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Reddito di base, l’ultima utopia

di

Martino Rossi
Prima mangiare poi filosofare: così dice la saggezza popolare. Tuttavia, “filosofare” (riflettere, esprimere visioni, progettare il futuro) può servire domani a “mangiare” meglio, tutti, di più (per chi ne ha bisogno). Proprio in questi giorni, centinaia di ospiti dell’Ufficio Internazionale del Lavoro sono riuniti a Ginevra a filosofare sull’“ultima utopia”. Quale utopia? Sta nel nome del promotore dell’incontro, il Bien: Basic Income European Network (rete europea per il reddito di base). Ma cos’è il Basic Income, o "reddito di cittadinanza" o "assegno universale" (Au)? Il principio è semplice, e i suoi fondamenti economici, sociali ed etici sono convincenti. Il principio dell’Au è il seguente: una quota del prodotto nazionale (valore dei beni e servizi prodotti in un anno) è ripartita fra tutti gli individui, in misura uguale e senza condizioni (non bisogna essere poveri, né occorre lavorare). Il rimanente è ancora distribuito come rimunerazione del lavoro effettuato e del risparmio investito, per salvaguardare gli incentivi a produrre. Dal punto di vista economico e sociale, l’Au è possibile, desiderabile e persino necessario per rimediare a due tendenze rischiose: il capitale e la sua remunerazione (interessi, dividendi) sono sempre più concentrati in poche mani; il lavoro stabile e ben retribuito si riduce a favore di quello precario e mal pagato. Il rischio è triplice: la domanda è insufficiente ad assorbire ciò che il mercato offre (crisi di sovrapproduzione); il sentimento di ingiustizia cresce e dissolve la coesione sociale; il sistema sempre più complesso di sicurezza sociale è minacciato da sollecitazioni eccessive. Dal punto di vista della teoria della giustizia, l’Au è molto pertinente. Chiediamoci: perché oggi il reddito pro-capite è 50 volta superiore a quello di due secoli fa, agli albori della rivoluzione industriale? Lavoriamo molto di più? Certamente no. La ragione è che noi abbiamo ereditato un immenso patrimonio di conoscenze scientifiche, di scoperte tecnologiche, di innovazioni organizzative ed economiche, di infrastrutture materiali e culturali di cui non abbiamo alcun merito individuale. Questo patrimonio appartiene a tutti: ai ricchi e ai poveri, a chi lavora e a chi no, a chi ha talento e a chi non ne ha. Esso genera una parte rilevante di quanto l’attività economica produce. Per questo, è giusto che una parte del reddito venga ripartita fra tutti, indipendentemente dalla quantità del lavoro prestato e del capitale posseduto e investito. Ma, direte voi, tra il dire e il fare c’è di mezzo… l’Alaska, dove l’Au, in forma embrionale, è stato introdotto esattamente 20 anni fa. Quel piccolo stato è proprietario di giacimenti petroliferi. Una parte dei diritti di sfruttamento viene accumulata in un fondo che, investito, procura una rendita annua, che viene poi distribuita in modo uniforme e incondizionato a tutti gli abitanti. È un inizio… Per saperne di più: www. basicincome.org

Pubblicato

Venerdì 13 Settembre 2002

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