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Ritorno al passato

di

Loris Campetti
Vuoi tu che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che prevede il reintegro sul posto di lavoro di chi è stato licenziato in modo ingiusto secondo il magistrato, valga anche per i dipendenti di aziende con meno di 16 dipendenti? A questo quesito hanno risposto “lo voglio” 10 milioni e mezzo di italiani, mentre sono appena un milione e mezzo le schede infilate nell’urna con una croce sul no. Tutto bene, dunque? No, tutto male perché gli italiani sono molti di più di quel 25,7 per cento che, invece di andare al mare come avevano suggerito il governo, le destre, tutte le associazioni padronali, due sindacati su tre e la quasi totalità delle forze di centrosinistra, hanno scelto di recarsi al seggio elettorale. E non ci si può consolare più di tanto con la considerazione, giusta, che di fronte a uno schieramento del 90% della politica che chiamava al boicottaggio i sì rappresentino più di un quarto dell’elettorato. O con il fatto che mai in Italia un referendum svolto in estate con le scuole chiuse ha superato il quorum previsto del 50% più uno. Né ce la si può prendere con il caldo ferragostano che ha svuotato le città. La realtà è che chi ha promosso il referendum per continuare la battaglia dello scorso anno per la difesa dell’articolo 18 è stato sconfitto e che sulla Cgil – che razionalmente e giustamente ha scelto di votare e battersi per il sì, pur avendo sempre giudicato sbagliato il ricorso allo strumento referendario in materia di diritti del lavoro – si scatena la vendetta degli astensionisti di sinistra e rischia di aprirsi una resa dei conti interna all’organizzazione guidata dalla destra sindacale. Se così stanno le cose, e se è vero che ora le destre accentueranno le politiche neoliberiste contro i lavoratori, bisogna dire con onestà che promuovere il referendum è stato un errore politico. È stato un errore, innanzitutto, scommettere sulla coerenza dell’ex segretario della Cgil, Sergio Cofferati, che con la sua battaglia per i diritti ha messo in movimento milioni di persone, garantiti e non garantiti; invece Cofferati si è accodato al coro dei marinaretti astensionisti in nome di un’impossibile unità dell’Ulivo e dei Ds. Cofferati ha lasciato la Cgil con un patrimonio di consensi straordinario che lo presentava come antagonista naturale di Berlusconi e del padronato italiano e finirà, sempre che gli riesca, per andare a fare l’antagonista di Guazzaloca per conquistare la poltrona di sindaco di Bologna. Bell’affare. Evidentemente si è sopravvalutato Cofferati. Così come si è dato per scontato che, dopo le battaglie sociali e quelle contro la guerra, almeno i Ds scegliessero la parte dei lavoratori. Errore, si sono schierati con Confindustria, Berlusconi, Cisl e Uil. L’errore più grande è stato, come ha ammesso il segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, il non essere riusciti a trasformare una battaglia sacrosanta in una battaglia di civiltà, dunque il non aver saputo costruire il consenso necessario nel paese. Ciò detto – e segnalato che chi scrive, come il manifesto, la Cgil, l’Arci, che pure convintamente hanno fatto campagna per il sì, non è tra i promotori di quel referendum, per ragionamento politico – va aggiunto che nei mesi passati il governo Berlusconi, dopo aver spaccato i sindacati, è riuscito a trasformare l’Italia nel paese più flessibile cioè precario d’Europa: smantellando il sistema di tutela keynesiano dei più deboli, cancellando uno alla volta i diritti del lavoro, svuotando lo stesso articolo 18 con le modifiche delle leggi che regolano il mercato del lavoro. Privatizzando il collocamento, introducendo la “Borsa del lavoro” e il “Lavoro a progetto” che peggiora la condizione dei parasubordinati, inventando lo “Staff leasing” che consente alle aziende di operare senza dipendenti, affittando anche a tempo indeterminato squadre complete di lavoratori (uno straordinario peggioramente della legge sul lavoro interinale o in affitto). Poi c’è il “Job Sharing”, cioè il lavoro ripartito tra due o più persone. E ancora, il “Job on call”, lavoro a chiamata che presuppone lavoratori “squillo” che aspettano davanti al telefono che il padrone li comandi come e quando vuole per il tempo che solo lui decide. Dulcis in fundo, il “Lavoro occasionale”: chiunque può andare alle Poste o dal tabaccaio e comprare voucher da 7,5 euro per ogni ora di lavoro da far effettuare a baby sitter, badanti, giardinieri e chi più ne ha più ne metta. Vi abbiamo risparmiato i pasticci introdotti in materia di formazione, part time e autocertificazione delle tipologie contrattuali. In ogni paese europeo c’è almeno una di queste trovate, peccato che in Italia ci siano tutte, come ammette con orgoglio il presidente di Confindustria, Antonio D’Amato. Ora, il fatto grave è che questo sconquasso è andato avanti senza che l’opposizione politica ritenesse di dover mettere in campo tutta la sua forza, solo qualche balbettio, sempre ben attenta a evitare accuse di estremismo (ma chi sono i veri estremisti?) o di antimodernità (ma chi l’ha detto che ridurre il lavoro a pura merce è modernità?). Da dove si riparte, adesso? Da quasi undici milioni di sì che vengono quasi esclusivamente dalle fila della sinistra, dalle regioni rosse del Centritalia, dagli insediamenti operai. Bisogna consolidare questa forza democratica, rappresentandola, estendendola e ricostruendo un’unità sociale che si è spezzata. È questo il punto di vista, difficilmente contestabile e indubbiamente generoso, del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che offre la sua organizzazione come collante, come è stato nella battaglia per i diritti e per la pace. Può essere un buon punto di partenza in un cammino in salita lungo una strada sterrata, piena di trabocchetti e di agguati banditeschi da dove meno te li aspetti. Contemporaneamente, ci sono i contratti da rinnovare mentre governo e padroni vogliono spazzare via l’istituto contrattuale per ripristinare un rapporto ottocentesco tra padrone e lavoratore. Te la do io la modernità. Insomma, ne vedremo delle belle.

Pubblicato

Venerdì 20 Giugno 2003

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