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Storia di classe

Ricordare il passato per non doverlo rivivere

di

Pablo Guscetti

Nella guerra tremenda, cominciata nel 1939 e finita nel 1945, la Russia ha perso 20 milioni di uomini e la nostra libertà comincia da Stalingrado”.
Luciano Canfora

Con la capitolazione tedesca nella battaglia di Stalingrado, il 2 febbraio 1943, inizia simbolicamente la disfatta delle truppe naziste e il conseguente spostamento a ovest del Fronte orientale: uno dei più grandi teatri di battaglia che l’umanità abbia conosciuto.
Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche entrano ad Auschwitz, svelando al mondo l’immensa portata delle atrocità commesse dai nazisti. Qualche mese dopo Hitler si sarebbe sparato in bocca, e la bandiera rossa con la falce e il martello avrebbe sventolato sopra il Reichstag di Berlino.
60 anni più tardi, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite decide d’istituire il 27 gennaio come Giorno della Memoria, in cui la comunità internazionale commemora le vittime dell’Olocausto.


In un celebre articolo, lo storico Enzo Traverso definisce la memoria come un insieme di ricordi individuali e di rappresentazioni collettive del passato. La storia, al contrario, dovrebbe rappresentare un discorso critico sul passato. Una ricostruzione dei fatti e degli eventi, esaminati contestualmente e interpretati.


Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”. Con questo nome ipocrita, nel settembre del 2019, il parlamento europeo equipara di fatto nazismo e comunismo. Chi ha creato Auschwitz è posto sullo stesso piano di chi vi ha posto fine.


Nel testo sopracitato, il patto (di non aggressione) Ribbentrop-Molotov è indicato come fattore all’origine della seconda guerra mondiale. Non vi è beninteso alcun riferimento alle multiple proposte sovietiche di instaurare un’alleanza antinazista, né alle necessità strategiche di industrializzazione del paese, né al silenzio complice delle potenze occidentali durante il massacro della Guerra di Spagna. Nessun esame contestuale, nessun processo storico.


Sempre secondo Traverso la memoria è sì una rappresentazione del passato, che però si costruisce nel presente. Ed è questo presente di rimozione selettiva e di memoria costruita che dovrebbe spaventarci.
Nel gennaio del 2020 Ursula von der Leyen, presidentessa della Commissione europea che tanto sembra avere a cuore il ruolo della memoria per il futuro del continente, era ricevuta fra gli applausi dinnanzi ai potenti della terra al World economic forum di Davos.
In quella sede la politica tedesca, difendendo la presunta necessità di implementare un esercito europeo, ha sottolineato l’importanza del “fare di più”, in quanto l’esempio libico dimostrerebbe il pericolo del “non fare abbastanza”.


Il 27 gennaio del 2020 i media internazionali riportano la notizia di come i razzi del generale Haftar abbiano ripreso a cadere sulla capitale libica, spazzando via l’illusoria tregua del Convegno di Berlino. Nella giornata della memoria qualcuno dovrebbe ricordare ai guerrafondai di Bruxelles che è già stato fatto fin troppo, ad esempio il paese dal più alto indice di sviluppo umano d’Africa è stato fatto sprofondare nel baratro della guerra civile.


Sottolineando l’importanza della memoria, le potenze del capitale europeo stravolgono la storia e reiterano nel presente le proprie politiche distruttrici. Sul finire di questo gennaio 2020 è più che mai necessario rammentarci di queste celebri parole attribuite a Primo Levi: chi dimentica il proprio passato è condannato a riviverlo.

Pubblicato

Giovedì 30 Gennaio 2020

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