Non c’è dubbio che il Ticino sia in crisi: oggettivamente, ma forse soprattutto nella percezione popolare. Salari, spesso di molto, inferiori al resto della Svizzera, disoccupazione e sottoccupazione più alta, prevalenza sempre più marcata di ogni forma di precariato: questi alcuni degli indici più significativi. Secondo me stiamo ora pagando lo scotto del boom economico fasullo e dai piedi d’argilla che abbiamo avuto nell’ultima parte del secolo scorso.


Dopo tre secoli di colonialismo dei cantoni svizzero-tedeschi, per grossomodo i seguenti 150 anni la nostra borghesia, come è capitato anche per esempio in America Latina, è vissuta di rendita e non ha mai sviluppato un grande spirito d’iniziativa. Si è soprattutto venduto di tutto: dai soldati a Napoleone agli emigranti, dalle acque ai terreni. Non abbiamo quindi avuto una vera fase industriale (e da qui la debolezza dei sindacati), ma da una società agricola siamo passati a una postindustriale quasi di colpo, quindi senza facilitare la formazione di una vera élite. Questa fase ci ha regalato un benessere apparente, basato sulle facili fortune di una piazza finanziaria creatasi all’improvviso grazie alle crisi italiane e ai vantaggi esorbitanti del segreto bancario, nonché da un’esplosione anarchica del fenomeno turistico. Quest’ultimo sta pagando ora l’ingordigia di molti dei suoi attori e la rovina di buona parte del nostro paesaggio, mentre la piazza finanziaria come la conoscevamo è oramai finita. E durante “gli anni d’oro” né i poteri economici, spesso mafiosetti, né tantomeno lo stato, da questi ultimi controllato, si sono dati da fare per consolidare le basi strutturali per il futuro economico del cantone.


Ed ora siamo lì a cercare di salvare la baracca facendo regali fiscali a destra e a manca, che come ha spesso sottolineato l’economista Sergio Rossi non sono mai serviti a favorire lo sviluppo economico di una società. Contemporaneamente si impiega la vecchia ricetta, già usata circa 150 anni fa dal nostro governo, quando di fronte alla proibizione da parte di Berna del lavoro minorile aveva ottenuto una vergognosa, anche se parziale eccezione, che permetteva di continuare a far lavorare ragazzi e ragazze. Non molto dissimile è difatti quanto ha fatto il gruppo capitanato dall’ex presidente del Plrt nonché Consigliere nazionale liberale Rocco Cattaneo che ha estorto una soluzione al ribasso (3.200 invece di 3.600 franchi al mese) per i lavoratori ticinesi nei negozi lungo le autostrade, o coloro che hanno fissato un salario minimo vergognoso, ben al di sotto di quanto riceve all’ora nel resto della Svizzera (ma talora anche in Ticino) qualsiasi collaboratrice domestica.


Al di là dei ripetuti sgravi fiscali, il nostro governo sembra non avere altre idee. A fronte di un debito pubblico assolutamente accettabile, perché per esempio non investire massicciamente in una economia verde, declinabile per svariati aspetti, dalle installazioni fotovoltaiche al rifacimento delle abitazioni per diminuire la perdita energetica? Tutti poi sanno che il benessere svizzero si basa sulla ricerca: il nostro cantone investe una miseria, grossomodo l’1% o meno del Pil mentre altri cantoni investono molto, ma molto di più. E mentre in tanti cantoni sono i fondi di ricerca a coprire parte delle spese degli ospedali universitari, da noi è l’Eoc a dover sinora finanziare buona parte della facoltà di biomedicina, unico progetto un po’ importante di cui si può fregiare il cantone attualmente. E questo anche per le possibili ricadute economiche a breve scadenza. Sarebbe forse ora che questo governo si dia una mossa per lavorare a un vero promovimento economico, dimenticando i soliti sgravi fiscali, che fanno la fortuna solamente di chi è già ricco e che di solito investirà il surplus che gli si regala nella bolla finanziaria. Possiamo sperare che l’anno nuovo porti in regalo un po’ di giudizio ai nostri Consiglieri di Stato?

Pubblicato il 

17.12.19..
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