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Solidarietà

Questa non è una vacanza farlocca

Campi di conoscenza, un modo alternativo per scoprire un paese

di

Raffaella Brignoni

Non tutte le vacanze sono uguali. Proprio no. Ci sono quelle preconfezionate, con formula all inclusive, dove di reale non c’è nulla (forse neppure sé stessi), quelle chiassose con i bimbi sotto l’ombrellone e pure quelle dei 20 anni senza soldi e con in testa il comandamento del divertimento a ogni costo. Ognuno trascorre le ferie come gli pare, anche impiegando il proprio tempo libero in un campo di lavoro e conoscenza all’estero. Scordatevi però i balli a bordo piscina con l’animatore di turno e preparatevi ad affrontare un’esperienza autentica.

La società cambia e con essa il modo di viaggiare e di intendere il concetto di vacanza. Il mondo è diventato meno misterioso e fa meno paura: si osa di più attraversarlo da nord a sud, da occidente a oriente, sperimentando nuove espressioni di turismo, non necessariamente di massa.


Se è vero che la formula dei pacchetti low cost, peraltro molto comoda, si è imposta, emerge anche un nuovo tipo di turismo con alla base un’idea di solidarietà e cooperazione internazionale. Un soggiorno in posti non riprodotti, e quindi taroccati, per compiacere la voglia di esotico di vacanzieri accomodanti. Ma posti così come sono per davvero.


«Il paesaggio era meraviglioso, ma si dormiva su una branda e si mangiavano fagioli e poi ancora fagioli. Esattamente con le stesse condizioni di vita degli abitanti del luogo» racconta Francesco di Lugano, che con l’Arci Italia è volato qualche anno fa in Brasile per un campo di conoscenza. A Maranhão, nella parte nord-orientale del paese, si è unito al Movimento Sem Terra, costituito da lavoratori contadini, che si batte per  una riforma agraria occupando terre da coltivare.  Grazie a queste lotte, 350.000 famiglie hanno conquistato la terra, mentre altre 150.000 stanno lottando negli accampamenti per farsele riconoscere dallo Stato e quindi distribuirle creando lavoro e sostentamento. Non è stata una vacanza da cartolina, ma appunto
«di conoscenza come indica la terminologia di questi tipi di campo. È questa la motivazione: calarsi nella realtà locale per quello che è, senza artefatti e camuffamenti» continua Francesco, che al campo aveva abbinato un workshop di fotografia sociale.


Sara, ha 38 anni, non è sposata, non ha figli, ma un fidanzato con il quale condivide la passione per il mondo e le sue genti. Un buon posto di lavoro da libera professionista a Bellinzona che le permette di prendere il volo ogni volta che ha qualche giorno di ferie. E il mondo lo ha girato in lungo e in largo.  «Il fatto di non avere impegni familiari mi ha facilitato nella scelta delle mete che non dovevano per forza coincidere con le classiche destinazioni tranquille dove poter portare i figli. Sono stata in Afghanistan e da Kabul, sacco in spalla, mi sono poi diretta in Iran. Un altro viaggio indimenticabile risale al passato autunno e mi ha portato nei Territori occupati della Palestina e poi a Tel Aviv, che è metà molto antica di pietra e minareti, e metà  modernissima. Da lì ho preso il treno verso Akko, da cui si va in un giorno a Nazareth e si vede il più bel tramonto del Mediterraneo. Poi Gerusalemme, pazzesca; il Mar Morto, divertentissimo; i kibbutz, il deserto, le oasi, gli ebrei ortodossi coi riccioli, quelli sportivi giovani e spavaldi, il conflitto, il cibo che è una festa, musica bella, due popoli che si assomigliano troppo e forse per questo non vanno d'accordo.  È un paese piccolo, che si gira in modo da vedere paesaggi e posti diversissimi facendo pochi chilometri. Qui la storia è di secoli e secoli e secoli: è la storia della Bibbia,  dei Vangeli, dei crociati, degli arabi, degli ebrei che sono arrivati a inizio Novecento, di quelli che sono arrivati nel 1948, di tutti i decenni scorsi che hanno portato al muro» continua Sara.


