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Resistere è difficile ma non impossibile

di

Francesco Bonsaver
Uno spaccato d'Italia. Non quella del decadente regno di Silvio, dove si assiste all'oscena messa in mostra del re nudo e dei suoi vizi. L'Italia della crisi, dei conflitti sui luoghi di lavoro, del precariato, del lavoro secondo Marchionne, dei sindacati complici e quelli non, di chi resiste e non si piega. Un quadro a tinte fosche, dove però a guardar bene, resiste un lume di speranza.

Quest'Italia l'hanno raccontata quattro giovani lavoratori, tutti delegati sindacali della Cgil in categorie professionali o fabbriche diverse. Ad ascoltarli con interesse e partecipazione c'erano molti militanti sindacali di Unia Ticino, presenti nella sala comunale di Bodio, malgrado fosse la mattina di un'uggiosa domenica di novembre... 
Gli oratori hanno parlato del loro lavoro, della costruzione sindacale tra i colleghi, di lotte vinte e altre perse. Samira Giuliti ha raccontato come è stato possibile costruire dal nulla nella sua azienda, un call center, una presenza sindacale combattiva, condivisa e sostenuta dai colleghi. «Puoi essere anche bravo nelle trattative, ma se non hai l'appoggio dei colleghi pronti a lottare per i propri diritti, non porti a casa nulla. Per arrivarci, bisogna partire dai bisogni dei lavoratori, agire in trasparenza e sottoponendo al voto nelle assemblee ogni accordo raggiunto» ha spiegato Samira. Angelo Raimondi invece ha descritto le condizioni di lavoro disastrose vissute dal personale nella vendita, un settore da deserto sindacale in Italia e della necessità impellente di un sindacato combattivo. Matteo Parlati, operaio alla Ferrari di Modena, ha spiegato come la Fiom, seppur minoritaria all'interno di quella fabbrica, sia riuscita a condurre una battaglia contro i licenziamenti e i tagli allo stipendio, usando diverse strategie di lotta non limitate al classico sciopero che implica un sacrificio finanziario non indifferente per l'operaio.
Infine, Pomigliano non si piega. Ciro d'Alessio, operaio e delegato Fiom allo stabilimento Fiat di Pomigliano, ha raccontato le dinamiche e lo sviluppo della resistenza operaia nella fabbrica assurta a luogo simbolico (ma anche materiale) del conflitto odierno tra lavoratori e padronato in Italia. L'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha imposto lo scontro con due obiettivi: spazzare via il "fastidioso" sindacato Fiom per avere mano libera nel dettare le condizioni di lavoro nell'intero settore della meccanica italiana. «Pomigliano non è stata una scelta casuale. Da due anni noi operai si vive in cassa integrazione. Qualcuno deve aver pensato che, presi per fame, fosse possibile farci digerire ogni cosa». Ma non è stato il caso, o almeno non per tutti. Nel referendum voluto da Marchionne, col sostegno di Cisl e Uil ma non dalla Fiom, si chiedeva agli operai di cedere dei diritti in cambio di lavoro. Non c'è stato il successo sperato dalla dirigenza Fiat. «Con la pistola puntata alla testa, il 40 per cento degli operai ha detto no – ha spiegato d'Alessio – Un voto sorprendente in una terra dove lavoro non c'è. Un voto coraggioso, sintomo di dignità, del rifiuto di cedere alla logica del ricatto. La Fiom conta 762 iscritti a Pomigliano. I voti contrari sono stati quasi mille in più. Quello che fa paura a Marchionne e ai suoi emuli, non è il numero degli iscritti Fiom, ma le idee, i valori che essa porta e difende. Perché possono essere contagiosi». Come continua ora la partita? «Poiché Marchionne non ha vinto il referendum con le percentuali che si aspettava, ha fondato una nuova società (newco) con la quale farà sottoscrivere individualmente a ogni operaio l'accordo. E lì, l'operaio, solo davanti ai suoi superiori, difficilmente potrà dire di no come invece è stato possibile nel segreto dell'urna» C'è chi vi critica dicendo che dovevate sacrificare i diritti pur di avere un lavoro… «Personalmente, ma penso di poter parlare anche a nome di molti colleghi, porterò a termine la battaglia iniziata, anche a costo di perdere il lavoro. So che avrò anche molte difficoltà a trovarlo nel futuro, poiché mi sono sputtanato con tutte le aziende metalmeccaniche d'Italia. Non lo faccio per essere considerato un eroe, ma solo perché credo sia la cosa giusta da fare. Non posso accettare di perdere i diritti. È solo coi diritti che potrò riconquistare quello che mi è stato ingiustamente tolto. Combatterò fino alla fine con le armi, i diritti, che ci sono stati lasciati dalla resistenza e dagli operai morti nelle piazze».

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Venerdì 19 Novembre 2010

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