< Ritorna

Stampa

Italia

Renzi ce l'ha fatta a riportare la destra al governo

Dopo la caduta di Conte, l’Italia si consegna nelle mani di Mario Draghi che si appresta a guidare un esecutivo con dentro tutti, dalla sinistra alla Lega

di

Loris Campetti

Quando tutto sembra perduto dall’italico cappello vien fuori il coniglio: l’Uomo della provvidenza. Questa volta si chiama Draghi, per i tanti – troppi – amici, Supermario. Ce ne sono stati tanti nella storia repubblicana di questo paese, tralasciando quello del Ventennio e quello di Arcore oggi resuscitato. Alcuni, targati Bankitalia, più provvidenziali di altri, Dini, Amato, Ciampi, camuffati da tecnici. Questa volta le urne sembravano alle porte, almeno a chi aveva dimenticato l’inquilino del Quirinale Mattarella, solido e intelligente democristiano, nemico delle urne anticipate e attento ai poteri forti (Bruxelles in primis) e a quelli deboli (il “popolo”, sempre più distante dai teatrini della politica).

In realtà le urne non le voleva nessuno degli attori in campo ma erano ottime come spauracchio, con Salvini alle porte. Un banchiere, e che banchiere, ci salverà. Parola del cavaliere disarcionato Conte, di Zingaretti segretario di un Pd per metà colonizzato da Renzi, del comico Grillo saltato a cavallo del drago, dell’ex cavaliere, il salvatore della nipotina di Mubarak. E parola, udite udite, dell’ex sovranista Salvini, passato in un amen dal no euro all’europeismo, dalla mascherina con
Trump a quella con Supermario, pronto persino a tacere sull’accoglienza di 220 nuovi disperati, i nostri boat-people. La sua base padronale nordista sogna il Paradiso con il Recovery fund, e lui lo sa. Con il suo triplice salto mortale crea scompiglio ma neanche troppo nel Pd («è Salvini che viene sulle nostre posizioni»), spacca il M5S tra chi è pronto a salire sul carro bancario e chi resiste e invoca il voto degli iscritti sulla piattaforma Rousseau, con un Grillo che scopre l’anima grillina di Draghi. Scompiglio in Leu, costola di sinistra del Pd, quella che più fatica a sedere accanto alla Lega. Fuori o quasi, pronta a cavalcare i rancori anti-élite e conquistare lo scettro della destra, la fascistissima Meloni e i suoi Fratelli. Poteva mancare Renzi nel coro? Sì a Draghi con dentro tutti senza condizioni, io mi fido di Supermario, sennò perché avrei fatto tutto ’sto casino? Fa miracoli Draghi, fa il pieno o quasi.

Un gioco da equilibrista
Dovrà cercare difficili equilibri tra partiti antitetici e tra ministri tecnici e ministri politici per superare la prova del budino, prima di risalire il Colle più alto con l’organigramma del nuovo governo. Ha dalla sua anche i corpi intermedi che ha avuto l’intelligenza di convocare per ascoltarne le ragioni. Plaude la Confindustria più incarognita del 3° millennio ma stimolata dagli affari garantiti dal credito internazionale di Draghi che usa parole gentili anche con il sindacato. Il segretario Cgil Landini fa un generoso assist al banchiere e pone le sue priorità opposte a quelle di Confindustria (a partire dal prolungamento del blocco dei licenziamenti), si appresta a trattare con il nuovo governo come ha sempre fatto con quelli precedenti da quando è caduto il principio del “governo amico”.
Le consultazioni di Draghi sono agli sgoccioli mentre continuano le fibrillazioni nei partiti, sterilizzati dalla dissennata gestione di una crisi che ha visto il leader più amato (Conte, 60% di consensi) disarcionato dal meno amato (Renzi, con il 2%). Amato però dalla destra riportata in campo dal golpe renziano. Il chiodo fisso del nano di Rignano era buttare a mare Conte e c’è riuscito, anche se ora nessuno, a destra e a sinistra, pare fidarsi di un voltagabbana. Tranne il principe saudita che l’ha eletto a suo sponsor in difesa della schiavitù del lavoro.
Draghi, allievo del keynesiano Federico Caffè, governatore in Bankitalia, trasferito nelle scuole liberiste Usa e alla Goldman Sachs, poi al vertice della Bce a governare la grande crisi del 2008 (peccato per la Grecia di Tsipras), scelto come unico possibile salvatore dell’Italia e dell’Ue. Per ora, sapendo che il diavolo si nasconde nei dettagli, si appresta a scalare Palazzo Chigi e domani chissà, magari il Quirinale. Le priorità le detta la crisi: ambiente, sanità, tutela del lavoro e delle imprese, scuola. Annuncia la riforma fiscale non in chiave salviniana (flat tax) ma landiniana (progressività). Vedremo.
Chi si ricorda di Conte, l’uomo che ha unito elementi chimici quasi incompatibili e ha portato a casa 209 miliardi? Se sta bravo i suoi ex sponsor gli offriranno uno strapuntino alla Camera. Forse.

Pubblicato

Giovedì 11 Febbraio 2021

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 18 Novembre 2021