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Ridurre il rischio di rapina è possibile

di

Claudio Carrer
Ridurre il rischio di rapine e aggressioni e tutelare la salute delle lavoratrici e dei lavoratori delle stazioni di servizio. Sono gli obiettivi della campagna lanciata ieri in Ticino dai sindacati Unia e Ocst in collaborazione con i rappresentanti del padronato e dell'Ispettorato cantonale del lavoro.

Una campagna che prevede in particolare una più stretta collaborazione con la polizia, l'informazione e l'istruzione di datori di lavoro e dipendenti, così come l'introduzione di misure tecniche e organizzative in grado di diminuire il rischio di eventi criminosi a danno dei negozietti annessi alle stazioni di benzina. Un fenomeno che in Ticino non è frequente a tal punto da poter essere considerato allarmante, ma che va preso sul serio soprattutto per le conseguenze di natura psico-fisica che una rapina può avere sulle vittime, nel caso specifico sul personale impiegato.
Di qui la necessità che tutti gli attori interessati compiano uno sforzo per meglio tutelare la salute di questa particolare categoria di lavoratori, che oltretutto sono spesso precari mal retribuiti e quindi fragili. I promotori della campagna, di fronte al ripetersi negli ultimi anni di episodi criminosi nelle stazioni di servizio ticinesi (in particolare quelle ubicate nelle zone di confine con l'Italia) hanno così costituito un gruppo di esperti che ha analizzato con approccio scientifico la dinamica delle rapine e i fattori che ne aumentano il rischio e definito una serie di contromisure (vedi box a destra).
Contromisure che ora sindacati, padronato e ispettorato del lavoro s'impegnano a mettere in pratica.
Un primo livello d'intervento consiste nell'introdurre sistemi che limitino la presenza in negozio di denaro contante accessibile al personale, per esempio un apparecchio per il deposito automatico delle banconote o l'impiego di portavalori. Secon-
dariamente i negozi andrebbero allestiti in modo tale che la postazione di lavoro sia ben visibile dall'esterno e che il personale abbia una visuale diretta sull'entrata del negozio e la possibilità tecnica di bloccare tempestivamente la porta di accesso a persone sospette. Andrebbero inoltre adottati alcuni accorgimenti a livello di impianti di sorveglianza e di illuminazione interna ed esterna.
La campagna prevede inoltre uno sforzo d'informazione e consulenza da parte delle associazioni padronali e dell'Ispettorato cantonale del lavoro ai gestori delle stazioni di servizio, oltre che la formazione e l'istruzione permanente del personale, che deve sapere come può contribuire a ridurre il rischio di una rapina. Ciò implica in particolare conoscere le misure di prevenzione adottate nel negozio, metterle in pratica nell'ambito dell'attività lavorativa quotidiana (per esempio tenere chiusa a chiave la porta d'entrata al di fuori degli orari di apertura e sempre ogni altro accesso) e se del caso esigere che vengano adottate dal datore di lavoro, anche rivolgendosi all'Ispettorato del lavoro o al sindacato. Ma il personale deve anche sapere come reagire nel caso in cui una rapina si verifichi: «L'incolumità delle persone è prioritaria», spiega Dario Mordasini, responsabile del settore sicurezza sul lavoro del sindacato Unia. «È dunque fondamentale che la vittima non cerchi in alcun modo di ostacolare il reato e che anzi assecondi sempre le richieste del malvivente».
A tutto questo devono aggiungersi una maggiore collaborazione con la polizia e il lancio di una campagna mediatica sull'intero progetto che evidenzi in modo particolare l'adozione di sistemi di gestione del denaro che escludano la presenza in cassa di grossi quantitativi di contanti e dunque riducano l'attrattiva dello shop agli occhi dei rapinatori.
Nei prossimi mesi, è stato spiegato ieri in conferenza stampa, ai circa 700 dipendenti delle 160 stazioni di servizio presenti sul territorio del cantone Ticino sarà distribuita una scheda informativa che li aiuterà ad appurare rapidamente lo stato di sicurezza del negozio in cui lavorano.
I promotori della campagna s'impegnano inoltre entro i prossimi dodici mesi a verificare lo stato di realizzazione degli obiettivi fissati.


