Non passa settimana senza nuovi annunci dell’arrivo di nuovi uragani che toccano la costa atlantica del continente nordamericano. Questa estate anche noi in Svizzera siamo stati toccati dal maltempo, anche se in misura minore, rispetto a quello che possiamo vedere sugli schermi. Ieri sera ho comunque potuto vedere un documentario un po’ diverso dai soliti e che mi ha reso ancora più cosciente della dimensione politica e sociale di ogni catastrofe detta “naturale”. Tutti sanno che i venti e le precipitazioni sono uguali per tutti, anche se l’effetto purtroppo non è ugualmente negativo nei luoghi in cui le forze della natura si scatenano. I Paesi più poveri ne risentono in maniera diversa da quelli ricchi poiché le infrastrutture (case, rifugi, strade ecc.) sono evidentemente di diversa qualità e resistenza. Lo abbiamo visto tante volte vicino a noi, in occasione dei terremoti in Italia del sud od in altre zone depresse del Mediterraneo. Stavolta però le cose si mettono in maniera un po’ più complessa. “Katrina” è arrivato con la massima violenza sulle coste della Louisiana, uno Stato relativamente povero degli Stati Uniti, ma il danno maggiore è stato indiretto. Le migliaia di morti sono state causate dalla rottura delle dighe di New Orleans, dighe ritenute insufficienti già da vari anni, ma mai rafforzate. L’arrivo tardivo dei soccorsi, causato in gran misura dall’incapacità del responsabile federale per le catastrofi, che aveva come unica qualificazione il fatto di aver aiutato durante la compagna elettorale il clan dei Bush, a sua volta ha causato morti tragiche di persone in attesa negli ospedali. Il fatto che le abitazioni nel continente americano in genere siano considerate da noi come “scatole di zolfanelli” ha reso il dramma ancora più evidente. Non so se il grido di protesta che si è levato contro la Casa Bianca e la sua direzione permarrà ancora a medio termine e se assommato all’effetto Irak, potrà cambiare gli equilibri politici negli Stati Uniti. Evidentemente me lo auguro, ma rimango realista. Per il momento mi sembra importante rendersi sempre più conto del carattere “politico” delle catastrofi della natura. Evidentemente ciò non ci dispensa dal dovere di solidarietà a corto termine, attraverso l’aiuto umanitario. Ma voler leggere queste catastrofi solo come emergenza umanitaria significa rimanere ciechi di fronte a realtà che già da tempo dovremmo saper decifrare. Ricostruire New Orleans e la Louisiana in genere prenderà ancora anni di tempo. Chissà se accanto all’11 settembre questo fine agosto 2005 entrerà negli annali della storia americana? C’è da augurarselo, soprattutto in nome di tutti coloro che hanno dovuto involontariamente lasciarci la pelle.

Pubblicato il 

11.11.05

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