Chi segue l’attualità politico-economica si troverà spesso tra idee e controidee, affermazioni e controaffermazioni, con difficoltà a trarre il bandolo dalla matassa.
Ci è stato spiegato che aumenti di salari “imposti” generano disoccupazione. Una disoccupazione dovuta a “frizioni” sul mercato del lavoro. In parole più sincere: impedendo ai salari di scendere al livello che le imprese trovino ancora conveniente, si innesta il meccanismo di rifiuto dell’assunzione di manodopera. La stessa contrattazione collettiva è quindi una “frizione” per gli ambienti padronali.


Siamo stati nutriti negli scorsi giorni di dati ufficiali sull’evoluzione dei salari. Si gioca sulle medie e sulla poca inflazione per dimostrarne una lieve crescita. Oggi si sostiene e si dimostra però dovunque, anche in Svizzera,  che i salari reali (cioè i salari nominali dedotta l’inflazione) dagli anni ’80 in poi sono cresciuti molto meno della produttività e nella migliore delle ipotesi sono rimasti fermi. In termini più semplici: la ricchezza è aumentata, grazie alla produttività, ma i proventi della ricchezza sono andati in misura massiccia in una sola direzione, quella del capitale, della finanza. La penalizzazione dei salari riduce il potere d’acquisto, la domanda,  ed ha quindi  effetti depressivi sul sistema economico. Si controbatte subito che non è vero, i consumi sono sempre aumentati, proprio perché i prezzi, grazie alla produttività, si sono ridotti, mantenendo quindi ancor saldo il potere d’acquisto dei salariati.


Ecco che entrano allora sulla scena delle baruffe politico-economiche tre protagoniste che si accapigliano e non si capisce non tanto chi abbia ragione ma perché se le diano. Si chiamano: crescita, austerità, deflazione. Senza crescita che vada almeno al di là del 2 per cento reale del prodotto interno lordo, non ci si salva, saremo sempre sul filo della crisi. Già, ma perché allora penalizzi la crescita, comprimendo i salari  oppure la spesa per i servizi pubblici? Perché dirotti la ricchezza creata verso la finanza, in buona parte improduttiva, fine a se stessa, facilitandola in ogni modo (esenzioni fiscali, amnistie fiscali ecc.), e rendi così necessario l’indebitamento sia pubblico sia privato per mantenere quella domanda che è l’unica ad assicurare la crescita sia economica sia sociale?


In questo momento ci si sta accorgendo, a livello europeo (ne ha parlato lo stesso direttore della Banca centrale europea) ma anche svizzero (alcuni istituti economici e persino i media ci avvertono) che la conseguenza di quanto si è inoculato nel sistema produce effetti malefici. Si riducono i consumi, pubblici o privati, nel tentativo di disindebitarsi. Le sofferenze bancarie accettate con la massima facilità (v. crediti ipotecari a tassi bassissimi per spingere al massimo la costruzione) stanno creando grossi problemi. Si vede così avanzare una grave minaccia: la deflazione. La riduzione dei prezzi ritenuta il toccasana o la contrapposizione alla  stabilizzazione o alla riduzione dei salari porta ad un altro paradosso economico : porta all’impossibilità per alcuni di ripagare i debiti contratti o almeno alla riduzione della produzione e dei consumi; porta, contrariamente a ciò che raccontano i modelli di mercato, alla contrazione della domanda invece che al suo aumento.


Tra tutte queste opposte idee e queste contraddizioni possiamo  in tal modo giungere ad una conclusione che per gli ambienti economici è paradossale ma non lo è affatto: la rigidità verso il basso dei salari e dei prezzi assicura maggiore stabilità al sistema economico rispetto ai salari e ai prezzi troppo flessibili o in discesa.

Pubblicato il 

05.06.14..

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