Uno studio recente afferma che i discorsi di estrema destra, xenofobi, fanno quasi "naturalmente" parte del discorso quotidiano. Non è spaventoso? Giuliano quali sono, secondo te, le cause? È decisamente spaventoso, ma è una realtà. E non si tratta di una realtà nuova in Svizzera. L’analisi delle aggressioni razziste registrate in Svizzera al telefono di Sos Razzismo (0800.55.44.43), ci ha permesso di costatare che una buona maggioranza di queste aggressioni non portano la firma di gruppi di estrema destra, ma sono l’opera di persone non organizzate politicamente (conflitti tra vicini, colleghi di lavoro, episodi di disprezzo sugli autobus, nei negozi, all’interno dei ristoranti). Queste persone agiscono sotto l’influenza di pregiudizi razzisti e xenofobi largamente diffusi nella popolazione. Fatta questa premessa, possiamo dire che gli svizzeri sono "naturalmente" razzisti? No. Penso che occorra respingere ogni tipo di spiegazione d’ordine genetico. I pregiudizi a cui alludo sono il frutto della paura. Una paura la cui fonte principale è il razzismo di Stato svizzero. Una delle caratteristiche delle nostre autorità è, infatti, quella di aver concepito, in materia di politica di immigrazione, un’amministrazione, una legislazione e un ’ideologia razziste per confinare l’opinione pubblica nella paura dello straniero; uno straniero che snatura l’identità nazionale. A questo proposito basta ricordare che la Legge sul soggiorno e la dimora degli stranieri prevede, all’articolo 16, che per rilasciare le autorizzazioni al soggiorno "le autorità devono tener conto degli interessi morali e economici del paese, come pure del grado di sovrappopolazione straniera". E sono io che sottolineo questo concetto. Il razzismo e la xenofobia hanno messo radici solide nel paese. Per colpa dell’Udc? Sicuramente. Ma non è tutto. Secondo te lo Stato e le istituzioni hanno una parte di responsabilità? L’Udc ha fatto proprio il discorso alla base del "diritto degli stranieri" dal 1917: "l’Ueberfremdungdiskurs". Secondo questo discorso lo straniero rappresenta una minaccia per l’identità nazionale svizzera. Un minaccia che occorre assolutamente controllare, domare. Così, negli anni Trenta, si trattava di lottare contro un presunto pericolo di "giudaizzazione" del paese. Oggi si tratta di lottare contro "lo straniero delinquente o criminale": falsi richiedenti l’asilo, clandestini, trafficanti di droga. Orbene è importante ricordare che il diritto degli stranieri e il discorso sul quale si fonda, sono alla base del nazionalismo svizzero. Hanno infatti permesso di costruire un’identità nazionale che, fino all’inizio del secolo scorso, era ancora estremamente fragile. Non è un caso se questo nazionalismo, che chiama gli svizzeri ad unirsi contro una fantomatica invasione dei migranti, prende forma nel 1917: si trattava, allora, di dividere i lavoratori secondo la loro nazionalità per contrastare la minaccia che l’internazionale socialista faceva planare sull’ordine borghese dominante. Oggi "l’Ueberfremdungdiskurs" è usato dall’Udc, da una parte di radicali e democristiani per occultare le loro politiche antisociali. La questione dell’immigrazione assumerà un’importanza sempre più grande. Come giudichi la politica svizzera? La politica svizzera in questo settore è completamente sfasata rispetto alla realtà . Mentre i capitali e le merci circolano senza ostacoli, la Svizzera, come gli altri paesi ricchi, cerca di erigere una fortezza per impedire alle persone di circolare. Ha così smantellato il suo diritto d’asilo e impedisce ai cittadini non europei d’ottenere un’autorizzazione di soggiorno. È dunque completamente illusorio credere che queste misure siano sufficienti per fermare quelle persone che vengono in Svizzera spinte dalla guerra e dalla miseria. La libera circolazione delle persone è una realtà. Per evitare, quindi, che centinaia di migliaia di individui siano costretti a vivere nella clandestinità e a lavorare per salari da fame, c’è solo, a mio avviso, una soluzione: permettere a tutti coloro che lo desiderano di soggiornare e lavorare in Svizzera senza alcun ostacolo. Ciò implica l’abolizione di un’intera legislazione speciale per gli stranieri e una legge globale contro ogni forma di discriminazione razziale affinché si possa garantire gli stessi diritti a tutti. E a tutti coloro che avessero paura di essere invasi da "tutta la misera del mondo", vorrei dire che la "miseria" non bisogna accettarla. Occorre combatterla. Le autorità e gli ambienti economici svizzeri non sono completamenti estranei a questa miseria. La nuova legge sugli stranieri ha suscitato un’ondata di indignazione nella sinistra e negli ambienti che difendono i diritti dell’essere umano. E tu che cosa ne pensi? Quali, secondo te, gli aspetti più negativi? Questo progetto di legge è semplicemente inaccettabile. È addirittura peggiore dell’iniziativa del 18%, respinta dalla popolazione quasi un anno fa. Se quest’ultima chiedeva una limitazione del numero degli stranieri in Svizzera, la nuova legge sugli stranieri prevede di ancorare nella legge una discriminazione che, fino adesso, era iscritta soltanto nelle ordinanze e nelle direttive dell’amministrazione: la discriminazione, secondo l’origine nazionale dei candidati, come parametro per l’autorizzazione di soggiorno. Soltanto le persone provenienti da paesi dell’Unione europea, ai quali la nuova legge non è applicabile, potranno aspirare ad un permesso di soggiorno. Gli altri, a