I gestori saranno obbligati a intervenire

«Le misure previste non rappresentano altro che la concretizzazione di obblighi legali del datore di lavoro», precisa il responsabile del settore sicurezza sul lavoro del sindacato Unia Dario Mordasini, richiamando in particolare un'importante direttiva della Commissione federale di coordinamento per la sicurezza sul lavoro (Cfsl, il principale referente in questo campo in Svizzera): la cosiddetta "Direttiva Mssl", che disciplina il ricorso agli specialisti sulla sicurezza sul lavoro (di cui Mssl è l'acronimo), che impone l'individuazione dei pericoli e la pianificazione delle misure e che formula i requisiti essenziali che il sistema di sicurezza aziendale deve soddisfare. Essa si applica tra gli altri alle aziende la cui attività comporta un "pericolo particolare", che nel caso delle stazioni di servizio consiste nel fatto che «il personale è esposto al rischio di aggressione o violenza».
Le sette misure che la campagna si prefigge di mettere in pratica su tutto il territorio cantonale non rappresentano dunque delle «semplici raccomandazioni, ma delle direttive da applicare», sottolinea Dario Mordasini.
Con quali speranze di risolvere il problema delle rapine?
Nessuna misura potrà mai annullare il rischio di una rapina, ma questa campagna potrà contribuire a ridurlo. L'ampio sostegno alla campagna e la disponibilità di tutte le parti coinvolte a sostenerla attivamente mi paiono del resto delle indicazioni molto incoraggianti.
Concretamente come si potranno indurre i datori di lavoro a investire in sicurezza?
A parte il fatto, come dicevo in entrata, che si tratta di un dovere, constato la loro disponibilità ad agire, come dimostrano alcuni progressi fatti già nella fase di preparazione della campagna e la partecipazione alla stessa di tutti i principali gestori di stazioni di benzina presenti sul territorio ticinese.
I dipendenti delle stazioni di benzina sono in gran parte lavoratori precari e frontalieri, il che contribuisce a renderli particolarmente fragili per rapporto al datore di lavoro. Questo non rende più problematica l'attuazione delle misure?
Laddove esistono rapporti di lavoro meno stabili la prevenzione risulta sempre più difficile, ma è fuori discussione che il livello di protezione della salute dei salariati debba essere lo stesso per tutti.
Tra le misure anti-rapina, non sarebbe opportuno evitare che nel negozio sia presente una sola persona, che oltretutto spesso è una donna?
L'approfondita analisi delle rapine e delle aggressioni che è stata svolta non ha stabilito alcun un legame tra il numero di dipendenti presenti o gli orari di apertura e l'evento criminoso. Il gruppo di lavoro incaricato è comunque intenzionato ad approfondire questi due fattori in un secondo tempo quando il progetto sarà esteso a  livello nazionale, come auspicano tutti i promotori della campagna ticinese. A questo proposito va segnalato che la Cfsl ha già accolto la nostra richiesta di poter presentare quanto fatto in Ticino il prossimo autunno nell'ambito di una giornata a cui saranno presenti numerosi ispettori cantonali del lavoro e della Suva nonché tutti i partner sociali rappresentati nella Cfsl stessa.
Quale sarà il ruolo di Unia in particolare nella realizzazione della campagna?
Unia fornisce un contributo su tre livelli: dopo aver partecipato all'elaborazione della campagna, sarà protagonista anche nella fase di realizzazione e di valutazione della stessa (in primo luogo attraverso il contatto diretto con i salariati sui luoghi di lavoro) e infine si adopererà per estendere il progetto a livello nazionale, in particolare in realtà di frontiera come Ginevra e Basilea ma anche in cantoni (come Zurigo) che vivono il problema delle rapine e che hanno già mostrato interesse per questa campagna.


