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Questioni di termini

di

Pepita Vera Conforti
L’associazione Aiuto svizzero per madre e bambino ha lanciato a metà agosto la campagna antiaborista contro la «soluzione dei termini», tappezzando tutta la Svizzera di manifesti e, come un anno fa, non ha lesinato sul budget e neppure sui toni sensazionalisti. Al sacchetto della spazzatura ha sostituito l’immagine di un feto accompagnata da cinque differenti slogan, particolarmente crudi, demagogici e mendaci. Gli scopi della scelta di immagine e testo sono evidenti: incutere a chi condivide la soluzione adottata dal Parlamento federale sull’interruzione di gravidanza, un sentimento di colpa, paragonando chi si è trovato nella situazione difficile di abortire a mostri predatori di vite umane, a orchesse assetate di sangue giovane. L’oscurantismo, ieri come oggi, fa leva sulla colpa, bruciando il terreno (per ora solo quello) del confronto di opinioni e di argomenti, usando le parole al posto della gogna. Il dibattito in vista del voto si preannuncia quindi da subito infuocato, investendo i termini della questione di un’angoscia quasi insopportabile. Parole come divorare (ricorrente nei manifesti) sembrano voler imporre, per opposizione, un modello comportamentale e morale unico, nascondendo però nel contempo la intricata, reale e spesso dolorosa tessitura delle vite umane. Avverto quindi un certo disagio a entrare in materia, non tanto per l’argomento, sul quale mi sono già espressa in più occasioni, piuttosto perché istintivamente preferirei sottrarmi al tono anacronistico dell’attuale dibattito. Siamo in un’epoca dove la scienza oltrepassa ogni pensabile limite rimettendo profondamente in discussione molti concetti ritenuti per secoli immutabili come corpo, vita, natura, famiglia e normalità. All’informazione, ma anche alle singole opinioni, dovrebbe essere richiesta maggiore responsabilità nella scelta delle parole. Ritengo che i quesiti a cui oggi è necessario rispondere siano più incerti e meno determinati dalla logica binaria del sì e del no, anche se la scheda di voto si limita a questo. La nostra società deve potersi dare lo spazio politico e sociale per rispondere a domande come, ad esempio, «quali strumenti sanitari, materiali, culturali, informativi, sociali mettiamo a disposizione delle persone – uomini e donne – affinché la loro vita e quella dei loro figli si possa dire dignitosa»? Q«uale responsabilità è chiesta a ogni persona, non solo madre e padre, davanti ai propri simili»? «Quali sono le regole, i limiti e le risorse della libertà individuale»? Una campagna come quella condotta dall’associazione Aiuto svizzero per madre e bambino, che affida alle immagini e alle parole di rappresentare mondi simbolici e comportamentali semplificati, inchioda l’interlocutore su poche direttive: o per la vita, di cui noi siamo gli unici custodi, o assassini e quindi divoratori di bambini. Per un’associazione che si dice garante della vita è un atteggiamento particolarmente irrispettoso e violento, poiché misconosce la complessità delle relazioni e delle vicende umane. L’esperienza europea, ma anche quella della maggioranza dei Cantoni più liberali come il Ticino, dimostra che la repressione non protegge il nascituro, ma, al contrario, costringe le donne alla clandestinità, mettendo in evidenza l’ipocrisia di uno Stato che finge di non vedere. Il Consiglio federale ha deciso di non fingere e di assumere pienamente la soluzione proposta dal Parlamento, consapevole pertanto che il nascituro si protegge adottando «una concezione politica e sociale più globale».

Pubblicato

Venerdì 7 Settembre 2001

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