Alla fine, anche la borghesia sembra scuotersi dal lungo torpore invernale, comincia a mettere il capo fuori dal guscio al tepore del primo sole di primavera. C’è chi pensa che a favorirne il risveglio siano stati i lavoratori con le loro lotte contro la deregulation berlusconiana. Il clima caldo che precede una grandissima manifestazione di massa organizzata dalla Cgil per il 23, in preparazione dello sciopero generale del 5 aprile, dà coraggio anche a chi di coraggio non ne ha da vendere. Così, da settimane il popolo dei «girotondi» convocato da artisti e intellettuali – dal regista Nanni Moretti al premio Nobel Dario Fo, ai professori fiorentini e bolognesi – avvolge e circonda luoghi simbolo della civiltà e della cultura espugnati o quanto meno assediati dalle bande di Arcore. La «società civile» italiana è ripartita a Firenze, al Palavobis di Milano, a Roma intorno al palazzo di giustizia prima e poi a quello della Rai; a Napoli e a Palermo, a Bari e a Torino si è messa in movimento una parte della società italiana addormentata da cinque anni di scialbi e rissosi governi di centrosinistra, o piacevolmente attratta dai valori assoluti del mercato, della competizione, degli interessi privati. Attratta cioè da quei «valori» che la sinistra pretendeva di mitigare e governare invece di combattere, finendo così per consegnare il governo del paese alle destre. Ma quelle destre non si accontentano del governo, vogliono tutto il potere, vogliono plasmare la giustizia e l’informazione per farne strumenti di dominio, vogliono sentirsi intoccabili in tutta la penisola come i boss mafiosi nei loro paesi di competenza. Così è scattata la scintilla, trasformata in fiammella dall’appello a «resistere, resistere, resistere» del procuratore milanese Borrelli. La fiammella è stata alimentata da una sventagliata di leggi pro domo sua del Cavaliere: la negazione del conflitto d’interessi in una legge approvata dal primo ramo del Parlamento, che ha rivitalizzato persino l’esangue Ulivo, è stato sicuramente lo schiaffo più sfacciato alla democrazia italiana. L’appello di Moretti a risvegliare l’opposizione che non si oppone è stato raccolto dai ceti medi e medio alti, decine di migliaia di insegnanti, intellettuali, professionisti, operatori dell’informazione hanno cominciato a roteare in coloriti girotondi per la giustizia giusta, contro l’occupazione delle tre reti televisive della Rai da parte di chi già possiede tutto il resto dell’informazione tv. I gruppi dirigenti dell’Ulivo sono stati processati in piazza, fino a strappare al presidente dei Ds Massimo D’Alema, colpevole, quand’era premier di aver sdoganato le destre più indecenti d’Europa, la promessa di un esilio nella terra promessa: gli Stati uniti. Promessa che, c’è da esserne certi, non verrà mantenuta. Il risveglio civile della borghesia italiana, dicevamo, è stato aiutato dall’esplosione di un durissimo conflitto sociale contro le politiche liberiste di Berlusconi, Bossi e Fini. Il tentativo del ministro Maroni di smantellare lo Statuto dei lavoratori a partire dall’articolo 18, che pone un argine allo strapotere padronale ordinando il reintegro dei lavoratori ingiustamente licenziato, ha prodotto un terremoto. Sotto la guida di una Cgil che ha ritrovato la sua ragione sociale sono scattati scioperi a raffica nelle fabbriche, negli uffici, nei servizi di tutt’Italia. Nella sanità accerchiata, nella scuola pubblica sotto minaccia di privatizzazione, oltre che tra i metalmeccanici, i tessili, gli edili, i lavoratori dell’industria in genere dove la flessibilità avviata dal centrosinistra sta diventando selvaggia in era berlusconiana. Il segretario della Cgil Sergio Cofferati, che tra pochi mesi lascerà la guida della più importante organizzazione di massa, è diventato un punto di riferimento per l’intera società italiana in movimento. Te ne accorgi persino chiacchierando con il popolo dei girotondi, che pensa al leader della Cgil come a uno dei pochi possibili motori del ricambio nei gruppi dirigenti dell’opposizione politica. Lo sciopero del 5 aprile, deciso dalla sola Cgil mentre Uil e Cisl continuano a vivacchiare isolate in una finta trattativa con il governo che non vuol trattare ma solo obbedire ai diktat della confindustria di D’Amato, si sta trasformando in uno sciopero «generalizzato», che coinvolgerà l’intero paese e tutti i ceti sociali. I primi ad aderire, insieme all’associazionismo democratico, sono stati i Social forum, il mondo variopinto diventato forzosamente adulto durante le giornate del luglio genovese. I giovani di Genova e Porto Alegre, quelli contro il liberismo e la guerra infinita, quelli contro le leggi razziste come la Bossi-Fini, hanno riempito tutte le città con manifestazioni al fianco dei migranti trasformati dalle destre al potere in una specie di «Impero del Male». Saranno tutti in piazza a Roma già il 23, alla manifestazione indetta dalla sola Cgil che porterà almeno un milione di uomini e donne nella capitale. Non siamo certo alla spallata finale. La primavera è appena iniziata e di strada da fare ce n’è moltissima, mentre Berlusconi prosegue nello smantellamento scientifico di tutti i capisaldi della democrazia italiana e nell’allontanamento dell’Italia dalla cultura europea. Se l’opposizione politica – per qualità e quantità – non turba i sonni delle destre, l’opposizione sociale e la «discesa in campo» persino dei ceti in consonanza con la musica di Arcore stanno invece innervosendo il governo. Un governo forte, repressivo (chi può dimenticare il corpo senza vita di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, a Genova?), può fare parziali marce indietro, ma fino a un certo punto. Maroni non riesce ad accettare di archiviare l’assalto all’articolo 18 perché si sente l’alito pestifero della Confindustria sul collo. Berlusconi, Bossi e Fini non sono riformabili e non sono disponibili a cambiare musica. Reagiranno, e bisogna mettere in conto il precipitare dello scontro. Uno scontro che vede il centrosinistra debole, non rappresentativo, non all’altezza. Non sarà facile per Piero Fassino e Francesco Rutelli prendere il controllo e la guida dei movimenti. Movimenti diversi tra di loro, con qualche punto in comune. Primo fra tutti, la lotta contro il governo Berlusconi. E intanto, dopo anni di ordine pubblico, le città italiane sono di nuovo piene di gente. Non è poco.

Pubblicato il 

15.03.02..

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