La città è salva. Accerchiata, certo, e con il rischio di essere presa per fame da chi ha in mano i cordoni della borsa, ma per ora non è stata espugnata dai barbari, quelli che avevano promesso: "Questa volta non faremo prigionieri". La Città Santa nonché Eterna, la Città Fiat e il Paese del Sole hanno retto all’offensiva berlusconiana e restano saldamente in mano al centrosinistra. Roma e Napoli con l’appoggio determinante di Rifondazione comunista, così come altre decine di città e paesi italiani più le due provincie in cui si votava (Lucca e Mantova). A Torino il centrosinistra ha vinto con 5 punti di scarto sul candidato della destra — tal Rosso che come primo atto, se fosse stato eletto, avrebbe cambiato il nome di uno dei principali viali che ha la colpa di chiamarsi corso Unione Sovietica — nonostante il candidato sindaco Sergio Chiamparino abbia rifiutato fino all’ultimo giorno un accordo con Rifondazione pretendendone solo i voti dell’elettorato. Voti che ha avuto per il forte senso di responsabilità del partito di Bertinotti, che ha evitato di consegnare un presidio storico della sinistra a una banda di avventurieri di destra telecomandati dalla Fiat. Una vittoria importante, quella strappata nella capitale e nelle grandi città italiane (Milano esclusa: era stata rioccupata dalla destra già al primo turno) due settimane dopo il trionfo di Silvio Berlusconi, perché testimonia la persistenza nel paese di un radicamento democratico, dal Nord industriale, al Centro rosso e benestante, fino ad alcuni capisaldi nel Mezzogiorno piegato dalla disoccupazione e dal massiccio ritorno in campo dei poteri criminali organizzati. Non è poco, ma è tutto qui. L’Italia democratica non è tornata a casa, ha avuto uno scatto d’orgoglio ed ha evitato che la pesante sconfitta politica si trasformasse in una rotta: dopo Caporetto è rimasta la linea del Piave. La riconferma del governo democratico delle città non è certo il pareggio. Proprio in questi giorni stanno riprendendo i lavori parlamentari e le procedure per avviare la legislatura più di destra della Repubblica, con Forza Italia, Alleanza nazionale, Ccd-Cdu, Lega Nord, socialisti craxiani riciclati e altre scorie della Prima Repubblica che detengono la maggioranza assoluta alla Camera e al Senato e si spartiscono le presidenze dei due rami del Parlamento, in attesa di "bonificare" la Rai e ogni luogo pubblico del paese. A Roma il segretario dei Ds Walter Veltroni ha vinto con oltre 5 punti di vantaggio sullo yesman berlusconiano Tajani, con una parola d’ordine che ha messo al centro, finalmente, la vivibilità della città a partire dalle periferie e dalle fasce sociali più deboli. Quel che ha premiato Veltroni è stata la percezione diffusa di un esperimento positivo di unità tra tutte le forze democratiche, da Rifondazione ai popolari, senza eccessive subalternità (almeno per ora) ai poteri forti della capitale, in questo caso il Vaticano. Si è così sventato il pericolo che tutte le istituzioni locali (la provincia e soprattutto la regione Lazio che è in mano al fascista Storace) finissero sotto il controllo della destra. Lo stesso è avvenuto a Napoli, dove la destra è strettamente intrecciata con la camorra e ha condotto una campagna elettorale corrotta e minacciosa come neppure si era visto ai tempi del monarchico Lauro, immortalati dal regista Rosi nello splendido film "Mani sulla città". La popolare e antifascista Rosa Russo Jervolino ce l’ha fatta nonostante gli assalti ai seggi e i voti comprati nei quartieri sottoproletari, grazie a un appassionato lavoro unitario delle forze politiche e sociali vive nella città. La sinistra italiana può ripartire dalle città? Dipende da quale dibattito si avvierà sulle ragioni della profondissima sconfitta politica del 13 maggio. Se coglierà l’appello all’unità che viene dai territori forse l’orizzonte sarà meno nero. A condizione che si smetta di sbraitare sulle colpe di Fausto Bertinotti e a ripetere il ritornello che se Rifondazione (e anche Di Pietro) si fossero piegati al volere dell’Ulivo la destra avrebbe perso, o comunque non avrebbe fatto cappotto. La rottura a sinistra viene da lontano, ha due ragioni profonde: le politiche sociali ed economiche, cioè l’assenza di un’alternativa reale al liberismo, e la sciagurata scelta del governo D’Alema al fianco degli Usa e delle truppe Nato nella guerra "umanitaria" contro la Jugoslavia. Ricostruire un rapporto a sinistra è obbligatorio, ma a partire dalle ragioni della divisione e dall’individuazione di obiettivi comuni nel rispetto delle differenze (in Francia si parlerebbe di sinistra plurale), senza egemonismi e tatticismi elettoralistici. Che succederà nei Ds, crollati al 16% e in cerca di un segretario dopo le dimissioni di Veltroni rese obbligatorie dalla sua elezione a sindaco di Roma? Il maggiore erede del Pci si interrogherà sulla perdita della base sociale, sulla scomparsa dalla sua politica delle tematiche del lavoro, come denuncia uno dei candidati futuri segretari, il numero 1 della Cgil Sergio Cofferati? Oppure rispunterà l’ombra lunga di Massimo D’Alema, l’uomo che incarna molte delle responsabilità della sconfitta? Il congresso straordinario sarà un giro di walzer o un momento vero di verifica? E contemporaneamente, Ds e Margherita (le due gambe, o se vogliamo le due sedie a rotelle dell’Ulivo) sceglieranno un’opposizione dura e programmatica, oppure dimenticheranno gli allarmi della campagna elettorale sul carattere eversivo del coacervo di padroni, fascisti, leghisti e mafiosi telecomandato da Berlusconi, l’uomo inviso all’Europa per il cronico conflitto di interessi? La vittoria nelle città può aiutare la sinistra a ritrovare una sua strada e a riconquistare un’egemonia perduta nell’inseguimento dei valori della destra. Ma si tratta solo di un aiuto.   