli sono da respingere, ne va di mezzo la qualità dell’istruzione. Qualche giorno fa Riccardo Ricciardi, segretario Ocst e responsabile dei docenti iscritti al sindacato, aveva dichiarato che «Se le circostanze lo imporranno (lo sciopero, ndr)» anche gli insegnanti Ocst avrebbero aderito all’azione di protesta. A quali circostanze alluda, Ricciardi lo spiega ad area: «Siamo di fronte a decisioni che intaccano in modo importante le condizioni di lavoro dei docenti ma soprattutto la qualità dell’insegnamento impartito agli allievi. Decisioni che il Consiglio di Stato e il Decs hanno preso unilateralmente senza che venisse prima condotta una trattativa con le parti interessate. Come rappresentante dell’Ocst ho denunciato la mancata considerazione per le condizioni lavorative del corpo insegnante che mai come oggi è stato oggetto di un attacco così grave. Finora abbiamo sempre dato la precedenza al dialogo con le autorità ma attualmente sembrerebbe che quel dialogo sia venuto meno. Se non si ripristineranno al più presto le circostanze per ristabilire un dialogo e riconsiderare queste misure di risparmio, stimeremo come interrotto ogni tentativo negoziale e i docenti si riserveranno di far sentire la propria voce anche attraverso lo strumento dello sciopero. Una decisione ufficiale la prenderemo il 6 novembre». Detto in altre parole, anche tra i docenti iscritti all’Ocst, sono in molti a pensare che la misura è colma. «Per questo stiamo assistendo – conclude Ricciardi – ad un movimento di docenti che travalica i riferimenti di “corporazione”. Ritengo essenziale che la manifestazione del 12 novembre sia rappresentativa di tutto il corpo docente, non trascuri anche i problemi del mondo extra scolastico e si concluda con un’apertura verso chi ha responsabilità politiche sulle decisioni prese». Anche per i genitori, la situazione è davvero allarmante.«Siamo molto delusi – ci dice Francesca Bordoni Brooks della Conferenza cantonale dei genitori – perché più volte, pubblicamente, ci è stato promesso che non ci sarebbero stati più tagli. “Contenimento della spesa pubblica” è un gioco di parole che non ci piace perché in realtà si vengono ad intaccare in modo grave servizi effettivi e si viene a toccare il salario dei docenti. Il che non aiuta di certo a favorire un clima di benessere nel corpo insegnante. I genitori si rendono conto che i docenti sono stremati, che sono confrontati con situazioni sempre più difficili e che viene chiesto loro sempre di più». Per questi motivi, «Come Conferenza cantonale di genitori, appoggiamo chi ha deciso di opporsi anche se non condividiamo lo sciopero come strumento realmente efficace. Siamo propensi però a partecipare ad una manifestazione unitaria (anche se non amiamo molto questa azione di protesta), visto che oggi in Ticino sembra che se non si fanno azioni forti e clamorose non si viene ascoltati. L’11 di novembre concorderemo quali azioni concrete intraprendere per segnalare la nostra totale insoddisfazione riguardo alla piega assunta dall’attuale politica della scuola». E questa volta i genitori capirebbero i loro figli qualora decidessero di scioperare? «C’è comprensione per i figli – afferma Francesca Bordoni Brooks –. Se decideranno di astenersi dalle lezioni capiamo che non è per “fannulloneria”, anzi apprezziamo che i nostri figli s’interessino al loro futuro e lo difendano».

Pubblicato il 

31.10.03

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