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«Respinti gli attacchi allo Stato sociale»

di

Sylviane Herranz
Le conseguenze della crisi finanziaria hanno colpito in pieno la Svizzera poco dopo il primo Congresso ordinario di Unia, tenuto a Lugano nell'ottobre del 2008. Da quattro anni il sindacato ha proseguito il consolidamento ed è stato, con i suoi militanti, un motore instancabile di lotte e mobilitazioni. Facciamo un punto alla situazione con il copresidente uscente di Unia Andi Rieger, in vista del secondo Congresso ordinario di Unia, previsto a partire dal prossimo 29 novembre. Rieger non si candida per un ulteriore mandato e con questo congresso lascerà la direzione nazionale del sindacato.

Dopo la fase di costruzione del grande sindacato interprofessionale Unia, fra il 2004 e il 2008, si è dovuto affrontare la tempesta della crisi finanziaria. Quali sono state le principali sfide dopo il Congresso del 2008 a Lugano?
La principale sfida è stata, come ovunque in Europa, di opporsi alla volontà di far pagare questa crisi ai lavoratori e ai pensionati. Anche se in Svizzera ce la siamo cavata piuttosto bene abbiamo dovuto opporci a questa politica, e in particolare all'attacco contro i diritti acquisiti delle assicurazioni sociali. La vittoria del referendum contro l'abbassamento del tasso di conversione del secondo pilastro è stata uno dei grandi successi di questo quadriennio. Il no all'abbassamento delle rendite ha espresso un rifiuto chiaro e netto dello smantellamento sociale a spese dei pensionati e ha permesso di sotterrare la prevista revisione dell'Avs che avrebbe peggiorato ancora la situazione. La seconda grande sfida è stata che, malgrado la congiuntura in Svizzera fosse ancora buona, sul nostro Paese si è abbattuta la speculazione sul franco, che ha avuto ripercussioni soprattutto per l'albergheria e una parte dell'industria d'esportazione. Il franco forte ha provocato attacchi di ogni tipo contro i lavoratori, come il pagamento dei salari in euro o l'aumento dei tempi di lavoro in certe imprese. Erano dei tentativi del padronato per vedere fin dove si sarebbe potuto arrivare, ma abbiamo vinto, ad esempio nel recente giudizio del tribunale arbitrale sui salari in euro alla Von Roll. In questo caso è stato chiaramente dimostrato che non se ne parlava neppure di addossare agli operai il rischio d'impresa.
Ci sono comunque stati dei licenziamenti, la disoccupazione parziale, la chiusura di fabbriche a causa della crisi…
Questa situazione era in parte legata alla crisi finanziaria ma anche al sistema economico che mira ad aumentare sempre più la redditività delle imprese. Ci sono anche state delle chiusure che non si sarebbe comunque potuto impedire ma dove abbiamo potuto migliorare il piano sociale, e delle vittorie come alla Novartis di Nyon. Durante questi quattro anni il numero dei posti di lavoro in Svizzera è comunque cresciuto, anche nell'industria. Al tempo stesso si è vista una chiara volontà padronale di aumentare la produttività e l'intensità del lavoro. Oggi c'è ancora più stress sul posto di lavoro.
Per ottenere delle vittorie come alla Novartis i lavoratori hanno dovuto rompere la pace del lavoro. Ci sarebbero arrivati senza sciopero?
È chiaro che lo sciopero è stato decisivo. Si sarebbe potuto pensare che lottare contro uno dei padroni più potenti della Svizzera sarebbe stata una causa persa in partenza. Ma abbiamo dimostrato che era possibile, non soltanto con i soli lavoratori della produzione, ma anche alleandosi con il personale amministrativo. La lotta alla Merck Serono di Ginevra, dove non ci sono operai alla produzione, è pure rivelatrice. Sono gli impiegati che sono stati i protagonisti della mobilitazione.
Il problema del dumping salariale era pure in cima alle priorità di Unia. Come è stato affrontato questo problema?
Il dumping non è legato soltanto alla crisi in Europa. La pressione sui salari c'è sempre stata. Da qui la necessità di un dispositivo di protezione che si deve ulteriormente rafforzare. Bisogna otturare le falle attraverso le quali i padroni svizzeri e stranieri cercano di fare del dumping. E su questo piano abbiamo ottenuto qualche progresso nell'ambito del rafforzamento delle misure d'accompagnamento. Ma ancora non basta. Nell'insieme non c'è stato un abbassamento dei salari, però gli aumenti sono stati modesti mentre il boom nell'edilizia e nell'artigianato avrebbe dovuto permettere di ottenere degli aumenti più importanti. E certe categorie più precarie di lavoratori hanno addirittura visto i loro salari diminuire.
Rafforzare la rete dei militanti di Unia era uno degli obiettivi di Lugano. A che punto siamo?
