Questo paese ormai è stato messo in scacco dalle minoranze. Povera Svizzera ostaggio di tutti i gruppuscoli che ospita. Chi è che si lagna ad un tratto? I parlanti italiano. Tutti sempre appellandosi al federalismo. E basta! Sarebbe ora di interpretare questo concetto un po’ vago in senso più restrittivo. Non so cosa voglia dire esattamente ma solo l’idea di dare un giro di vite a qualcosa mi dà gioia. E sicuramente ci farà risparmiare, una cosa di cui abbiamo sempre bisogno. Il discorso è sempre quello: se le minoranze non ce la fanno a farsi rispettare da sé perché deve intervenire la Confederazione? Se non hai la forza di difenderti, significa che sei superato. È la cruda legge darwiniana. Non c’è sussidio al mondo che possa contrastare un destino già segnato. Gli italofoni oltretutto hanno la supponenza di credere che parlano la più bella lingua, se non del mondo, almeno della Svizzera. La dolce lingua, la lingua del sì. Ma volete mettere la lingua del “joo, isch schoo guet”? Ma sì, lo schwitzerdütsch con i sui dolcissimi suoni gutturali. Volete ancora mettere la soave deflagrazione di parole come “Chuechichäschtli? Una musicalità che sembra evocare paesaggi alpini un po’ aspri, un po’ teneri. Il discorso è che, sia come sia, lo svizzero tedesco ha saputo imporsi e crescere e sostituirsi all’idioma straniero. Non ha mica bisogno di tutele e sovvenzioni statali lo svizzero tedesco! Anzi, è spessissimo proprio la lingua in cui parla lo Stato. L’italiano no è sempre lì a piangere le proprie sventure, a chiedere sussidi. È la lingua della lagna. La lingua di quelli che vorrebbero campare di rendita per sempre. In virtù di certe eredità tipo la grande letteratura italiana. O il melodramma ormai caricato di ipoteche che tutto il mondo dovrebbe pagare. E basta. Traduciamo finalmente il Verdi in coreano se sono loro a cantarlo. E che gli italofoni la smettano di dormire sugli allori del passato. Infine, col solito gusto melodrammatico, si scende in piazza per difendere le cattedre di italiano nelle università svizzere. Ma, dico io, se le cattedre vengono soppresse vuol dire che non rendono. Questa volta prendetevela con la legge del mercato. L’italiano non serve. Non ci vogliono le università per insegnarci ad ordinare una birra d’estate a Riccione. O per cantare “O sole mio” sotto la doccia. Ma gli affari si concludono in ben altre lingue. In Svizzera interna non arrivano più neanche immigrati italiani freschi. Siamo ormai alla terza generazione che sa di italiano come un Ueli qualsiasi. Tanto che presto si porrà persino il problema di trovare qualcuno a cui far doppiare le pubblicità televisive per il pubblico svizzero-italiano. Così presto sentiremo in lingua originale cosa si dicono veramente gli improbabili personaggi dello spot della Lipo. Il Ticino e il Grigione italiano, se credono, possono sempre annettersi alla Lombardia. L’importante è che la Confederazione si liberi dei propri rami secchi, dei cantoni che costano solo ma non rendono. E finalmente ci si potrà orientare su un federalismo più agile, prêt-à-porter.

Pubblicato il 

04.02.05

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato