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Elezioni in Brasile

Reazione rabbiosa alle conquiste della sinistra

di

Maurizio Matteuzzi

Il trionfo della destra. Peggio di così non poteva andare. Un delitto (o un suicidio?) perfetto. Cominciato nel 2014 con l’operazione “Autolavaggio” del giudice Sérgio Moro mirata, almeno in una prima fase, solo (solo) contro la corruzione di Lula e del governo del Pt; proseguito nel 2016 con il golpe soft del parlamento contro la presidente Dilma Rousseff; poi con il governo del (corrottissimo) Michel Temer che cominciò a smantellare l’impalcatura sociale del lulismo; quindi con la condanna e l’arresto di Lula ai primi del 2018 sulla base di accuse debolissime ma sufficienti a metterlo fuorigioco nella corsa alla rielezione (che i sondaggi davano per sicura); infine con la carica irresistibile di Bolsonaro del 28 ottobre contro il candidato lulista del Pt Fernando Haddad (55-45%). La chiusura del cerchio è stata la nomina, alcuni giorni fa, del super-giudice Moro a super-ministro della giustizia («io mai in politica» disse nel 2016). Una mossa logica e rivelatrice visto che a lui Bolsonaro deve lo scalpo di Lula e probabilmente la presidenza.
Ogni passo di questa corsa tragica verso l’abisso è stato scandito e amplificato dalla crisi economica che, partita nel 2008 dagli Usa, si è sparsa per il mondo globale ed è arrivata in Brasile intorno al 2013-2014 risvegliando i mai sopiti istinti cavernicoli della destra brasiliana.
Gli errori e la corruzione del Pt hanno contribuito a questo esito tragico. Ma non bastano a spiegarlo. E neanche il ruolo efficace e ostile di Facebook e WhatsApp o delle mefitiche e potentissime sette pentecostali. L’affermazione dell’estrema destra in Brasile è in prima battuta la reazione rabbiosa delle élite e di ampi settori della classe media alle consistenti conquiste delle classi popolari durante i governi del Pt. Che pur non essendo state una rivoluzione hanno provocato una contro-rivoluzione. La contro-rivoluzione dettata dalla paura economica e sociale e da un inestinguibile odio di classe eredità del Brasile coloniale e schiavista. Il Pt dovrà fare un’autocritica seria per capire il perché profondo della disfatta. E come sia stato possibile che un oscuro ronzino da 27 anni deputato, spregevole ma marginale al limite del folcloristico, sia riuscito a capitalizzare la rabbia. Per ora Bolsonaro e il bolsonarismo sono soli: sono “oltre” il limite dei loro compari di destra in America Latina e altrove (con l’eccezione di Rodrigo Duterte, il presidente-killer delle Filippine). L’anello di collegamento fra loro è che la nuova destra “autoritaria” ha fatto irruzione e guadagnato terreno sull’onda della crisi globale del 2008, che ha mostrato come la democrazia liberal-liberista, egemone dopo la fine della guerra fredda, è sempre più in difficoltà a reggere l’urto in tempi di turbolenza. Bolsonaro si spinge più in là e sembra mostrare che il link fra il capitalismo free market e la democrazia liberale potrebbe anche rompersi.
Il grande Brasile dell’ex-capitano dell’esercito Bolsonaro, sarà un banco di prova. Inquietante.

Pubblicato

Giovedì 8 Novembre 2018

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