causa della loro nazionalità, saranno esclusi da ogni possibilità di soggiorno in Svizzera, salvo se altamente qualificati e se le loro qualifiche sono indispensabili all’economia svizzera. Questo sistema binario riprende il modello della politica dei tre cerchi, adottata nel 1991 dal Consiglio federale e trasformata nel 1998, nella forma, in due cerchi. Questa politica era stata criticata molto severamente dalla Commissione federale contro il razzismo e dal Comitato dell’Onu per l’eliminazione della discriminazione razziale. Come è nata l’idea del libro "Retournons la LEtr à son expéditeur"? Il libro è stato pubblicato dal Collettivo "Quand on aime on ne compte pas" (ossia quando si ama non si conta, ndr). Il collettivo è nato nella primavera dell’anno scorso in occasione della campagna contro l’iniziativa del 18% e la riforma della Legge sugli stranieri. Riforma messa in consultazione, all’epoca, dal Consiglio federale e presentata come contro-progetto all’iniziativa. Dopo il voto, abbiamo proseguito la campagna contro la nuova legge. Per continuare questa campagna, abbiamo ritenuto indispensabile aprire un vero e ampio dibattito sul "diritto degli stranieri" e per il diritto degli stranieri, e ciò rifiutando espressamente il quadro semplificatore e demagogico voluto tanto dagli ambienti xenofobi quanto dalle autorità. Abbiamo quindi deciso di pubblicare una raccolta di testi e contributi, scritti da persone impegnate nella lotta contro il razzismo e attive nel settore dell’immigrazione e dell’asilo. Siamo convinti che si tratta di un dibattito urgente, indispensabile per combattere seriamente il razzismo, favorire l’espressione e l’organizzazione degli stranieri residenti in Svizzera e rafforzare le possibilità, per i salariati, di affermare collettivamente i loro diritti e i loro interessi. Visto che si tratta di un’opera scritta a più mani, come giudichi questa esperienza? Che cosa ti ha dato? La realizzazione del libro è stata un’esperienza molto interessante, ma soprattutto importante, poiché ha permesso di stabilire una collaborazione tra le persone impegnate nella lotta contro il razzismo e per la difesa dei diritti degli stranieri e riunirle attorno ad un obiettivo comune. Speriamo che questa collaborazione possa proseguire anche in futuro, poiché è indispensabile per poter lottare in modo efficace contro la politica razzista e discriminatoria delle autorità svizzere. Da un lato i sans papiers lottano per ottenere dei diritti che sono loro negati e, d’altro lato, certi agricoltori sfidano apertamente la legge sfruttando i clandestini. Non è ammissibile che la brutalità delle leggi di mercato giustifichi un vergognoso sfruttamento dei braccianti agricoli. Non è neppure accettabile che delle persone, indipendentemente dalla loro provenienza, siano costrette alla clandestinità per lavorare, anche se questa situazione non è soltanto di oggi. Non è tuttavia attraverso una denuncia penale che si può rispondere agli effetti perversi della politica d’immigrazione e della politica agricola delle autorità svizzere. Ma neppure la posizione sostenuta pubblicamente dal consigliere federale Pascal Couchepin — che, definendosi "un ministro liberale", abbandona i contadini e i lavoratori agricoli alla mercé dei diktat della concorrenza — rappresenta una risposta che tiene conto degli interessi dei contadini e dei lavoratori agricoli. Liquidando le piccole imprese agricole presenti in Svizzera, la politica del Consiglio federale spalanca di fatto la porta agli interessi delle multinazionali dell’"agrobusiness", che mettono sul mercato prodotti concorrenziali frutto dello sfruttamento sconsiderato delle regioni più povere del pianeta. E non è un caso se in Svizzera una parte sempre più importante dell’immigrazione provenga, appunto, da questi paesi. Penso che le autorità debbano trovare una soluzione che tenga conto degli interessi sia dei lavoratori agricoli — spesso in situazione di irregolarità — sia dei contadini. Si tratta, concretamente, di introdurre su scala nazionale un Contratto tipo di lavoro che garantisca ai lavoratori agricoli delle condizioni salariali e di lavoro degne di questo nome; si tratta inoltre di rifiutare una politica agricola che, su pretesto della competitività, non tiene conto né degli interessi dei contadini né dei quelli dei salariati-consumatori. Si tratta infine di respingere l’entrata in materia sul progetto di nuova legge sugli stranieri e di abrogare il diritto d’eccezione, razzista e discriminatorio, alla base della legislazione in vigore, autentica fabbrica di sans papiers. Per concludere mi piacerebbe dire che non abbiamo bisogno di una legge sull’immigrazione, ma di una legge contro la discriminazione. "Retournos la Letr (Loi sur les étrangers) à son expéditeur". Questo il titolo del libro edito dalle "Editions Cora" e dal quotidiano romando "Le Courrier". Si tratta di un interessantissimo volume di 240 pagine che ospita i contributi di 13 persone e associazioni attive nel mondo sindacale, nel settore dei diritti umani e del diritto d’asilo. L’idea del libro è partita dal collettivo "Quand on aime on ne compte pas" e dall’associazione "Acor-Sos Racisme". Il libro costa (prezzo di sottoscrizione) 25 franchi e può essere ordinato al seguente indirizzo: Acor-Sos Racisme /case postale 328/1000 Lausanne 9// info@acorsosracisme.org // tel:021/311.80.57

Pubblicato il 

06.07.01

Edizione cartacea

 
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