Avevamo due obiettivi: consolidare il numero di iscritti e rafforzare il nostro radicamento sui luoghi di lavoro e nei rami professionali. Quanto al primo punto il bilancio è positivo, con una stabilizzazione dei membri nel 2011 e un loro netto aumento nel 2012. Questo è il frutto di tutta una serie di misure. Dal 2006 non abbiamo più accusato una perdita fra i nostri membri attivi. La diminuzione nell'industria è compensata dall'aumento nel terziario. E d'altra parte il numero di donne dalla fusione è in costante crescita. Per quanto concerne il secondo obiettivo, il processo è molto lento, si tratta di un obiettivo a lungo termine. Usciamo da una fase di indebolimento della presenza sindacale sul terreno durante i decenni di alta congiuntura e di pace del lavoro. In più, tutta una generazione di militanti che ha vissuto le lotte degli anni '70 è appena andata in pensione. Dopo le decisioni strategiche dei Congressi di Lugano (2008) e Losanna (2010) il nostro progetto di rafforzamento della rete dei militanti è stato avviato in tutte le regioni e in tutti i settori. I militanti sono più coinvolti nelle attività. Per esempio la campagna contro il furto delle rendite è stata condotta in gran parte dai militanti. Gli scioperi degli edili nei cantoni di Ginevra e Vaud sono stati il riflesso di una migliore presenza del sindacato sul terreno. E la manifestazione dell'industria del 22 settembre scorso è stata possibile soltanto grazie all'accresciuto impegno dei militanti. C'è un processo cosciente che mira a far partecipare maggiormente la base, a formare i militanti, a coinvolgerli nelle istanze nazionali, come con la Conferenza nazionale dei nostri associati impiegati alla Coop, creata recentemente, che riunisce una settantina di persone. È questo che vogliamo sviluppare con Unia Forte.
Quali sono stati i risultati nello sviluppo dei Contratti collettivi di lavoro (Ccl)?
Il progresso più grande è stato l'entrata in vigore, all'inizio di quest'anno, del Ccl per i lavoratori interinali, in discussione da più di 10 anni. Ora dobbiamo vigilare sulla sua applicazione. Questo Ccl nel corso di un anno concerne più di 200 mila persone. Nel terziario i progressi nel campo dei Ccl sono lenti. Abbiamo anche fatto dei progressi nell'implementazione di Contratti normali di lavoro. A livello nazionale ormai c'è nel ramo dell'economia domestica il primo Contratto normale di lavoro che impone dei salari minimi obbligatori.
Per difendere il Ccl dell'edilizia sono state necessarie misure di lotta. Non c'è una volontà padronale di indebolire i Ccl?
Sono sempre delle grandi battaglie, perché ci sono dei padroni che vogliono sbarazzarsi del sindacato o vuotare i Ccl dei loro contenuti. Il presidente degli impresari costruttori Werner Messmer ci ha provato una volta ancora senza successo. La lotta è permanente.
Negli ultimi quattro anni i diritti sindacali sono stati maltrattati, con il licenziamento di numerosi delegati e, recentemente, la sentenza del Tribunale federale contro il diritto di accesso ai luoghi di lavoro…
Il bilancio al riguardo effettivamente non è positivo. C'era una piccola apertura in materia legislativa ma si è subito richiusa, il Consiglio federale ha fatto marcia indietro. È per questo che scongeleremo la causa intentata presso l'Organizzazione internazionale del lavoro. E al Congresso ci sarà la proposta che Unia esamini il lancio di un'iniziativa contro i licenziamenti antisindacali e i licenziamenti a buon mercato, come quelli da Merck Serono, dove la multinazionale aveva deciso di chiudere qui perché da noi chiudere costa meno che altrove. A livello dei ccl abbiamo invece ottenuto qualche progresso nella protezione dei delegati sindacali e dei rappresentanti del personale. Ma una protezione legale rimane indispensabile.
Unia ha otto anni. Nel rapporto d'attività scrivete che Unia "ha cambiato il volto del sindacalismo svizzero". Perché?
Perché oggi se si parla di sindacato in Svizzera il pubblico lo identifica spesso con Unia. Unia è percepito come un sindacato attivo, che sa mobilitare, che non è condannato ad accettare tutto, un sindacato che resiste. Prima i media dicevano che i sindacati sono una specie in via d'estinzione, che non erano fatti per i tempi moderni, tempi in cui i salariati si difenderebbero individualmente. Da qui l'importanza delle lotte da Novartis e Merck Serono. Hanno dimostrato che anche gli impiegati hanno bisogno di un sindacato, di un sindacato che sa lavorare con loro. Assistiamo ad un rinascimento del sindacalismo, in parte legato all'avvento di Unia.
Qual è la sua visione per l'avvenire di Unia?
È Unia Forte. È la presenza di un sindacato attivo sui luoghi di lavoro, nei rami professionali, nei quartieri. Sono convinto che il bisogno c'è, che è necessario e che è possibile.
Cosa farà ora?
Mi consacrerò alla formazione sindacale, ambito da cui provengo, e m'impegnerò in Unia Forte e a livello europeo, nella Confederazione europea dei sindacati (Ces) oltre che nelle federazioni di settore.
Unia è stata attiva in questi quattro anni sul piano europeo?
È un elemento importante del nostro bilancio. Durante gli ultimi quattro anni è stata protagonista del dibattito europeo sulle risposte comuni da dare alla crisi. Un dibattito condotto nella Ces e nelle federazioni dei metalmeccanici, della costruzione e dei servizi. Abbiamo proposto delle mobilitazioni comuni che purtroppo non si sono ancora realizzate. Uno degli obiettivi delle politiche d'austerità in corso nei Paesi del Sud dell'Europa è di sconfiggere i sindacati. Poi toccherà ai sindacati di tutti i Paesi europei che stanno un po' meglio. Si parla già di "Fine del modello sociale europeo". I diritti sindacali, i Ccl, i diritti del lavoro sono rimessi in discussione in tutta Europa. In Svizzera abbiamo resistito abbastanza bene, se penso all'Avs e ai Ccl, ma è illusorio credere che potremo sempre resistere contando sulle nostre sole forze, senza lotte comuni con i lavoratori di tutta Europa. È per questo che Unia si è particolarmente impegnata nel lavoro europeo. E mi ci impegnerò in futuro.

Pubblicato

Venerdì 9 Novembre 2012

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