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Rifugiati nella morsa tedesca

di

Tommaso Pedicini
Quello partorito dalla conferenza autunnale dei ministri degli Interni dei Länder è forse il peggiore dei risultati possibili sul tema dei rifugiati senza asilo politico, i cosiddetti "geduldete Flüchtlinge". I giornali tedeschi lo hanno definito "un compromesso", in realtà la nuova bozza di legge è una vittoria su tutta la linea per i falchi conservatori. Basta leggere le dichiarazioni del ministro degli Interni bavarese, Günther Beckstein, o del suo collega della Bassa Sassonia, Uwe Schünemann, per capire che a trionfare è stato il loro slogan: "Resta in Germania solo chi lavora". Ce l'hanno fatta i paladini di legge e ordine: i rifugiati non "approfitteranno del sistema sociale tedesco".

I rifugiati residenti da anni nel paese senza avere però ottenuto l'asilo politico, e la cui espulsione è stata di volta in volta rinviata per motivi umanitari o impasse burocratiche, potranno ora ottenere un permesso di soggiorno temporaneo di due anni, ma solo a determinate, e rigidissime, condizioni. L'identikit del "rifugiato integrabile" prevede che la persona in questione sia incensurata, si trovi sul territorio federale ininterrottamente da almeno otto anni, se solo, o da sei, se con figli minorenni a seguito, che sappia parlare "a sufficienza" il tedesco e che, soprattutto, abbia un contratto di lavoro o se ne procuri uno entro e non oltre il 30 settembre del 2007. Per tutti coloro che non posseggono tali requisiti scatta, irrimediabile, l'espulsione. Le nuove disposizioni sono ancora più severe del modello delineato in un primo tempo da un gruppo di esperti governativi e che tendeva a concedere il permesso di soggiorno anche a chi dimostrasse di essere attivamente alla ricerca di un'occupazione. Un'opzione più realistica e meno ipocrita in tempi di disoccupazione di massa.
Le reazioni dell'opposizione, delle associazioni per i diritti dei migranti e delle Chiese sono state durissime. Per il verde Hans-Christian Ströbele la decisione dei ministri degli Interni è dettata da «un misto di demagogia e ignoranza». Ströbele si riferisce al fatto che per anni ai rifugiati è stato espressamente proibito l'accesso al mercato del lavoro e che per loro non sono stati mai organizzati corsi di tedesco. Per il responsabile stranieri della Caritas tedesca, Roberto Alborino, le nuove regole sono «assurde e crudeli», perché fanno finta di ignorare che i rifugiati non possono tornare nei paesi d'origine, se non a rischio della vita, e che in molti casi si tratta di persone integrate, i cui figli frequentano le scuole tedesche e si sentono a pieno diritto cittadini del paese d'accoglienza.
A leggere con attenzione il documento licenziato dalla conferenza dei ministri saltano poi all'occhio degli aspetti meno evidenti, e se possibile ancora più ignobili, rispetto a quelli fin qui elencati. Come, ad esempio, la disposizione di espellere dal paese tutti i familiari di un rifugiato «sospettato di contatti con ambienti estremisti». Come a dire che frequentare una determinata moschea o conoscere un presunto fondamentalista islamico può bastare per rispedire nel paese di provenienza il rifugiato e tutta la sua stirpe. Il trionfo della presunzione di colpevolezza e dell'ereditarietà della colpa, insomma. Per questo c'è chi spera in un pronunciamento della Corte costituzionale contro alcuni passaggi della nuova normativa. I "geduldete Flüchtlinge" in Germania sono attualmente oltre 200.mila, provengono soprattutto dalla Bosnia, dal Kosovo, dall'Iraq e dall'Afghanistan: tutti paesi dove appartenere al partito, all'etnia, o alla religione "sbagliata" può costituire un rischio mortale. Si calcola che solo poche centinaia di rifugiati al momento posseggano i requisiti previsti dalle nuove disposizioni per ottenere il permesso di soggiorno. Le premesse per una tragedia umanitaria ci sono tutte.

Pubblicato

Venerdì 24 Novembre 2006

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