Il popolo delle tute blu torna in piazza Appena cinque giorni dopo la vittoria di Silvio Berlusconi e delle destre italiane alle elezioni politiche, le piazze delle principali città della penisola si sono riempite di popolo. Un popolo speciale, in tuta blu: i metalmeccanici vogliono il loro contratto, negato dalla Federmeccanica che sperimenta nella categoria più importante (1,5 milioni di lavoratori) e simbolica la nuova linea di rottura decisa dall’organizzazione padronale per eccellenza, la Confindustria. Lo sciopero generale dei metalmeccanici è stata la prima risposta all’illusione di Berlusconi di aver conquistato e pacificato l’intera società italiana. Certo, non c’è alcun rapporto automatico tra lotta sociale e voto a sinistra. Chissà quanti lavoratori avranno messo la croce sul nome del presidente-imprenditore. Ma tra questa scelta e il sostegno concreto all’ipotesi di smantellamento dello Statuto dei lavoratori per regalare ai padroni la libertà di licenziamento (la chiamano "flessibilità in uscita") e l’abolizione dei due livelli contrattuali, ce ne corre. Il capo della Confindustria, Antonio D’Amato, non è un feroce generale della lotta di classe ma un mite e gentile signore napoletano che aborrisce il conflitto e rivendica la pace sociale. Solo che la vuole alle sue condizioni e con parole pacate si oppone al rinnovo dei contratti negandone innanzitutto l’aspetto salariale, cioè il recupero totale dell’inflazione e una percentuale di aumento legata al buon andamento dei settori. Contemporaneamente pretende flessibilità totale in entrata e in uscita attraverso la deregulation di tutti i rapporti di lavoro. Già oggi anche in Italia le fabbriche metalmeccaniche assomigliano a cantieri navali: appalti e subappalti, terziarizzazioni, contratti atipici e cioè interinali, formazione-lavoro e a tempo indeterminato. La nuova classe operaia precaria e meno tutelata si è vista in piazza in modo massiccio per la prima volta proprio in occasione dello sciopero dei metalmeccanici, dove nei cortei si mescolavano giovani dei call center e vecchie tute blu. A questo proposito va ricordato lo sforzo di D’Amato — andato a buon fine - per raggiungere un accordo separato con Cisl e Uil sui contratti a tempo determinato. Il presidente della Federmeccanica, Andrea Pininfarina, si muove sulla stessa lunghezza d’onda di D’Amato senza risparmiare provocazioni ai dipendenti della sua prestigiosa carrozzeria: è della scorsa settimana la sua decisione, resa nota con il comunicato strategico n. 54, di aumentare il costo della mensa per adeguarlo all’inflazione reale, quell’inflazione il cui recupero è negato a tutti i lavoratori metalmeccanici proprio da Pininfarina. Il contratto dei metalmeccanici è scaduto alla fine del 2000 e le prossime settimane saranno caratterizzate da una crescita degli scioperi e dei blocchi dei cancelli. In tutto, i lavoratori italiani in attesa del rinnovo sono più di cinque milioni. L’unica categoria che nei giorni scorsi è riuscita a strappare il contratto è quella che riunisce i dipendenti delle imprese di pulizia: "bread and roses", pane e rose per quasi mezzo milione di operai, soprattutto operaie, uno degli anelli più deboli della catena del lavoro che si battevano per un accordo arrivato con oltre due anni di ritardo. In lista d’attesa restano gli elettrici (centomila), che hanno proclamato uno sciopero generale per i prossimi giorni; i dipendenti del settore gas e acqua (quaranta mila); degli studi professionali (un milione); delle ferrovie (centomila); delle imprese artigiane (quattrocento mila); dell’Università e ricerca (sessanta mila); del commercio (un milione); della distribuzione cooperative (sessanta mila); gli alimentaristi (350.000). Last but not least, un milione di edili il cui contratto scadrà a fine giugno. Se la linea padronale non cambierà rapidamente, prenderà sempre più piede la richiesta avanzata dai metalmeccanici della Cgil e sostenuta da altre categorie di arrivare a uno sciopero generale nazionale di tutte le categorie per sbloccare i contratti. Come si muoverà Silvio Berlusconi? Sicuramente l’uomo della provvidenza non vede di buon occhio le piazze piene di lavoratori, ma al tempo stesso deve rispondere alla Confindustria che va all’incasso, dopo le promesse del presidente-imprenditore di far suo il programma dei padroni. Cercherà di invitare le categorie alla moderazione, e in questo caso con quale esito? Va detto che gli scioperi cominciano a far male, soprattutto nei settori che tirano come quello dei metalmeccanici. Se prevarrà invece la linea dura, il conflitto non potrà che assumere una forte connotazione politica che metterebbe a dura prova il governo delle destre.

Pubblicato il 

01.06.01..

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