Fa quasi tenerezza, di questi giorni, seguire i commenti quotidiani dell’andamento borsistico. O fa una pena infinita. Dipende solo da come si guardano, e con quale spirito li si affrontano. Dipende, insomma, se il fruitore ci sta guadagnando o perdendo. Ma, a parte le possibili interpretazioni, il dato che lascia di stucco è che in realtà i commentatori quotidiani hanno ben poco da dire, e che aprono la bocca per dar aria alle gengive. E non esagero, ascoltare e leggere, per credere. Esempi ce ne sono a bizzeffe, lo ripeto, ogni giorno è buono per una dimostrazione. La borsa scende? Sono le ricadute dello scandalo Enron e gli effetti dell’11 settembre. La borsa sale? Gli investitori sono fiduciosi di una imminente ripresa dell’economia. E via discorrendo, senza soluzione di continuità. Se queste interpretazioni fossero anche solo lontanamente attendibili, mi scusino gli addetti ai lavori, ma allora la borsa sarebbe un mondo governato da idioti, e idioti sarebbero tutti quelli che in qualche modo si assoggettassero alle sue leggi. Un mondo che un po’ conosco anch’io, ma abbastanza per sapere che la percentuale di idioti che lo frequentano non è diversa da quella presente altrimenti nella popolazione. E allora dove sta l’inghippo? Probabilmente sta nella necessità di riempire determinati spazi, con determinate notizie, ogni giorno, a costo di scadere nella banalità più assoluta. In altre parole la responsabilità è dell’informazione. Dell’informazione, si badi bene, e non necessariamente dei giornalisti. Perché purtroppo non sempre l’informazione finanziaria è curata da giornalisti, anzi, sempre più spesso questa viene affidata ai cosiddetti «esperti», che saranno anche esperti di mercati, ma la cosa il più delle volte finisce lì. Ed è questo ruolo di esperto che obbliga a riempire lo spazio con «n’emporte quoi», pur di fare il proprio verso, e a rischio di figuracce non da poco. Bisognerebbe, in alternativa, avere il coraggio di affermare senza vergogna che non c’è niente da dire che sia degno di nota. Certo questo implicherebbe un ridimensionamento dell’immagine dell’investitore, percepito dai più come un intrepido avventuriero che sfida i mercati incurante del rischio, ma sarebbe certamente più onesto rispetto ad un pubblico che non sa e che vorrebbe capire. Un pubblico che verrebbe così educato all’investimento su una base di conoscenza solida e critica. In grado di analizzare e compiere scelte ponderate. Ed è qui che sorge il dubbio che, checché se ne dica, a qualcuno la cosa non vada a genio e preferisca correre il rischio di coprirsi di ridicolo. Liberi di fare, ma fino a quando potrà durare?

Pubblicato il 

08.03.02

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