C’è un punto fisso in questo girotondo per il mondo: l’Africa e il volontariato. «Non le conto neppure più le volte che ci sono stata, sarebbe come contare i natali o le pasque. Tu sai che ogni anno arrivano. E così anche lei, l’Africa. Costa d’Avorio, Nairobi, Lusaka in Zambia. La mia prima volta africana è stata in Senegal: avevo 19 anni ed era il regalo dei miei genitori per la maturità. Alloggiavo in uno di quei villaggi turistici con un’amica. Un giorno ci siamo avventurate fuori su una jeep con una guida locale e ho capito che l’Africa era un’altra cosa. Abbiamo incontrato una signora vasta di corpo e gentilissima nell’animo, una grande madre intenta a  preparare specialità locali per i bambini, per riempirgli la pancia ma anche per farli dormire beati. E quando siamo andate via, per dirci che si siamo voluti bene, questa donna speciale ha lanciato un po’ d’acqua sulle scale dietro di noi che partivamo. “Vi porterà bene”. Ecco, ho pensato anche io vorrei fare del bene, anche se la parola è grande e preferisco pensare, anzi, sono convinta che sia un reciproco scambio.

 

Da allora regolarmente mi sono recata in Africa attraverso organizzazioni non governative per portare i fondi raccolti in Svizzera allo scopo di finanziare piani di sviluppo, istruzione e sanitari o semplicemente per seguire l’evoluzione dei progetti. Una permanenza che assume tutto un altro significato dal solito viaggio dove i pensieri sono scattare abbastanza fotografie e proteggersi dalle zanzare» spiega la giovane donna.
Un significato che si ritrova appunto nella vicinanza con gli abitanti del luogo. I campi di conoscenza o i soggiorni di volontariato permettono di vivere, nella quotidianità di un’esperienza concreta, i valori del dialogo e della convivenza.

 

«Il fascino che un paese emana in questo modo tu riesci a sentirlo davvero, ti scopri capace di girare senza difficoltà su sgangherati bus senza bisogno della Lonely Planet. Ti può capitare di mangiare zampe di mucca all’aglio, di capirti con la gente anche se non parli la stessa lingua o di ritrovarti in un posto arancione e nero con un laghetto gelido blu e un po’ di verde con le nuvole sopra di te che cambiano in  modo frenetico. Davvero, non posso descrivervi queste esperienze a parole, posso solo dire che sono indimenticabili perché scopri l’umanità, l’interiorità, la condivisione, la generosità e l’incredibile serenità di chi è povero. Ti accorgi così che a essere disperati in realtà sono quelli che hanno rubato tutto ad altri esseri umani, sottraendo loro le materie prime o sfruttando la loro forza lavoro» spiega Sara che fatica per questo ad accettare il termine di volontaria per definire il suo servizio in Africa. «Se continuo a ritornarci è perché questi viaggi hanno aperto la mia vita, rendendola più umana e ricca» conclude Sara.


A qualcuno è venuta la voglia di provare un viaggio diverso? Potrebbe allora pensare seriamente a iscriversi al campo di conoscenza in Etiopia, che è organizzato da Coopi Suisse, e si terrà dal 23 novembre al 4 dicembre 2014.


Per l’associazione umanitaria non profit, che si è costituita a Lugano nel maggio 2012, l’Etiopia è un luogo di scambio e di crescita, dove culture, mondi e storie diverse si sono incontrati. Per scoprire «parti di questa nazione, per comprenderne il tessuto sociale e condividere anche ciò che Coopi ha dato e ricevuto da questo paese, vogliamo accompagnarvi a visitare alcuni progetti, attraverso i paesaggi spettacolari del sud del paese e le meraviglie storiche del nord» si legge nella presentazione del viaggio. Il lago Tana e i suoi monasteri, il Nilo Azzurro, il corso lento e l’improvvisa cascata con i suoi castelli medioevali. Lalibela, la Gerusalemme etiope, le sue chiese monolitiche: un blocco unico di tufo rosato lavorato dall’esterno fino a ricavarne finestre, porte, fregi e grandi spazi di preghiera. Axum, la storia e la leggenda, antichi palazzi, decine di stele e testimonianze di questa città ai tempi della regina di Saba. Il tutto mentre si farà visita a un progetto per migliorare le condizioni di vita dei bambini di strada ad Addis Abeba.

 

Informazioni sul sito http://suisse.coopi.org/

Pubblicato

Giovedì 3 Luglio 2014

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