«Un evento che sconvolge, a volte per sempre»

«Insieme con le aggressioni sessuali, la rapina rappresenta uno dei reati più invasivi per una vittima adulta». Questa la valutazione di Roberto Sandrinelli della Divisione dell'azione sociale e delle famiglie del Dipartimento della sanità e della socialità che per molti anni è stato delegato cantonale per l'aiuto alle vittime di reati. Un'attività che gli ha consentito di toccare con mano le «conseguenze a volte drammatiche» di questo «evento traumatico che sconvolge la mente e l'equilibrio delle persone». 

Secondo alcuni studiosi – spiega Sandrinelli – questo genere di traumi rimarrebbe per sempre "stampato" nel cervello, da dove può sempre improvvisamente riemergere. Ma questo dipende dal soggetto, dalle sua capacità di reazione, dal sostegno ricevuto, dal tipo di evento, eccetera. Le reazioni a una rapina possono essere molto differenti.
Quali sono le conseguenze più frequenti?
In genere la vittima incontra grosse difficoltà a fare ritorno sul posto lavoro, perché, anche a distanza di tempo, la mente continua ad associare il luogo all'evento traumatico, se l'individuo non è riuscito a elaborare l'accaduto. Nei casi estremi si possono anche verificare danni psichici tali da condurre la vittima in uno stato d'incapacità lavorativa.
Le modalità con cui viene compiuta la rapina contribuiscono a determinare il livello di gravità del trauma?
Non ho sufficienti elementi per rispondere con certezza, ma intuitivamente ritengo si possa dire per esempio che la presenza di armi aggrava il trauma, poiché la loro visione fa pensare alla morte: un malvivente a volto scoperto e con una rivoltella in pugno può suscitare più spavento di uno mascherato e a mani libere. Lo stesso discorso può valere per quanto attiene al contatto fisico: se il rapinatore minaccia la vittima ma si tiene a distanza fiondandosi sulla cassa è un conto, mentre se usa violenza, per la persona che subisce l'evento, al di là delle ferite che può riportare, il trauma psicologico è sicuramente maggiore.
In che cosa consiste l'assistenza data dal Servizio per l'aiuto alle vittime di reati alle vittime di rapina?
I primi atti sono sempre quelli dell'accoglienza e dell'ascolto. In questa fase si cerca di capire come la persona ha vissuto l'evento e di individuare le possibili conseguenze. Sul piano dell'intervento, possono bastare pochi consigli pratici su come prendersi cura della propria mente e del proprio corpo. Se il trauma è più profondo, si deve invece procedere con la tecnica del "debriefing" (un intervento psicologico-clinico condotto da uno psicologo esperto di situazioni di emergenza, che ha lo scopo di eliminare o alleviare le conseguenze emotive) o, nei casi più gravi, anche con l'intervento di una cura psichiatrica.
Per quanto tempo vengono seguite le vittime?
A volte è necessaria una presa carico continuata nel tempo che prosegua per tutto il procedimento penale. Se non si è attenti, la persona rischia infatti di ritrovarsi doppiamente vittima, per esempio per le pressioni subite da parte della polizia, la quale, avendo come missione quella di acciuffare gli autori, pensa soprattutto a raccogliere il maggior numero possibile di informazioni senza preoccuparsi troppo dello stato psicologico delle persone. Ma questo problema della "vittimizzazione secondaria" può presentarsi anche nelle fasi successive dell'interrogatorio e in sede di processo. Processo a cui la vittima prende parte magari come testimone ma vive l'impressione di essere trattata come se fosse imputata, per esempio perché il giudice la incalza con domande del tipo "ma è sicura?" o "ha visto bene?" o perché il difensore dell'accusato ne mette in dubbio la credibilità. A questo si aggiunge il rischio che solo il fatto che si celebri il processo riapra una vecchia ferita che riacutizza lo stato di crisi della una persona. Bisogna quindi sempre ponderare bene e prendere in considerazione possibili accorgimenti tecnici quali deposizioni videoregistrate in modo da non dover entrare in aula e trovarsi a contatto anche solo da lontano con l'autore.

Pubblicato

Venerdì 4 Maggio 2012

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