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Reportage a fumetti

di

Antonio Carboni
Cosa sappiamo, realmente, della Palestina e dei palestinesi? Siamo sinceri: poco o nulla, anche se apparentemente potrebbe sembrare il contrario perché ogni giorno siamo informati di quante bombe sono scoppiate laggiù con relativi morti. E di Hebron, Jabalia, la striscia di Gaza, Ansar, Nablus? Anche queste località le abbiamo sentite centinaia di volte al Tg o le abbiamo lette nei titoli dei giornali ma quasi sempre senza prestare loro molta attenzione. Città palestinesi (o israeliane?) dove è accaduto l’ennesimo attentato, sì, questo lo sappiamo. Ma poi, a ben pensarci, non siamo nemmeno più sicuri che si tratti di città: e se qualche nome corrispondesse invece a un campo profughi (Jabalia, Gaza) o ad una prigione (Ansar), come effettivamente è? Sono domande, queste, che ho rivolto soprattutto a me stesso quando mi sono trovato davanti il libro “Palestina”, scritto e disegnato da Joe Sacco. Un libro a fumetti, sissignori, che prima ancora di cominciare a leggerlo mi ha fatto sorgere il dubbio se mai fosse possibile redigere un reportage serio e impegnato su un problema così complesso e controverso come quello palestinese per mezzo di tavole disegnate. Ebbene, a lettura ultimata, non solo sono scomparse tutte le mie remore iniziali ma sono giunto alla conclusione che un saggio a fumetti come questo è più utile (e leggibile) dei molti ponderosi trattati che esistono sull’argomento. Joe Sacco è un americano quarantenne nato a Malta. Capelli neri tagliati a spazzola, occhiali da miope dalle lenti spesse, un’aria stranita che nasconde una volontà di ferro, ha viaggiato in lungo e in largo nei territori occupati, vivendo per molto tempo nei campi palestinesi. Davvero strano questo “inviato speciale” che ha ritratto sé stesso nel fumetto e che si è servito per il suo lavoro di un taccuino, una penna, una piccola macchina fotografica (soltanto in seguito, nel suo studio, ha fumettato le sue esperienze). Storie di ordinaria follia, le sue, vissute in presa diretta nei primi anni ’90 e scritte poi tra il 1992 e il 1995. Ideate dapprima sotto forma di albi (una serie di 9 numeri) sono poi state raccolte in un volume tradotto e pubblicato in diversi paesi (in lingua italiana “Palestina” è edito da Mondatori, 2001). Uno dei maggiori pregi dell’opera è l’impostazione volutamente frammentata con cui l’autore avvicina le molte realtà del conflitto palestinese, prediligendo avvenimenti che solitamente restano in sottofondo, sconosciuti o quasi al grande pubblico. Seppure Sacco si prefigga di non condannare né giudicare nessuno, è indubbio che lui stia dalla parte dei palestinesi, vicino in special modo ad una popolazione che ha fatto della sofferenza il vivere comune di tutti i giorni. Nonostante ciò egli diffida però della militanza fanatica e assurda che porta ad immolarsi per la “causa”, rifiutando fermamente gli eccessi patriottici e religiosi. Le sue, già l’ho detto, sono storie di povera gente, apparentemente isolate e slegate fra loro ma la cui summa porta a comprendere meglio i molti perché di una guerra combattuta “occhio per occhio” da entrambe le parti. Emblematica appare così la “faccenda degli ulivi” che sembrerebbe cosa di poco conto se confrontata con l’abbattimento della casa o l’uccisione di un membro della famiglia. Ma tagliare gli alberi di ulivo a un palestinese, anche se per ritorsione perché un ragazzo ha lanciato sassi contro un autobus israeliano, è farlo morire lentamente, togliendogli le fonti di sostentamento del raccolto. Un tragico affresco è poi la descrizione di vita nei campi profughi, dove impera il freddo, il fango, la miseria. Il coprifuoco, l’esercito israeliano e i vari aspetti dell’occupazione, i ragazzi, le donne, le confische amministrative, gli attentati, le sassaiole, sono tutte “sezioni” indagate e scrutate a fondo dall’autore, con un’analisi chiara e diretta non disgiunta da un’innata sensibilità. Joe Sacco usa molto il testo, anche a rischio di appesantire il racconto disegnato, né potrebbe fare altrimenti dal momento che tenta di risalire alle origini del “problema” palestinese ossia al 1948, data di nascita dello stato di Israele. Spesso, nel descrivere certe situazioni, appare nella sua scrittura un sarcasmo e un ironia che riesce a spezzare le tensioni accumulate dalle impressionanti immagini disegnate. Per quanto riguarda il disegno, egli è un esponente convinto della scuola underground che si ispira a Will Eisner, ma tendenzialmente più vicino al visionario e sovversivo Robert Crumb. La sua tavola è quasi sempre molto frastagliata, senza una griglia costituita, con tagli di vignette improvvisi e destabilizzanti. Ma sono ideali per questo tipo di fumetto così come il suo segno che, enfatizzando le figure, ingigantisce bocche, occhi, naso, deformando gesti e prospettive. Il tratteggio in punta di pennino usato per i volti, l’abbigliamento, gli sfondi (ricchi e dettagliati), rallenta notevolmente i suoi ritmi produttivi per cui è fatale che le sue opere richiedano dei tempi assai lunghi di lavorazione, proprio come accaduto con “Palestina”.

Pubblicato

Venerdì 14 Marzo 2003

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